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Fonte corrispondenzaromana.it 11/03/2019

(Res Novae, marzo 2019) Un segno inquietante dello sgretolamento delle convinzioni ed anche delle competenze stesse dei teologi romani in materia di «morale della vita» è stato recentemente dato con una risposta stupefacente del 10 dicembre scorso della Congregazione per la Dottrina della Fede a proposito di un caso di isterectomia.

Nel 1968, Humanæ vitæ è stata una sorta di miracolo in una situazione ecclesiale in cui il liberalismo dottrinale sembrava infrangere ogni barriera. Paolo VI, dopo quattro anni di riflessioni e nonostante il parere contrario della maggioranza dei membri della commissione che aveva costituito per studiare il problema, chiuse il discorso con un atto di continuità, escludendo, come contraria alla legge naturale, qualsiasi azione che avesse come scopo o mezzo quello di rendere impossibile la procreazione.

Ma è stato soprattutto il fermissimo insegnamento di Giovanni Paolo II in linea con il suo predecessore, che ha permesso lo sviluppo di una sorta di universo Humanæ vitæ. Si è infatti sviluppato un insegnamento morale attraverso una serie di testi, la cui redazione ha avuto la supervisione della Congregazione per la Dottrina della Fede diretta dal cardinale Ratzinger.

Come se, al di sotto della banchisa, colasse costantemente un filo d’acqua pura che continuava, esplicitava ed applicava il magistero morale di Pio XI e Pio XII, offrendo concessioni solo stilistiche all’aria dei tempi che cambiavano.

A questo riguardo è esemplare l’istruzione Donum vitæ, del 22 febbraio 1987. Questa si proponeva di dare alcune risposte alle nuove tecniche biomediche «che consentono di intervenire nella fase iniziale della vita dell’essere umano e nei processi stessi della procreazione», e scartava la possibilità morale della fecondazione artificiale, compresa quella «omologa» (ovverosia tra coniugi), così come dell’inseminazione artificiale, sempre compresa quella «omologa».

L’enciclica Veritatis splendor del 6 agosto 1993, «circa alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa», ha in seguito realizzato un importante lavoro speculativo, esplicitando in particolare il richiamo di Donum vitae sul significato della legge naturale come « ordine razionale secondo il quale l’uomo è chiamato dal Creatore a dirigere e a regolare la sua vita e i suoi atti e, in particolare, a usare e disporre del proprio
corpo ».

La messa a punto di questi documenti è stata resa possibile solo dal lavoro di alcuni intellettuali, a Roma (Laterano e Santa Croce) e in altri luoghi (Spagna, Francia, Stati Uniti), mentre al tempo stesso la loro pubblicazione stimolava una riflessione teologica in materia. Giovani Paolo II creò tre organismi, allo scopo di dare visibilità e autorità a questa linea morale « della vita » : il Consiglio pontificale per la Famiglia, nel 1981 (il cui presidente più incisivo è stato il cardinale Édouard Gagnon) ; il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, nel 1981, dipendente dall’Università del Laterano e con sedi in vari paesi del mondo, diretto inizialmente da Carlo Caffarra, futuro cardinale ; ed infine, la Pontificia Accademia per la Vita, di cui il primo Presidente fu il professor Jérôme Lejeune.

A partire dal 1986, Carlo Caffarra, aiutato dal cardinale Gagnon, organizzò presso l’Istituto Giovanni Paolo II, una serie di Congressi internazionali che rappresentarono altrettante occasioni per i teologi morali di questa corrente di riunirsi a Roma, davanti ad un uditorio di studenti provenienti prevalente mente dalla neonata Pontificia Università della Santa Croce e del movimento Comunione e Liberazione.

Questo mondo di filosofi e di teologi morali (Caffarra, Angelo Scola, futuro cardinale, padre Ramon García de Haro, Mons. Fernando Ocáriz, Rocco Buttiglione, Stanislaw Grygiel, Servais Pinkaers, op, l’Austriaco Josef Seifert, l’Americano Germain Grisez, Mons. Livio Melina), era l’espressione dell’insegnamento pontificio benché si trattava paradossalmente di una voce del tutto minoritaria nel seno di una teologia liberale, di cui il nocciolo duro, in campo morale, si concentrava sulla rivendicazione simbolica della comunione ai divorziati risposati e sulla critica della Humanæ vitæ, che una valanga di note e documenti provenienti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede non riusciva a neutralizzare (come la promulgazione di una Professione di Fede e di un Sermone di Fedeltà nel 1989, e dell’Istruzione sulla vocazione ecclesiale del teologo, del 1990).

