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Fonte accademianuovaitalia.it 04/04/2019

Autore Francesco Lamendola

    Il Sacrificio della santa Messa perché? Per Tommaso d’Aquino il maestro di tutti i teologi il miracolo dell’Eucarestia è perfino più grande del miracolo della Passione Morte e Risurrezione di Gesù essendo un miracolo senza fine di Francesco Lamendola  

La liturgia ruota intorno alla santa Messa e la santa Messa ruota intorno al Sacrificio Eucaristico. Ma che cos’è, esattamente, il Sacrificio Eucaristico? È il sacrificio di riparazione che gli uomini offrono a Dio, per espiare le conseguenze dei loro peccati particolari e anche le conseguenze del Peccato originale. Tuttavia, non esiste alcun sacrificio umano che possa soddisfare all’enormità dello scopo: le colpe degli uomini, davanti a Dio, sono tali che essi, da soli, non se ne possono giustificare. È quindi necessario che offrano qualcosa di assai più grande, di assai più prezioso di qualsiasi sacrificio possa venire da loro stessi: e ciò è appunto il Sacrifico eucaristico. Nel Sacrificio eucaristico, essi offrono al Padre il Sacrificio del suo stesso Figlio: e il Figlio accetta di rinnovare incessantemente il proprio Sacrificio, già consumato sul legno della croce, ogni volta che un sacerdote celebra la santa Messa, fosse pure davanti a due fedeli, a un solo fedele, e persino senza la presenza di alcun fedele, anche da solo: perché quando il sacerdote, nel corso della santa Messa, invoca la Presenza Reale nel pane e nel vino, questi diventano la Carne e il Sangue di Cristo, e il divino Sacrificio di quel giorno, a Gerusalemme, giorno buio, avvolto dalle tenebre, in cui si consuma il peccato più orrendo, ma anche giorno di salvezza che prepara la Redenzione finale e la vittoria sul male, si rinnova. E questo rinnovarsi continuo, miracoloso, inesauribile, del Sacrificio di Cristo, questo mistero abissale, questo atto d’amore infinito, è ciò che ha fatto scrivere a san Tommaso d’Aquino, il maestro di tutti i teologi, che il miracolo dell’Eucarestia è perfino più grande del miracolo della Passione, Morte e della Risurrezione di Gesù, al termine della sua missione terrena: perché esso ebbe luogo una volta sola, mentre l’Eucarestia è un miracolo che si rinnova senza fine e che sempre proseguirà, fino a quando ci sarà anche un solo sacerdote in tutto il mondo a celebrarlo.

 

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La Messa è il rinnovarsi del Sacrificio di Cristo, fatto per amor nostro. Noi pero' non offriamo qualcosa che è nostro, ma qualcosa che è Suo: noi offriamo al Padre il Corpo di Suo Figlio!

 

Scriveva don Gaspare de Stefani, con quella chiarezza e con quella semplicità che sono tipiche della pastorale pre-conciliare, nel libro La Santa Messa illustrata e spiegata (Torino, R. Berruti & C., 1950, pp. 8-9):

Le conseguenze della colpa d’Adamo furono incalcolabili come gravità e come estensione. Tutto l’edificio soprannaturale di grazia e di privilegi, di cui Dio aveva dotato Adamo, crollò, e l’uomo d’un tratto si trovò ridotto alle sole condizioni naturali. Non più figlio di Dio, ma una povera ribelle creatura; non più la partecipazione della vita divina con tutti i diritti che gli conferiva; non più l’esenzione dalla morte, dalle sofferenze, dall’ignoranza; non più l’armonia tra corpo e spirito e la perfetta sottomissione di questo a quello, ma lo scatenamento degli istinti, la lotta incessante tra la carne e la mente. Per soprappiù, quale capo di tutta l’umanità, e nell’ordine naturale ed in quello soprannaturale, Adamo trascinava nel suo disastro tutti i suoi discendenti, i quali non avrebbero più ricevuto da lui che una vita naturale spoglia di ogni dono superiore. Così tutta l‘umanità veniva in un attimo degradata: gli uomini da figli di Dio, come avrebbero potuto e dovuto essere, divennero dei reietti, che aggiungendo ancora ribellioni a ribellioni, scavarono vie più l’abisso in cui erano caduti.

