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fonte chiesaepostconcilio.blogspot.it 06/03/2019

Vedi anche:  Il tempo di Quaresima ; L'inizio della Quaresima e l'ideale di mortificazione volontaria - Cristiano Lugli ; Quaresima, palestra per l'anima e per il corpo - Cristina Siccardi

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Autore Dom Prosper Guèranger

L’appello del profeta

Ieri il mondo si agitava nei piaceri e gli stessi cristiani si abbandonavano ai leciti divertimenti; ma questa mattina ha squillato la sacra tromba di cui parla il Profeta Gioele per annunciare l’apertura solenne del digiuno quaresimale, il tempo dell’espiazione, I’imminente avvicinarsi dei grandi anniversari della nostra salvezza.
Destiamoci, cristiani, e prepariamoci a combattere le battaglie del Signore. L’armatura spirituale Ricordiamoci, però, che nella lotta dello spirito contro la carne dobbiamo essere armati: ecco perché la santa Chiesa ci raccoglie nei suoi templi per iniziarci alla milizia spirituale.
San Paolo ce ne ha già fatto conoscere i dettagli della difesa con queste parole: «Siate dunque saldi, cingendo il vostro fianco con la verità vestiti della corazza della giustizia, avendo i piedi calzati in preparazione al Vangelo di pace. Prendete soprattutto lo scudo della fede, l’elmo della saldezza e la spada dello spirito, cioè la Parola di Dio». Il principe degli apostoli aggiunge: «Avendo Cristo patito nella carne, armatevi anche voi dello stesso pensiero ».
Ricordandoci oggi la Chiesa questi apostolici insegnamenti, ne aggiunge un altro non meno eloquente, obbligandoci a risalire al giorno della prevaricazione, che rese necessarie quelle lotte che stiamo per intraprendere e le espiazioni attraverso le quali dobbiamo passare.


I nemici da combattere

Noi siamo assaliti da due sorte di nemici: le passioni dentro il nostro cuore, il demonio fuori; entrambi disordini che derivano dalla superbia. L’uomo si rifiuto d’obbedire a Dio; ciò nonostante egli lo risparmiò, ma alla dura condizione di subire la morte: «Uomo, disse, tu sei polvere e in polvere ritornerai ».
Ah! Perché dimenticammo quell’avvertimento? A Dio bastò solo premunirci contro noi stessi; compresi del nostro niente, non avremmo mai dovuto infrangere la sua legge. Se ora vogliamo perseverare nel bene al quale ci ha ricondotti la sua grazia, dobbiamo umiliarci, accettare la sentenza e considerare la vita come un viaggio più o meno breve che termina alla tomba. Sotto questa luce tutto diventa nuovo, ogni cosa si schiarisce.
Nell’immensa sua bontà, Dio, che si compiacque di riversare tutto il suo amore su di noi, esseri condannati alla morte, ci appare ancora più ammirabile. Nelle brevissime ore della nostra esistenza, l’ingratitudine e l’insolenza con cui ci scagliammo contro di lui ci sembrano sempre più degne del nostro disprezzo, e più legittima e salutare la riparazione che ora ci è possibile e che egli si degna di accettare.


L’imposizione delle ceneri

A questo pensava la santa Chiesa, quando fu indotta ad anticipare di quattro giorni il digiuno quaresimale e ad aprire questo sacro tempo cospargendo di cenere la fronte colpevole dei suoi figli e ripetendo a ciascuno di loro le parole con cui il Signore li condannava alla morte1.
Come segno d’umiliazione e penitenza, però, l’uso delle ceneri è molto anteriore a quella istituzione. Infatti lo troviamo praticato fin nell’Antico Testamento. Perfino Giobbe, che apparteneva alla gentilità, copriva di cenere la sua carne dilaniata dalla mano di Dio, per implorare così la sua misericordia.
Più tardi il salmista, nell’ardente contrizione del suo cuore, mescolava cenere nel pane che mangiava. Analoghi esempi abbondano nei Libri storici e nei profeti dell’Antico Testamento. Si avvertiva anche allora il rapporto esistente tra la polvere di una materia bruciata e l’uomo peccatore, il corpo del quale sarà disfatto in polvere sotto il fuoco della giustizia divina.
Per salvare almeno l’anima, il peccatore ricorreva alla cenere e, nel riconoscere quella triste fraternità con essa, si sentiva più al riparo dalla collera di colui che resiste ai superbi e perdona agli umili.

Dom Prosper Guèranger
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1. Memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris.

   

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