Questa debolezza politica può spiegare alcune delle debolezze intellettuali della morale della vita. Da una parte, allo scopo di «far passare» la dottrina morale tradizionale che essa difendeva e applicava a problematiche nuove, alcuni di questi autori usavano una concettualizzazione personalistica che rendeva le loro tesi più fragili, imitando in questo Karol Wojtyla, che reinterpretava la teologia del matrimonio con la sua teologia del corpo, giungendo alla fine, a dire il vero, a difendere molto fermamente il fine del matrimonio stesso che è la procreazione.

D’altra parte gli capitava di manifestare un’idea un po’ naif di voler rifondare la morale, scartando tutta la tradizione casistica del Seicento e del Settecento cara a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, in nome di un ritorno a san Tommaso, che comunque, in molte occasioni, esamina anch’egli dei «casi» e si riferisce a delle opinioni autorevoli.

Tutta questa opera di resistenza morale fu rovesciata dalla messa in opera del programma Martini da parte di papa Bergoglio, programma il cui primo obiettivo era quello di ridiscutere il «rigorismo» di papa Wojtyla. Il bullone è definitivamente saltato con Amoris lætitia, il cui principio «di misericordia» è applicabile a qualsiasi altro aspetto «scottante» della morale.

All’improvviso quest’ultima ha destabilizzato profondamente quegli autori e professori della morale della vita, e da qui in poi è stata ufficializzata la loro marginalità. Alcuni hanno adottato la nuova linea (Buttiglione), altri hanno tentato di interpretarla nel modo più tradizionale possibile. Tutti sono stati sostanzialmente inascoltati.

In che cosa la storia si ripete ? Ciò che succede oggi alla teologia morale wojtyliana è successo mezzo secolo fa, allo stesso modo, all’ecclesiologia pacelliana. I teologi che avevano partecipato all’elaborazione e alla scrittura del magistero ecclesiologico di Pio XII (Mystici Corporis, Humani genris, tra gli altri), sono stati messi improvvisamente ai margini dalla teologia congardiana e rahneriana, per la quale esiste ecclesialità anche al di fuori della Chiesa.

In effetti, già minoritaria sotto Pio XII, ed esposta all’ostilità della nuova teologia in tutte le sue tendenze, questa Scuola romana – Sébastien Tromp, il cardinale Ottaviani, padre Gagnebet, op, Pietro Parente, Antonio Piolanti, rettore del Laterano e direttore della rivista Divinitas, ecc. – si è trovata declassata e congedata già alle primissime ore del Concilio. 

 

L’evaporazione dell’Humanæ vitæ

Dopo la morte di Giovanni Paolo II, durante il pontificato di Bene – detto XVI, già non si parlava più molto dell’enciclica del luglio 1968. Sotto Papa Francesco, però, è cambiato del tutto il vento nei luoghi in cui si coltivava quella dottrina. Nel 2016, Monsignor Livio Melina, Presidente dell’Istituto Giovanni Paolo II di studi sul matrimonio e la famiglia, importante personalità della curia di Wojtyla e Ratzinger, e uomo di solidissima dottrina morale, è infatti stato messo da parte, in un modo un po’ brutale, per essere rimpiazzato da Mons. Pierangelo Sequeri, che non è un teologo morale ma un musicologo e musicista… Amoris lætitia ha anche fatto crescere della zizzania tra il personale dell’Istituto.

A sorpresa generale, il filosofo Rocco Buttiglione, professore emerito, ha addirittura modificato alcune delle sue convinzioni al puntoche, e per farla breve, il suo confratello Joseph Seifert lo ha criticato, in un dibattito pubblico, sul fatto che in 2000 anni di cristianesimo e fino ad oggi, la fornicazione e l’adulterio non sono mai stati giudicati conformi, anche se solo in qualche caso, alla volontà di Dio.

Al Pontificio Consiglio per la Famiglia, il cambio di linea era già cosa acquisita, visto che dal 2012 si viaggiava sotto il timone di Monsignor Vincenzo Paglia, cappellano di Sant’Egidio, poi postulatore della causa di Mons. Romero, una delle stupefacenti nomine dovute a Benedetto XVI. Nell’agosto 2016, Mons. Paglia è stato nominato Presidente della Pontificia Accademia per la vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II (fino a quel momento il Gran Cancelliere era sempre stata una carica del cardinale vicario di Roma) mentre il Pontificio Consiglio per la Famiglia veniva assorbito dal nuovo Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, di cui l’americano Kevin Farrell, divenuto cardinale ed oggi Camerlengo della Chiesa romana, era nominato Prefetto.