Evidentemente nasceva per l’umanità intera un altro grave obbligo: quello della riparazione e dell’espiazione del peccato. Se prima il sacrificio era la semplice risposta della creatura umana al Creatore, un atto pubblico e sociale di riconoscimento della suprema Maestà, un atto di gratitudine per gli innumerevoli e smisurati benefici fatti da Dio all’uomo, e un atto di impetrazione di tutti i favori divini di cui abbisogna, ecco che col peccato il sacrificio veniva ad avere una nuova ragion d’essere e ad assumere un nuovo aspetto: diveniva necessario per riparare le umane colpe ed implorarne perdono.

Ma così decaduti e degradati per le colpe del primo uomo e per le proprie, che cosa avrebbero potuto offrire gli uomini che potesse pagare tanti enormi debiti? Che razza d’omaggio gradito a Dio avrebbe potuto partire da creature divenute odiose a Dio e una massa di dannazione? Guai a noi, se la infinita misericordia di Dio non avesse steso la mano all’uomo, dandogli il mezzo di risollevarsi dal fango in cui era caduto, di riabilitarsi e di riprendere il suo posto tra i figli di Dio!

Ed infatti, ecco che Dio, prima di infliggere all’uomo la minacciata punizione, promette e predice la liberazione e la salvezza. Se il demonio ha voluto prendersi gioco dei disegni della bontà divina verso l’uomo, Dio saprà nella sua potenza far servire l’opera del demonio a maggior scorno e confusione di questi, nello stesso tempo che a maggior salvezza dell’uomo. Poiché il demonio ha creduto di rovinar l’uomo, ingannando la donna, Dio maledice il tentatore e gli assicura che gli farà mordere la polvere del suolo: “Io metterò un’inimicizia fra te e le donne, tra il tuo genere ed il suo genere; questo genere ti schiaccerà il capo”. Prima di punire i due ribelli, condannandoli alla more, alle miserie della vita, e cacciarli dal paradiso terrestre, Iddio lascia loro balenare in un lontano avvenire una salvezza; lascia intravvedere Qualcuno che, con un atto di eroica obbedienza, offrirà sull’altare della Croce un tale sacrificio da cancellare sovrabbondantemente tutte le colpe degli uomini, e restituire a costoro grazia su grazia. Quindi fin dai primordi dell’umanità, e prima ancora che sia intimato il castigo ai due disubbidienti, è promesso che, quando siano compiuti i tempi preordinati da Dio, Qualcuno “nato da una donna”, verrà su questa terra a riscattare gli uomini dalla schiavitù del peccato e del demonio ed a restituire loro la figliolanza divina. Dopo il fallo originale i cherubini impediranno ai progenitori il ritorno nel paradiso terrestre e l’accesso all’albero della vita, i cui frutti li avrebbero resi immortali; ma un secondo Capo dell’umanità, Capo non soltanto umano, bensì umano-divino, al tempo stabilito, riaprirà le porte del Paradiso celeste, ridarà la vita eterna e procurerà un Pane che lo nutra.

 

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Per San Tommaso d’Aquino il maestro di tutti i teologi il miracolo dell’Eucarestia è perfino più grande del miracolo della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù essendo un miracolo senza fine!

