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Fonte accademianuovaitalia.it 28/02/2018 

Autore Francesco Lamendola

Quella "neochiesa" che i cattolici progressisti chiamano “la chiesa di Francesco”: capire e interpretare la generale deriva dei valori morali che la nostra civiltà sta vivendo

Léon Bloy soleva dire che, per conoscere le ultime novità, leggeva le epistole paoline e il libro dell'Apocalisse (cfr. il nostro articolo: Se vuoi sapere le ultime notizie, leggi san Paolo e l'Apocalisse..., ripubblicato sul sito dell'Accademia Nuova Italia il 24/12/2017). Il senso di quella frase, che poteva parere una battuta e non lo era, era invece terribilmente seria, smontava i luoghi comuni della cultura progressista, secondo la quale l’umanità è sulla via delle magnifiche sorti, per il solo fatto che ha imboccato l’autostrada della modernità. Bloy, invece, sapeva quel che ogni cristiano dovrebbe sapere, e che ha sempre saputo, fino alla prima metà del XX secolo: che non vi è reale progresso nella storia, quanto meno non dal punto di vista spirituale e morale, se non nel solco tracciato da Gesù Cristo; e che tutto il resto è chiacchiera, sofisma, o, peggio, crimine organizzato, come hanno mostrato le ideologie assassine degli ultimi due secoli, con le loro ghigliottine, le loro pulizie etniche o di classe, i loro genocidi, i loro campi di sterminio e le loro bombe atomiche (perché anche la democrazia liberale rientra nel novero delle ideologie assassine, pur se verniciata di una tinta più rispettabile). Lo stesso progresso materiale, tecnologico ed economico, altro non è che un moltiplicatore del male, del crimine e dell’infamia, se non  è posto al servizio di un’idea spirituale superiore, ma è lasciato a se stesso, libero di andare nella direzione del maggior profitto e del maggior vantaggio, non per l’uomo, ma per la tecnica stessa e per le leggi di accumulazione del capitale finanziario.

Pertanto, se si vuol capire e interpretare la generale deriva dei valori morali che la nostra civiltà sta vivendo, e, più ancora, se un cattolico vuol capire quel che sta succedendo in quella che, ormai, sempre più sfacciatamente i cattolici progressisti chiamano “la chiesa di Francesco”, quasi che questo falso papa fosse diventato dio lui stesso, e come tale meritevole di adorazione, consigliamo di tornare ad alcuni documenti, straordinariamente lucidi, dei papi che vanno da Pio IX a Pio XII, nei quali si trovano indicate, con toni addirittura profetici, le deviazioni e le eresie che, se non combattute e fermate per tempo, sarebbero poi dilagate e avrebbero infettato l’intero corpo mistico della Sposa di Cristo. Uno di questi documenti, estremamente lucidi e profetici al tempo stesso, è, senz’altro, la lettera Testem benevolentiae, di un grande papa, Leone XIII, che i suddetti cattolici progressisti vorrebbero “arruolare” fra i precursori del loro tanto amato “spirito conciliare”, grazie a una interpretazione faziosa e parziale dell’enciclica “sociale” Rerum Novarum; mentre basterebbe il documento in questione, nonché la disposizione di far recitare, alla fine della santa Messa, la preghiera di liberazione dal maligno all’Arcangelo san Michele, per farci edotti che egli fu un papa pienamente fedele alla Tradizione e del tutto consapevole del rischio che si verificasse uno slittamento in senso politico-sociale della Chiesa cattolica.

Il 22 gennaio 1899 Leone XIII indirizzava al cardinale James Gibbons, arcivescovo di Baltimora, la lettera pastorale Testem benevolentiae nostrae (Testimone della nostra benevolenza), chiarendo la posizione del supremo Magistero riguardo ad alcune tendenze e proposte del cattolicesimo americano, allora note sotto il nome complessivo di americanismo, verso le quali esprimeva un giudizio chiaro e netto di rifiuto e di condanna. E lo faceva precisando che il primo e supremo mandato del pontefice romano è quello di provvedere sia all'integrità della fede, sia alla sicurezza dei fedeli, adoperando un linguaggio e facendo appello a dei concetti i quali, oggi, nel clima di confusione e di relativismo imperanti nella Chiesa dei nostri giorni, appaiono stonati, incongrui e quasi provenienti da un'altra epoca e da un altro mondo. Il che ci fornisce appunto una spia di quanto il pontificato romano, in epoca post-conciliare, e particolarmente sotto il falso papa Bergoglio, si sia clamorosamente e illecitamente allontanato dalla propria missione e dal proprio ruolo, non occupandosi più di queste due cose essenziali, l'integrità della fede e la sicurezza, ovvero la salvezza, dei fedeli. ma favorendo e incoraggiando un vero e proprio anarchismo pastorale e perfino dottrinale, ove pare che l'unica cosa che importi sia una non meglio specificata "misericordia" e dove null'altro si chiede ai fedeli, se non di giudicare le questioni morali ciascuno secondo la propria coscienza, senza nemmeno alludere alla dottrina cattolica e alla specificità e unicità del Vangelo di Gesù Cristo.

