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fonte lascuredielia.blogspot.it 18/01/2020

Autore don Elia

Iam enim securis ad radicem arborum posita est. Omnis ergo arbor quae non facit fructum bonum excidetur et in ignem mittetur (Mt 3, 10).

«Già la scure è posta alla radice degli alberi. Ogni albero, dunque, che non porta frutto buono sta per esser tagliato e gettato nel fuoco». La profezia di san Giovanni Battista, nel testo greco, indica, per mezzo di voci del presente con significato di futuro prossimo, un’azione imminente. Gli esegeti moderni sostengono di solito che la visione messianica del Precursore, che annunciava un giudizio immediato, sarebbe stata smentita dalla comparsa di un Messia tutto misericordia e perdono. Essi spiegano in tal senso l’ambasceria dei discepoli, da parte del profeta ormai incarcerato, che pongono a Gesù la fatidica domanda: «Sei tu colui che viene o ne aspettiamo un altro?» (Mt 11, 3). Il più grande fra i nati di donna, come il Signore stesso lo qualifica nell’identificarlo come il messaggero che Gli ha preparato la strada, cioè come quell’Elia che doveva tornare (cf. Mt 11, 10-11.14), sarebbe forse stato roso da un dubbio radicale che vanificasse tutta la sua missione e il sacrificio stesso della sua vita, che si sarebbe consumato di lì a poco? Ma come si sarebbe mai potuto sbagliare, a questo proposito, l’amico dello sposo che gioisce immensamente alla Sua voce, fino a dichiarare colma la misura della propria gioia (cf. Gv 3, 29)?

La profezia, in realtà, si adempì in tempi relativamente brevi, considerando quelli di Dio e della Sua pazienza. Se così non fosse, bisognerebbe ammettere che anche il Verbo incarnato abbia mancato il bersaglio, quando preannunciò che a quella generazione sarebbe stato chiesto conto del sangue di tutti i profeti (cf. Lc 11, 50-51). Non si tratta certo di un avvertimento isolato: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13, 3.5), affermò riferendosi a sciagure della cronaca di allora. Per imprimerlo meglio nel cuore degli ascoltatori, raccontò la parabola dell’uomo che aveva un fico piantato nella vigna e che da tre anni (quelli del ministero pubblico di Gesù) aspettava inutilmente che portasse frutto. Di fronte alla richiesta di abbatterlo, il fattore ottiene una dilazione così da poterlo ulteriormente concimare, pur ammettendo che, se ancora rimarrà infruttuoso, bisognerà tagliarlo (cf. Lc 13, 6-9). Ma a cosa si riferiva il Salvatore? Tutto il cammino di avvicinamento alla Città santa è gravido di tensione per il dramma che sta per consumarvisi, nel quale, paradossalmente, il giudicato giudicherà il suo popolo: il segno contraddetto – fino alla morte di croce – sarà rovina per chi lo respingerà, risurrezione per chi lo accoglierà (cf. Lc 2, 34).

Il giudizio annunciato dal Battista era dunque realmente imminente; l’esecuzione della sentenza, tuttavia, sopravverrà quarant’anni dopo, al termine del tempo lasciato dalla Provvidenza al popolo d’Israele perché si convertisse: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che a te sono inviati, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali, e non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta» (Mt 23, 37-38). Dopo la Pentecoste, la Chiesa nascente subirà una sanguinosa persecuzione da parte della sua stessa nazione, con la lapidazione di Stefano, la decapitazione di Giacomo di Zebedeo, l’incarcerazione di Pietro e tante altre sofferenze… Al momento prestabilito, giungerà l’inevitabile castigo per il quale il Signore aveva pianto alla vigilia della Sua Passione: «Se avessi riconosciuto anche tu, in questo giorno, la via della pace! […] Non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo della tua visita» (Lc 19, 42.44).