 

La banalizzazione liturgica del Sacrificio eucaristico è una delle forme più esplicite e sconcertanti della desacralizzazione della fede cattolica cui stiamo assistendo nel corso degli ultimi decenni, cioè dopo il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica, in realtà una rivoluzione liturgica, diretta e firmata dall'arcivescovo massone Annibale Bugnini. E poiché il Sacrificio eucaristico è il cuore della Messa, banalizzare e desacralizzare quel momento equivale a smantellare tutta la Messa e colpire al cuore la fede cattolica. Mi sia permesso, a questo punto, un ricordo personale che varrà a chiarire meglio il senso del discorso. Poco dopo la prima Comunione, durante una funzione pomeridiana, un anziano prelato, non ricordo se il vescovo o un vescovo emerito, somministrava a noi bambini la santa Eucarestia. L'emozione mi giocò un brutto scherzo e, accostando incerto le labbra alla sua mano, mi lasciai sfuggire la particola dalle labbra, ed essa cadde a terra. Il mio istinto fu quello di chinarmi a raccoglierla, sia per rimediare al guaio da me causato, sia perché, intuitivamente, non mi pareva giusto che quell'uomo venerando dovesse piegare la schiena a causa di una mia goffaggine. Ma lui, con gesto fermo e deciso, mi fece intendere di restar lì, fermo; che ci avrebbe pensato lui. Nessun rimprovero, nessuna occhiataccia; egli si abbassò fino a terra, raccolse l'ostia con gesto composto, quasi solenne, e poi mi diede la Comunione, e i miei compagni la ricevettero dopo di me. Nessuno mi parlò più del piccolo incidente, né allora, né in seguito; io, però, non l'ho mai scordato. Non ricordo tutti i particolari; non ricordo se mi diede proprio la particola raccolta da terra, o se la mise da parte (ma dove, poi?), o la posò insieme alle altre; è molto probabile che non si sia preoccupato dell'igiene, mentre era evidente la sua preoccupazione per la santità dell'atto liturgico e il suo timore che fosse profanato, sia pure involontariamente. Oggi il neoclero della contro-chiesa si preoccupa molto dell'igiene, oltre che del clima, dell'ambiente e di tante altre belle cose; il signor Bergoglio sottrae l'anello piscatorio al bacio dei fedeli perché - così ha spiegato poi - i microbi non si diffondano attraverso tutte quelle bocche.

 

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La riforma/rivoluzione liturgica della Nuova Messa del 1969? Il fatto di ricevere l'ostia in piedi e di prenderla con le proprie mani e portarsela alla bocca, ha un sapore profano; meglio, un sapore protestante!

 

Aldo Maria Valli, con amara ironia, ha così osservato che la preoccupazione di codesta chiesa è passata dalla santificazione delle anime alla sanificazione dei corpi: estrema deriva di una fede che si è rattrappita, si è disseccata, ed è stata sostituita da una nuova "fede", tutta umana e immanente, nella quale il soprannaturale si è smarrito per via. A me, di quel gesto dell'anziano monsignore, è rimasta l'impressione di una grande serietà: benché mortificato, non mi sono sentito umiliato; ho compreso che il Corpo di Cristo è qualcosa di talmente prezioso, che solo il sacerdote lo può maneggiare, e sempre con estrema cura e delicatezza. La pratica di ricevere la Comunione sulle mani ha inferto un fierissimo colpo alla concezione sacrale dell'Eucarestia: è il tipico esempio di come una riforma liturgica porta con sé, necessariamente, delle gravi ricadute dottrinali. In sé e per sé, l'atto di comunicarsi è sempre quello, e non cambia il suo significato, né il suo valore, sia che la Comunione sia ricevuta sulla lingua, sia che il fedele porti l'ostia alla bocca con le proprie mani. Standosene ritto in piedi, e non in ginocchio, come si faceva prima della riforma/rivoluzione liturgica della Nuova Messa, cioè fino al 1969. In pratica, però, il fatto di ricevere l'ostia in piedi e di prenderla con le proprie mani e portarsela alla bocca, ha un sapore profano; meglio, un sapore protestante: che ci sta a fare il sacerdote, la cui anima si è consacrata a Dio? Egli non è un cameriere o un barista, che passa al cliente un tramezzino coi funghi  e la maionese: è un alter Christus, che distribuisce il Corpo di Cristo. Per difendere quel Corpo, san Tarcisio - è ancora un ricordo dell'infanzia, un racconto del sacerdote che ci impartiva le lezioni di catechismo - ha preferito lasciarsi ammazzare, piuttosto che consegnarlo ai pagani. Perché la Messa è questo: il rinnovarsi del Sacrificio di Cristo, fatto per amor nostro. Dunque, noi non offriamo qualcosa che è nostro, ma qualcosa che è Suo: noi offriamo al Padre il Corpo di Suo Figlio, e poi ce ne comunichiamo. E se non offriamo qualcosa di nostro, ma di Suo, va da sé che non abbiamo neppure il diritto di comportarci come se quella offerta fosse roba nostra. Se fosse roba nostra, potremmo offrirla nel modo che a noi pare migliore, a nostra discrezione; ma se offriamo qualcosa che non ci appartiene, non ci appartiene nemmeno il modo in cui offrirla. Quel modo è stato stabilito dalla Chiesa, alla luce di una sapienza e di una esperienza due volte millenaria, illuminata da Dio stesso: se non credessimo questo, non potremmo dirci cattolici. E dunque, con che diritto dei "cattolici" si comportano come se quel piccolo pezzo di pane fosse cosa loro? Si sono scordati che quel pezzo di pane è il Corpo di Cristo? E che il Corpo di Cristo non appartiene a loro, ma Dio stesso, e che noi possiamo solo adorarlo umilmente, consci della nostra indegnità? Domine, non sum dignus: Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa; ma di' soltanto una parola, e io sarò salvo.