I punti principali dell'eresia americanista, perché tale essa deve essere considerata a tutti gli effetti, individuati dal Magistero di Leone XIII ed esplicitamente condannati, sono (come ricordato da Cristina Siccardi sul sito Tradidi quod et accepi, 1 Cor. 15,3),  i seguenti:

 

1) La chiesa per ottenere maggiori conversioni deve adattarsi alle esigenze moderne fino a mitigare la rigidezza, non soltanto della disciplina, ma del dogma.

2) Si deve concedere maggiore spirito di libertà anche per l’individuo, come nelle cose civili, così nelle cose di fede e di morale; quindi è superflua o meno necessaria la direzione spirituale, poiché deve essere lasciato spazio all’azione dello Spirito Santo, nel tempo moderno più prodigo di doni verso tutti.

3) Le virtù naturali sono preferibili a quelle soprannaturali, perché più consone ai tempi moderni.

4) Le virtù comunemente dette attive sono da anteporre a quelle denominate passive, come l’ubbidienza.

5) I voti religiosi sono da considerare come restrittivi della libertà e poco efficaci alla perfezione cristiana, soprattutto nei tempi moderni.

 

La logica conseguenza di tali premesse era che ciascuna chiesa locale poteva cercare un suo modus vivendi nel cotesto della nazione di cui faceva parte, col risultato di disperdere l’unità della Chiesa cattolica, della sua liturgia e della sua dottrina: esattamente quel che sta accadendo oggi, specialmente dopo l’infausta pubblicazione della esortazione apostolica Amoris laetitia, che non solo da una chiesa nazionale all’altra, ma perfino all’interno della stessa diocesi, anche in Italia, può essere interpretata e applicata in maniere discordanti.

L'eresia americanista si presentava, dunque, come una nuova forma di pelagianesimo, facendo perno su una fiducia nelle naturali capacità dell'uomo e mettendo in ombra la sua natura peccatrice, triste eredità della disobbedienza di Adamo; come una mancanza di ascolto e di rispetto del ministero petrino, supremo garante del Deposito della fede e difensore dell'unica dottrina cattolica, cioè universale, che non è suscettibile di modifiche per venire incontro alle speciali condizioni di questo o quel popolo, questa o quella cultura; e come una sopravvalutazione dell'agire rispetto alla fede (ignorando l'esplicito ammonimento di Cristo: Marta, Marta, tu ti agiti e ti affanni per molte cose, ma una sola cosa è necessaria: Maria si è scelta la pater migliore, che non le verrà toltaLuca, 10, 42) e, di conseguenza, una distinzione fra virtù attive e passive, indicando le prime come “migliori" e preferibili alle seconde. Tutti questi punti sono stati minuziosamente esaminati e confutati da Leone XIII, che ne ha mostrato il carattere intrinsecamente erroneo e la pericolosa deviazione dall'ortodossia cui ciascuno di essi conduce fatalmente.

Ci sembra pertanto di grande attualità rileggere i passi centrali di quel documento, che si può consultare nella sua interezza, sul testo latino, o tradotto in italiano, sul sito http://www.vatican.va:

 