Paglia e Farrell sono però in un certo senso delle figure secondarie. Gli uomini forti della nuova dottrina morale, coloro che hanno preparato l’esortazione Amoris lætitia, sono : Lorenzo Baldisseri, cardinale molto influente, Segretario generale del Sinodo dei Vescovi ; Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, per due volte Segretario speciale dell’Assemblea del Sinodo ; Monsignor Marcello Semeraro, vescovo della diocesi suburbicaria di Albano, segretario del gruppo di cardinali incaricato di consigliare il Papa nella riforma della curia, molto vicino al potentissimo cardinale Stella, Prefetto della Congregazione del Clero ; e soprattutto, Padre Antonio Spadaro, sj, direttore de La Civiltà Cattolica, ideatore per eccellenza della nuova visione della Chiesa che sembra prevalere oggi.

Nel 2018, si è potuto temere che venisse elaborata una « reinterpretazione » dell’enciclica di Paolo VI in occasione del suo cinquantesimo anni versario. È stato infatti costituito un gruppo di lavoro con Mons. Pierangelo Sequeri, Mons. Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI di Brescia, e soprattutto Mons. Gilfredo Marengo, professore di antropologia teologica presso l’Istituto Giovanni Paolo II.

Quest’ultimo, in un articolo su Vatican Insider del 23 marzo 2017, «Humanæ vitæ e Amoris lætitia, storie parallele », si domandava se «il gioco polemico “pillola sì – pillola no”, così come quello odierno “comunione ai divorziati sì – comunione ai divorziati no”, sia soltanto l’apparenza di un disagio e di una fatica, molto più decisiva nel tessuto della vita ecclesiale. […] Ogni qual volta la comunità cristiana cade nell’errore di proporre modelli di vita derivati da ideali teologici troppo astratti e artificiosamente costruiti, concepisce la sua azione pastorale come la schematica applicazione di un paradigma dottrinale».

Gilfredo Marengo è uscito da Comunione e Liberazione. Ha sempre agito di concerto con il suo amico Nicola Reali, professore di teologia pastorale presso l’Università Lateranense, uomo di una superiore acutezza intellettuale. Nel suo libro, Lutero e il diritto. Certezza della fede e istituzioni ecclesiali (Marcianum Press, 2017), quest’ultimo ha provato a dimostrare come l’idea di Lutero non fosse affatto quella di rompere l’unità della Chiesa, ma solo di stimolare un rinnovamento. E, soprattutto, che Lutero non considerava la certezza della fede come una credenza soggettiva, ma stimava che fosse comunque necessaria l’adesione all’istituzione ecclesiale.

 

Più cattolico di Lutero non ce n’è…

Per Humanæ vitæ il modus operandi da seguire è stato semplice : dagli archivi della Commissione pontificale che lavorò dal 1964 al 1966 sulla regolazione delle nascite, si sono riesumati documenti di lavoro, relazioni di riunioni, corrispondenze con le conferenze episcopali sul tema della contraccezione.

Questa Commissione, ricordiamo, era giunta a conclusioni piuttosto favorevoli alla sua liceità e per la non infallibilità degli insegnamenti magisteriali precedenti sulla questione. Le tesi della maggioranza, che includeva anche alcuni membri ed esperti considerati conservatori, come il cardinale Joseph Charles Lefebvre, arcivescovo di Bourges, e Padre Labourdette, op, alla fine non erano state seguite dal tormentatissimo Paolo VI, che aveva poi finito per rinnovare la condanna magisteriale, ma senza decidersi a dire che essa non poteva essere riformata.

Ma tutto questo è ben noto. E così, La nascita di un’enciclica (Libreria Editrice Vaticana, luglio 2018), che presentava il risultato del lavoro di G. Marengo non ha avuto che un lieve impatto (ci si leggeva ben poco se non che un primo progetto, De nascendi prolis, « rigoroso enunciato di dottrina morale », era stato modificato per diventare più pastorale).

Non è più affatto necessario relativizzare ufficialmente Humanæ vitæ. Questo richiamo alla legge naturale, che le coppie ignorano, che i sacerdoti non insegnano più, e di cui i confessori non tengono alcun conto, è diventato un documento altrettanto obsoleto che Humani generis o Quanta cura.

