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Fonte lanuovabq.it 04/12/2016

Autore Andrea Zambrano

 C’è qualcosa di fiabesco e di olimpico nella decisione del neo campione del mondo di Formula Uno Nico Rosberg di ritirarsi dal circus della Formula 1 ad appena 31 anni e il giorno dopo aver vinto il suo primo titolo mondiale. Non passerà alla storia come il più titolato, categoria nella quale abbiamo già sufficientemente iscritto lo sfortunato Michael Schumacher. E neppure in quella delle leggende, quello è il posto di Ayrton Senna e di Villeneuve. Ma la decisione a sorpresa di appendere il volante al chiodo nel punto più alto della carriera lo iscriverà senza dubbio nella categoria degli uomini saggi. 

Abbiamo tutti in mente come può ridursi uno sportivo che trascina stancamente la sua carriera dagli altari alla polvere, dalla gloria del podio fino agli abissi dell’anonimato, e sappiamo che la maggior parte degli sportivi è attratta dalle carriere infinite, che vanno avanti seguendo la parabola discendente fino al naturale spegnimento. Nel calcio i più fortunati vanno a svernare negli Stati Uniti, negli altri sport si cerca, chi con una volata, chi con un ultimo set da leoni, di imprimere nella memoria i ricordi del successo che è fuggito. 

Smettere al top della carriera è una decisione saggia e controcorrente ma non solo per congelare ed eternare il ricordo che i posteri avranno di te: invitto per sempre, come un pugile che conquista il mondo e poi non concede a nessuno l’onore di sfidarti. Perché quello che cercano in fondo è la gloria eterna.

Al fondo di tutto, forse neppure la gloria basta a se stessa se non c’è uno scopo. Che serve continuare a perpetrare la propria gloria, ricoprendosi di contratti milionari di sponsor se poi, ad un certo punto, prima o poi, dovrai dire la parola fine? Dopo di te altri porteranno quelle insegne di alloro e il tuo ricordo diventerà pallido e sbiadito. Chi ricorda oggi la gloria di Sostrato di Pellene che consentì agli Achei di tornare a vincere ai giochi olimpici dopo 300 anni? Ad Olimpia gli eressero una statua che oggi è guardata distrattamente dagli accaldati turisti. 

Si può crescere senza aver mai visto giocare Rivera e pensare che Baggio sia stato decisamente meglio, oppure si può tranquillamente disquisire di calcio senza minimamente lasciarsi scalfire dall’ancora lacerante ricordo che fece in quel 15enne che ero allora la notizia straziante dell’addio al calcio di Marco Van Basten per colpa di quella maledetta caviglia. 

Perché in fondo ciò che la gloria reca è una bellezza effimera, che si affievolisce e muta i suoi colori con il passare del tempo. Neppure quella è eterna, anche se ci va molto vicino ed è proiezione di quella vera che vorremmo vivere in cielo. Forse il segreto è fare come Rosberg: correre ed impegnarsi, lottare come un leone per raggiungere un solo obiettivo, non per crescere nei contratti e nei privilegi dell’effimero che un giorno svaniranno. 

Fidippide, almeno nella versione di Plutarco, morì stremato dopo aver portato la notizia della vittoria di Maratona in quella che è comunemente chiamata la madre di tutte le corse. Per il solo impegno di pronunciare quel “Nenikèkamen”, “abbiamo vinto”, che lo rese immortale nei secoli e consentì ad Atene di riaffermare la sua supremazia culturale e politica nel mondo conosciuto. Non voleva la gloria riservata agli sportivi che gareggiavano nudi: voleva dare una bella notizia.

Anche Rosberg in fondo non ha fatto altro che comunicare a sua moglie e nel ricordo del padre Keke, il suo “Nenikèkamen”, il suo “abbiamo vinto”, per rendere eterno lo sforzo della salita, il senso di un cammino che lo ha portato sul tetto del mondo. E’ una buona notizia quella che reca il pilota: la buona notizia di chi combatte e vince, di chi lotta per un obiettivo e alla fine trova un senso nella vittoria che non potrà mai più replicare perché è sfuggita nel momento in cui la ha agguantata. 

Insegnare lo sport ai bambini è questo: l’importante non è partecipare per poi ridursi a 40 anni a brancicare contratti sempre più striminziti, l’importante è giocare, ma per vincere. Misurandosi coi propri limiti e demoni, sconfiggendoli e dimostrando a te stesso di essere riuscito a portare a termine una corsa. 

Il ritiro di Rosberg è una metafora della buona battaglia combattuta in vista di una gloria più grande. Ora non gli resta che la corona di confermarsi uomo che lui ha intravisto nel calore e nella pienezza della moglie e della figlia. In fondo il messaggio evangelico è questo: una grande corsa nella fatica e poi una sola vittoria, che non prevede repliche, perché resterà eterna. 

   

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