Il fondamento dunque delle nuove opinioni accennate a questo si può ridurre: perché coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e, allentata l'antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli. E molti pensano che ciò debba intendersi, non solo della disciplina del vivere, ma anche delle dottrine che costituiscono il "deposito della fede". Pretendono perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dei dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la chiesa ha tenuto costantemente per fermo. Ora, diletto figlio Nostro, per dimostrare con quale riprovevole intenzione ciò sia stato immaginato, non c'è bisogno di un lungo discorso; basta non dimenticare la natura e l'origine della dottrina, che la Chiesa insegna. Su questo punto così afferma il concilio Vaticano: "La dottrina della fede, che Dio rivelò, non fu, quasi un'invenzione di filosofi, proposta da perfezionare alla umana ragione, ma come un deposito divino fu data alla sposa di Cristo da custodire fedelmente e dichiarare infallibilmente... Quel senso dei sacri dogmi si deve sempre ritenere, che una volta dichiarò la santa madre chiesa, ne mai da tal senso si dovrà recedere sotto colore e nome di più elevata intelligenza" (Cost. Dei Filius c. IV). Né affatto scevro di colpa deve reputarsi il silenzio, con cui, a ragion veduta, si passano inosservati e quasi si pongono in dimenticanza alcuni princìpi della dottrina cattolica. Di tutte le verità, quante ne abbraccia l'insegnamento cattolico, uno solo e uno stesso è infatti l'autore e il maestro, "l'unigenito Figlio che è nel seno del Padre" (Gv 1,18). E che tali verità siano adatte a tutte le età e a tutte le genti, chiaramente si deduce dalle parole che lo stesso Cristo disse agli apostoli: "Andate e ammaestrate tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho prescritto; e io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli" (Mt 28,19-21). Perciò, il citato concilio Vaticano dice: "Con fede divina e cattolica sono da credersi tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, e che dalla chiesa, sia con solenne giudizio sia con l'ordinario e universale magistero, sono proposte da credersi come rivelate da Dio" (Dei Filius c. III). Non avvenga pertanto che qualche cosa si detragga dalla dottrina ricevuta da Dio, o per qualunque fine si trascuri; poiché chi così facesse, anziché ricondurre alla chiesa i dissidenti, cercherà di strappare dalla chiesa i cattolici. Ritornino, poiché nulla meglio desideriamo, ritornino pur tutti, quanti vagano lungi dall'ovile di Cristo; ma non per altro sentiero se non per quello che lo stesso Cristo additò. (...) La disciplina poi del vivere, che si prescrive ai cattolici, non è certamente tale da escludere qualsiasi mitigazione, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi. Ha la chiesa, comunicatale dal suo Autore, un'indole clemente e misericordiosa; perciò, fin dal suo nascere, adempì di buon grado ciò che l'Apostolo Paolo di sé professava: "Mi sono fatto tutto a tutti, al fine di salvare tutti" (1 Cor 9,22). - Ed è testimone la storia di tutte le età passate che questa sede apostolica, a cui fu affidato non solo il magistero ma anche il supremo governo di tutta la chiesa, rimase bensì costante "nello stesso dogma, secondo lo stesso senso e la stessa opinione" (Dei Filius c. IV), e fu sempre solita regolare il modo di vivere così che, salvo il diritto divino, non trascurò mai i costumi e le esigenze di tanta diversità di popoli, che essa abbraccia. (...)

La licenza che assai sovente si confonde con la libertà, la smania di parlare e sparlare d'ogni cosa, la facoltà di pensare ciò che si vuole e di manifestarlo con la stampa, portarono così profonde tenebre nelle menti, che, ora più che per l'innanzi, è utile e necessario un magistero, per non andare contro la coscienza e contro il dovere. Non intendiamo Noi certamente ripudiare tutte le conquiste del genio dei nostri tempi; che anzi quanto di vero con lo studio, o di buono con l'operosità, si ottenne, Noi lo vediamo con piacere aggiungersi e accrescere il patrimonio della scienza e dilatare i confini della pubblica prosperità. Ma tutto questo, perché non venga privato di solida utilità, deve esistere e svilupparsi nel rispetto dell'autorità e della sapienza della chiesa. (...)

Per asserire poi che vi siano virtù cristiane più adatte ad alcuni tempi e altre ad altri, bisogna aver dimenticato le parole dell'apostolo; "Coloro che Dio ha preveduti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29). Maestro ed esemplare di ogni santità è Cristo; su di lui si devono modellare quanti desiderano entrare in cielo. Ora Cristo non muta col passare dei secoli; ma è "lo stesso ieri, e oggi e nei secoli" (Eb 13,8). È perciò agli uomini di ogni età che si dirigono quelle parole; "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29); in ogni tempo Cristo ci si presenta "fatto obbediente fino alla morte" (Fil 2,8); e vale per ogni età l'affermazione dell'apostolo: "Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze" (Gal 5,24). Piacesse a Dio che queste virtù fossero oggi praticate da molti, come le praticarono i santi uomini dei tempi passati! Quelli, con 1'umiltà, con l'obbedienza, con l'abnegazione di sé furono potenti in opere e in parole, con vantaggio sommo della religione e della società civile! Da questo per così dire disprezzo delle virtù evangeliche, che a torto sono chiamate "passive", era naturale che penetrasse, a poco a poco, negli animi anche il disprezzo della stessa vita religiosa, E che ciò sia comune nei fautori delle nuove opinioni, lo cogliamo da certe loro affermazioni intorno ai voti che vengono emessi negli ordini religiosi. Infatti essi dicono che questi voti si allontanano moltissimo dall'indole dell'età nostra, perché restringono i confini dell'umana libertà; e sono più adatti per gli animi deboli che per i forti; ne molto giovano alla cristiana perfezione e al bene della società umana: anzi ad entrambi si oppongono e sono d'impedimento. Ma quanto di falso vi sia in tali affermazioni, si deduce dalla pratica e dalla dottrina della chiesa, che sempre altamente approvò la vita religiosa. Né senza ragione; poiché coloro che, chiamati da Dio, abbracciano spontaneamente tale vita, perché non sono paghi dei comuni obblighi dei precetti, e perciò si legano ai consigli evangelici, si dimostrano soldati strenui e generosi dell'esercito di Cristo. Ora questo si dirà che sia da animi fiacchi? O inutile? O dannoso alla perfezione della vita? Coloro, che in tal modo si legano con la santità dei voti, sono tanto lungi dal perdere la propria libertà, che anzi ne godono una assai più piena e più nobile, quella cioè "con cui Cristo ci ha liberati" (Gal 4,31). Ciò che poi si aggiunge, che la vita religiosa è poco o nulla giovevole alla chiesa, oltre che essere un'affermazione ingiuriosa agli ordini religiosi, non può essere condivisa da quelli, i quali hanno conoscenza della storia della chiesa. (...)