 

Congregazione per la Dottrina della Fede «Responsum» della ad un dubbio sulla liceità dell’isterectomia in certi casi

Il 31 luglio 1993 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato le Risposte ai dubbi proposti circa « l’isolamento uterino » ed altre questioni. Queste risposte, che conservano tutta la loro validità, considerano moralmente lecita l’asportazione dell’utero (isterectomia) quando esso costituisce un grave pericolo attuale per la vita o la salute della madre, e ritengono illecite, in quanto modalità di sterilizzazione diretta, l’asportazione dell’utero e la legatura delle tube (isolamento uterino) con il proposito di rendere impossibile un’eventuale gravidanza che può comportare qualche rischio per la madre.

Negli ultimi anni sono stati sottoposti alla Santa Sede alcuni casi, ben circostanziati, riguardanti anch’essil’isterectomia, che si configurano tuttavia come una fatti specie differente da quella presa in esame nel 1993, perché riguardano situazioni in cui la procreazione non è comunque possibile. Il dubbio e la risposta, accompagnati da una Nota illustrativa, che ora vengono pubblicati, si riferiscono a questa nuova fattispecie e completano le risposte date nel 1993.

Dubbio : Quando l’utero si trova irreversibilmente in uno stato tale da non poter essere più idoneo alla procreazione, e medici esperti hanno raggiunto la certezza che un’eventuale gravidanza porterà a un aborto spontaneo prima che il feto possa raggiungere lo stato di viabilità, è lecito asportarlo (isterectomia) ? Risposta : Sì, perché non si tratta di sterilizzazione.

Nota illustrativa : Il dubbio riguarda alcuni casi estremi, sottoposti recentemente alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che costituiscono una fattispecie differente da quella a cui era stata data risposta negativa il 31 luglio 1993. L’elemento che rende essenzialmente differente l’attuale quesito è la certezza raggiunta dai medici esperti che, in caso di gravidanza, essa si interromperebbe spontaneamente prima che il feto arrivi allo stato di viabilità.

Qui non si tratta di difficoltà o di rischi di maggiore o minore importanza, ma di una coppia per la quale non è possibile procreare. L’oggetto proprio della sterilizzazione è l’impedimento della funzione degli organi riproduttivi e la malizia della sterilizzazione consiste nel rifiuto della prole : essa è un atto contro il bonum prolis.

Nel caso contemplato nel quesito, invece, si sa che gli organi riproduttivi non sono in grado di custodire un concepito sino alla viabilità, cioè non sono in grado di svolgere la loro naturale funzione procreativa. Lo scopo del processo procreativo è mettere al mondo una creatura, ma qui la nascita di un feto vivo non è biologicamente possibile. Perciò si è di fronte non già ad un funzionamento imperfetto o rischioso degli organi riproduttivi, ma ad una situazione in cui lo scopo naturale di mettere al mondo una prole viva non è perseguibile.

L’intervento medico non può essere giudicato anti-procreativo, perché ci si trova in un contesto oggettivo nel quale non sono possibili né la procreazione né di conseguenza l’azione anti-procreativa. Asportare un apparato riproduttivo incapace di condurre a termine una gravidanza non può dunque essere qualificato come sterilizzazione diretta, che è e resta intrinsecamente illecita come fine e come mezzo.

Il problema dei criteri per valutare se la gravidanza possa o non possa prolungarsi fino allo stato di viabilità è una questione medica. Dal punto di vista morale, si deve chiedere che sia raggiunto tutto il grado di certezza che in medicina è possibile raggiungere e, in questo senso, la risposta data è valida per il quesito così come esso in buona fede è stato posto.

Inoltre, la risposta al dubbio non dice che la decisione di praticare l’isterectomia sia sempre la migliore, ma solo che nelle condizioni sopra menzionate è una decisione moralmente lecita, senza perciò escludere altre opzioni (per esempio, il ricorso ai periodi infecondi o l’astinenza totale). Spetta agli sposi, in dialogo con i medici e con la loro guida spirituale, scegliere la via da seguire, applicando al loro caso e alle loro circostanze i normali criteri di gradualità dell’intervento medico.

Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa al sottoscritto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha approvato la suddetta risposta e ne ha ordinato la pubblicazione.

 

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede,

10 dicembre 2018.