L’albero sterile, sul quale stava per abbattersi la vindice scure, era allora il giudaismo talmudico, che assassinò il Messia per conservare se stesso e non perdere il proprio potere, tanto da apostatare formalmente reclamando la morte del Re divino e riconoscendo un imperatore pagano come sovrano (cf. Gv 19, 15). Evidentemente giunse a tal punto perché, dietro la cortina fumogena di un ipocrita culto di Dio, adorava in realtà il diavolo (cf. Gv 8, 44); è per questo che, anche dopo la catastrofe del 70 e fino ai nostri giorni, esso ha continuato a combattere la Chiesa con ogni mezzo, riuscendo perfino ad infiltrarsi al suo interno e a far approvare da un concilio documenti in netto contrasto con la verità rivelata e fedelmente trasmessa per quasi venti secoli. Questo non significa però che la Chiesa stessa si sia pervertita (cosa del resto impossibile), ma che è oppressa da una categoria di persone che non hanno la fede. Non è il papato in se stesso che può snaturarsi, ma chi lo detiene può abusare del potere connesso esercitandolo per fini contrari. Non è l’episcopato che può prostituirsi al mondo, ma solo una parte dei suoi membri, tanti o pochi che siano.

Nel nostro caso, l’albero infruttuoso che sta per essere abbattuto non può essere la Chiesa militante, ma le strutture pastorali che non appartengono alla sua costituzione divina e che non portano più frutto. A differenza delle istituzioni dell’Antico Testamento, che erano una preparazione provvisoria al compimento del disegno di Dio, la Chiesa è destinata a permanere per tutta l’eternità, sebbene in una condizione glorificata che non ha ancora raggiunto. Gli elementi essenziali di governo, culto e dottrina che ha ricevuto dagli Apostoli, anche se sono necessari solo al suo pellegrinaggio terreno e in cielo saranno ormai superflui, devono perdurare sino alla fine dei tempi, cioè fino al ritorno dello Sposo nella gloria. È quindi gravemente erroneo e colpevole attaccare la Chiesa senza distinguerla da chi ne occupa abusivamente i centri nevralgici. Chi mai insulterebbe la propria madre dandole della prostituta? Qualcuno è davvero deciso a perdere il lume della ragione per opporsi all’eresia, concedendo così al diavolo una vittoria insperata? Qualcuno vuol proprio gettarsi ai suoi piedi, nell’illusione di risolvere la crisi attuale in fretta e con mezzi umani?

È il Signore che abbatterà il fico sterile – e lo farà per mezzo di strumenti da Lui scelti. Vogliamo sostituirci a Lui, oppure candidarci da soli a tale missione? Magari è la Vergine in persona ad aver trasmesso quest’ordine a qualche eletto che si accredita da sé? A quanto pare, c’è chi ha eretto il proprio giudizio privato a norma suprema di magistero; la successione apostolica è un optional che Cristo ha inventato solo per avallare tutte le presunte rivelazioni che avrebbero intasato la vita ecclesiale… Il guaio peggiore è che nel popolo di Dio, clero e laici, regna un’ignoranza terrificante del Vangelo, mentre ci si lascia assorbire e distrarre da caterve di pretesi messaggi celesti, i quali, quand’anche siano autentici, non sono indispensabili alla salvezza e non richiedono un assenso di fede divina, ma solo umana: la prima è l’adesione incondizionata che, sotto l’azione dello Spirito Santo, un cattolico è tenuto a prestare alla Rivelazione pubblica; la seconda è soltanto il risultato di un giudizio prudente, emesso come esito di un discernimento operato con la ragione.

Prepariamoci piuttosto al castigo con la preghiera, la penitenza e la carità verso tutti. Se il Padrone dell’aia si accinge a ripulirla a fondo, bisogna procurare con ogni mezzo di essere quel frumento che sarà riposto al sicuro nel granaio, piuttosto che ritrovarsi nella pula che finirà bruciata nel fuoco inestinguibile (cf. Mt 3, 12). In questa immagine, in prospettiva, traspare sicuramente il giudizio finale, ma si profilano anche quei giudizi intermedi con cui la misericordia divina scuote gli uomini affinché si convertano, così da evitare l’eterna condanna; i castighi temporali hanno lo scopo di scongiurare la pena definitiva. Ben due guerre mondiali, una peggiore dell’altra, non son bastate a far rinsavire l’umanità, malgrado il pressante avvertimento della Madonna a Fatima. Che cosa dobbiamo aspettarci oggi, visto che il male non ha fatto altro che progredire ed estendersi in ogni campo, fino a raggiungere livelli impensabili? Chiediamo l’umiltà e il realismo di chi sa riconoscere quando la risoluzione di un problema supera le possibilità umane e richiede quindi un intervento divino; solo così potremo cooperare con i piani della Provvidenza e sostenere la prova purificatrice.

   

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