Da quanto dunque finora abbiamo esposto appare chiaro, diletto Figlio Nostro, che Noi non possiamo approvare le opinioni, il cui complesso alcuni chiamano col nome di "americanismo". (…). Una, per unità di dottrina come per unità di regime, è la chiesa, e questa è cattolica: il cui centro e fondamento avendo Dio stabilito nella cattedra del beato Pietro, a buon diritto ha il titolo di romana, infatti "dove è Pietro ivi è la chiesa".

 

Due punti ci paiono, fra tutti, di particolare, incandescente attualità e drammaticità: quello in cui Leone XIII afferma: Non avvenga pertanto che qualche cosa si detragga dalla dottrina ricevuta da Dio, o per qualunque fine si trascuri; poiché chi così facesse, anziché ricondurre alla chiesa i dissidenti, cercherà di strappare dalla chiesa i cattolici; e quello in cui dice: Ora Cristo non muta col passare dei secoli; ma è "lo stesso ieri, e oggi e nei secoli" (Eb 13,8., È perciò agli uomini di ogni età che si dirigono quelle parole; "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29).

Anche oggi, e già a partire dal Concilio Vaticano II, sta accadendo che un neoclero progressista e modernista è impegnato ad attuare una silenziosa rivoluzione nella Chiesa, e una esiziale alterazione della dottrina cattolica, semplicemente tacendo e ignorando una parte del messaggio del Vangelo, mentre pone ogni sforzo nell’enfatizzare un’altra parte. In questo modo, “pulitamente” e senza troppo averne l’aria, come si addice a dei traditori che complottano nell’ombra e non osano mostrarsi a viso aperto, costoro stanno snaturando il messaggio di Gesù Cristo e lo stanno spostando, giorno dopo giorno, su di un piano meramente umano, immanente, sino al punto di suggerire che anche Gesù, dopotutto, era un uomo, e che quindi sia la sua Resurrezione, sia la sua Presenza Reale nella santa Eucarestia, non sono altro, in fin dei conti, che un fatto di “fede”, lasciando intendere che la fede è una cosa soggettiva, una mera opinione, non già una certezza, non una verità oggettiva. E, così facendo, stanno letteralmente falsificando e rovesciando il senso della religione cristiana e della fede cattolica.

La seconda riflessione di Leone XIII è ancor più pregnante e inequivocabile, e varrebbe a fare un po’ di chiarezza, e a disperdere tanto fumo di vane interpretazioni, se i cattolici progressisti fossero in buona fede, cioè se non fossero, sovente, quel che sono davvero: dei modernisti, vale a dire degli eretici che si fingono cattolici, ma non lo sono; sono solo dei pelagiani e dei ribelli al vero Magistero della Chiesa, animati dall’inaudita presunzione di poter cambiare la dottrina stessa, nonché la Chiesa in quanto tale, pur di aver ragione e di piegare la realtà delle cose alla loro apostasia dalla fede cattolica. Come dice la Lettera agli Ebrei (13, 8-9): Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono. Come sarebbe bello se queste parole venissero incise sulla porta di tutte le chiese, di tutti i seminari, di tutte le facoltà di teologia; se tutti gli uomini di Chiesa e se tutti i cattolici laici le leggessero e le meditassero frequentemente. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Come fanno bene queste parole, e come è prezioso sapere che non c’è nulla di nuovo sotto il sole, e che fin dall’epoca degli Apostoli c’era chi ardiva predicare un altro Gesù con la scusa del mutar dei tempi...

 

   

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