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Fonte lanuovabq.it 17/10/2017

Autore Andrea Zambrano

Il grande merito di Antonio Socci è quello di offrire una versione della Divina Commedia capace di invogliare alla lettura in versi tanto i navigati che l’hanno amata ai tempi del liceo, quanto i neofiti che, facendo scuole tecniche o professionali, non la conoscevano se non per sentito dire. Perché Socci fa rivivere l’esperienza di Dante Alighieri come una vera esperienza di conversione, in un cammino dagli abissi della ghiaccia fino alle superne rote del Cielo che ogni uomo fa. O ha fatto o farà, perché il destino umano è proprio questo: cercare la felicità eterna dopo aver sperimentato le secche del peccato. Non ci voleva un genio per riproporlo e disincagliare così la Commedia dalle incrostazioni didattiche di un secolo di scuola gentiliana e crociana. Ci voleva però un amante di Dante capace di comunicarlo all’uomo d’oggi, con un linguaggio più accessibile, ma capace di invogliare ad andarsi a rivedere l’originale per gustarlo al meglio. L’operazione letteraria fatta da Socci con il suo Amor Perduto, l’Inferno di Dante per contemporanei (Piemme) in uscita oggi nelle librerie è sostanzialmente questo.

Non è una critica letteraria, né una parafrasi ad usum bignami prima dell’interrogazione, ma è la riproposizione delle parole di Dante in una prosa vivida, fedele all’originale, ma capace di far comprendere il senso della conversione dantesca e il portato del Cristianesimo, senza il quale la Divina Commedia non potrebbe esistere.

Socci l’ha spiegato anche nell’intervista concessa al mensile Il Timone che la pubblicherà nel numero in uscita a novembre. “Il senso della Commedia è che siamo stati cercati uno ad uno. Il re dei cieli è venuto a cercare Dante, ma anche me e tutti noi nella foresta della vita. Solo che per capire Dante bisogna avere ben chiaro che cos’è il Cristianesimo, che non si può applicare alle nostre logiche”.

Infatti la condizione iniziale del protagonista della Commedia stupisce. È così moderna – spiega lo scrittore nell’introduzione -, così immediata per noi: l’angoscia, lo smarrimento, la solitudine, il sentirsi “gettati” nel mondo, il buio, la paura, la disperazione, il fallimento, il sentirsi braccati. Ma sorprende ancor di più quella che Dante indica come la sua personale via di salvezza da questa disperazione, da questo fallimento, individuale e collettivo: un volto di ragazza. Beatrice. Il suo primo, grande amore giovanile”.

Ecco dunque il senso: con il suo poema Dante trasforma la sua straordinaria esperienza di una «mirabile visione», in un percorso esistenziale verso la felicità che tutti possono rivivere, grazie all’avvenimento dell’Anno Santo, che è paradigmatico del ritorno a Dio. È l’esempio di un cammino di conversione che ciascuno può sempre percorrere nella sua vita quotidiana. Perché ogni istante è l’anno santo, ogni istante il Padre aspetta, trepidante, il ritorno del figliol prodigo. È un’esperienza che ciascuno è invitato a fare attraverso i cinquantasette «appelli al lettore» che Dante ha disseminato nella Commedia.

Ma prima di tutto bisogna mettere in conto che questo cammino lo si fa soltanto se si accetta l’esistenza dell’Inferno perché è questa “la garanzia che noi siamo davvero liberi e che siamo davvero amati infinitamente perché i nostri atti, ogni nostro atto, ogni nostra scelta, decisione o pensiero, ha un valore infinito agli occhi del Padre: infatti ogni nostra scelta decide il nostro destino eterno”.

Però la Divina Commedia è un’opera politicamente scorretta oggi, tanto che c’è chi ne ha chiesto la cancellazione dai programmi scolastici per i suoi presunti contenuti «islamofobici, razzisti ed omofobici».

In realtà non c’è nessun razzismo in Dante “ma su omosessualità e islam Dante può essere sentito come urticante per il semplice fatto che è un cattolico del 1300 ed è fedele alla dottrina cattolica. Peraltro coloro che incontra nel girone dei sodomiti sono tutte persone per cui egli ostenta grande stima e ammirazione e con profondo dolore li rappresenta all’Inferno, anche se – a un occhio malizioso – la sua insistenza sulla loro onorata fama potrebbe – secondo alcuni – apparire con un corrosivo significato beffardo. In ogni caso Dante colloca all’Inferno tutti i tipi di peccati e di peccatori. Fra costoro ci sono gli ignavi, gli eretici, i bestemmiatori e i lussuriosi. E poi va detto che ripercorrere i gironi infernali sembra talora un viaggio di una certa attualità: quando si incontrano usurai, ruffiani, seduttori, leccapiedi, simoniaci, barattieri (cioè corrotti), consiglieri fraudolenti, traditori degli amici e altra «simile lordura» non sembra che Dante parli di tempi troppo passati”.

Ognuno di questi peccatori viene inquadrato nella condizione di chi ha scelto ottusamente e ostinatamente di vivere quella pena. Oggi Dante sarebbe definito integralista o reazionario, ma sarebbe una lettura sbagliata e ingiusta, anche se è la lettura che ha fatto la fortuna dei Benigni, i quali si sono appropriati di Dante utilizzandolo come “spalla comica” di se stessi.

Invece la Commedia è un vero e proprio cammino di conversione e il passo iniziale è costituito precisamente dal guardare in faccia il proprio peccato e quello che il peccato è nella sua catastrofica essenza spirituale. Occorre guardarlo in faccia e riconoscersene colpevoli, “poiché se è vero – come è vero – che la misericordia di Dio perdona tutti i peccati, tutti, perfino quelli dell’anima più nera e carica di crimini, perché sono stati espiati da Gesù Cristo e da Lui siamo stati riscattati dalla schiavitù di Satana, tuttavia a noi è chiesta una condizione fondamentale: il pentimento e il proposito di non commetterli più. Quella divina non è una misericordia che fa a meno della nostra libertà e del nostro sì”.

   

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