Luis F. Card. Ladaria, S.I. Prefetto + Giacomo Morandi

Arcivescovo tit. di Cerveteri
Segretario

 

Le inquietudini sollevate da questa risposta

La domanda riguardava un caso di isterectomia che comportava la sterilità della donna. La Congregazione per la Dottrina della Fede ricorda che aveva già risposto in modo classico facendo una distinzione : – il caso o lo stato dell’utero che costituisca realmente un grave pericolo per la vita o la salute della madre : la rimozione è lecita ; – il caso in cui quest’operazione sia un mezzo per impedire una nuova gravidanza : non è lecita e costituisce una sterilizzazione indiretta.

In questo modo, la CDF si basava sul principio dell’azione con una doppia conseguenza : è permesso, in certe condizioni (per un motivo proporzionale), eseguire un atto che produce un effetto positivo al quale è direttamente finalizzato, anche se questo atto può causare un effetto negativo concomitante.

Se è dunque possibile perseguire uno scopo legittimo (la salute della donna gravemente lesa) attraverso un mezzo (l’isterectomia) che conduce anche alla sterilità, non è però permesso utilizzare questo mezzo allo scopo diretto di produrre la sterilità. Il buon effetto deve essere ottenuto direttamente attraverso l’atto causato, e non già attraverso l’effetto dell’atto malvagio, come richiesto dalla lettera ai Romani 3, 8 : «Non dovremmo fare il male affinché venga il bene».

Nella recente risposta del 10 dicembre 2018, la Congregazione per la Dottrina della Fede non considera la salute fisica della sposa, ma, senza citarlo espressamente, considera certamente invece il problema degli aborti spontanei ripetuti, che è rilevante dal punto di vista della salute psicologica. Si tratta del caso in cui l’utero si trova in una condizione irreversibile in cui rigetta costantemente gli embrioni.

Su questa problematica, la CDF fa un ragionamento molto diverso da quello che potrebbe integrare i principi dell’atto con un doppio effetto. Visto che gli embrioni non potranno mai arrivare alla nascita in vita, si propone un sillogismo che appare quantomeno azzardato : la finalità del processo della procreazione è quella di far nascere una creatura ; la nascita di un feto vivente in questo caso non è possibile. Dunque, non si tratta realmente di procreazione.

Tuttavia la vita è il risultato del solo concepimento «vita non ancora nata» (Evangelium vitæ, n. 44). Visto che l’insegnamento della Chiesa ricorda, quale che sia la discussione filosofica sul momento dell’animazione dell’embrione, che la vita di un essere umano (che deve assolutamente essere rispettata) esiste a partire dal momento stesso di ciascun concepimento. (istruzione Donum vitæ, 22 febbraio 1987).

E questo avviene ad un certo stadio dello sviluppo cellulare, se gli embrioni sono umani, come frutto della procreazione di un uomo e una donna. E, dall’istante in cui sono animati, questi esseri sono votati ad un destino eterno, quand’anche essi non dovessero vedere la luce del giorno : il limbo, secondo la dottrina tradizionale, o il paradiso, secondo la discutibile ipotesi di un documento della commissione teologica internazionale del 2007.

In altri termini, la CDF, nel caso in cui il concepimento abbia tutte le probabilità di non essere seguito dalla messa al mondo di un bambino in vita, legittima una sterilizzazione finalizzata ad impedire che gli atti propri del matrimonio producano i loro effetti. In questo caso, recita, la sterilizzazione della donna, allo scopo di consentire gli atti del matrimonio senza «rischi», è moralmente accettabile.

Ma allora, perché la sterilizzazione della donna non lo sarebbe, allo stesso modo o attraverso la contraccezione, in tutti gli altri casi in cui la salute fisica o morale della sposa, l’armonia della coppia, o anche considerazioni di tipo finanziario, ecc., potrebbero rendere non desiderabile una nascita ? In altre parole, la risposta della CDF, non porta forse essa stessa ad la dottrina dell’Humanæ vitæ ? (Si noti che l’approvazione data dal Papa non è data in forma specifica, il che vuol dire che la risposta non abroga alcun testo precedente che trattava della stessa materia).

La cosa più stupefacente in questa risposta, dal ragionamento piuttosto confuso, è che le soluzioni che non si discostano dalla teologia morale classica sono tutte comunque indicate dalla CDF, ma solo a titolo di «opzioni alternative» : ricorrere, per gli atti del matrimonio, a periodi infertili o di totale astinenza da questi atti.

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