 

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La banalizzazione liturgica del Sacrificio eucaristico è una delle forme più esplicite e sconcertanti della desacralizzazione della fede cattolica cui stiamo assistendo nel corso degli ultimi decenni!

 

Ci si faccia caso: ormai sono pochi i preti, pochissimi i vescovi, ancor meno i teologi (perché il male è partito da lì, dai cattivi teologi, ebbri di orgoglio per il loro sapere umano) che adoperano l’espressione Sacrificio Eucaristico. Non è certo, né può essere, un caso. La stessa parola sacrificio disturba i loro disegni, intralcia le loro vere intenzioni: condurre il gregge di Cristo, un poco alla volta, lontano da Cristo, senza che questo se ne accorga. Il Sacrificio di Cristo è la Croce: avete notato quanto poco essi parlano, ormai, della Croce? Essi sanno parlare ormai quasi solo della Misericordia di Dio; ma ne parlano in maniera subdola e perfida, per confondere le anime e non per edificarle. Domenica scorsa, per esempio, 31 marzo 2019, la sacra liturgia prevedeva la lettura della parabola del figlio prodigo. Ebbene: da cento, mille chiese, si sono udite omelie inneggianti alla misericordia di Dio, alla capacità del Padre di accogliere, di perdonare, di abbracciare chiunque; ma si sono udite pochissime parole che mettevano l‘accento sul punto veramente decisivo di quella parabola: il pentimento e la conversione del figlio. Se si tolgono il suo pentimento e la sua conversione, se si toglie il suo sentimento di profondo rammarico e di indegnità davanti al Padre, si toglie tutto. Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio: trattami come uno dei tuoi servi, dice l’evangelista Matteo. Ecco l’inganno, il tradimento nei confronti del Vangelo e dei fedeli: tacere il fatto che senza pentimento e senza conversione non c’è salvezza; dare a intendere che Dio perdona tutto, anche i peggiori peccati, perché è tanto misericordioso che non bada a quisquilie come il pentimento o il rifiuto di pentirsi. Chi si rende responsabile di una tale mostruosa alterazione del Vangelo, che capovolge addirittura il senso della Parola di Dio, si macchia di un crimine orrendo; si carica sulla coscienza il peso di un’azione talmente malvagia che si stenta a immaginarne una più grave. Questo infatti è il peccato dei peccati, la sorgente di ogni altro male: la falsificazione sistematica, intenzionale, scellerata, della strada che conduce alla verità, alla vita e alla salvezza. Non siete entrati voi, e avete impedito di farlo anche a quelli che lo volevano. Questo clero apostatico è uguale ai farisei accusati così duramente da Gesù...

   

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