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fonte accademianuovaitalia.it 08/06/2018

Autore Francesco Lamendola

Se non diventerete come i bambini. Che cosa significa, per un adulto, diventare come un bambino? Per convertirsi, il segreto, è che bisogna diventare come dei bambini: ma che cos’hanno i bambini che l’adulto deve imitare?

Sono quelle frasi che tutti conoscono, anche i non credenti, ma sulle quali, proprio perché son tanto conosciute, raramente si fa un’approfondita riflessione: In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. (Mt 18,1-5). Alla quale si può aggiungere la successiva: Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. (Mt 18,10). Tutto chiaro ed evidente, in queste affermazioni di Gesù Cristo? Niente affatto. Che cosa significa, per un adulto, diventare come un bambino? La chiave sta nella prima delle due affermazioni: se non vi convertirete. Dunque, per convertirsi, il segreto è che bisogna diventare come dei bambini. Ma che cos’hanno i bambini, di specifico, che l’adulto deve imitare, per potersi convertire? In che cosa, in che senso gli adulti devono diventare come dei bambini? Devono imitare la loro innocenza? Diremmo proprio di no: i bambini non sono affatto “innocenti”, questo è un fiorellino retorico da quattro soldi, perché per essere innocenti, bisogna anche poter essere “colpevoli”, mentre i bambini sono creature pre-morali. Il bene e il male, per loro, sono valori in costruzione; ma nessuno potrebbe caricare sulle loro spalle una responsabilità di scelta di tipo morale, se scegliere è scegliere fra cose che si conoscono e non fra cose in gran parte ignote; tanto è vero che il bambino, per la legge, non è punibile, anche se compie un assassinio. Per la stessa ragione, come non si fa questione di “innocenza”, non si fa neppure questione di “bontà”, e meno ancora di “candore”. Non si tratta, perciò, di essere buoni come i bambini, candidi come loro, perché i bambini non sono né buoi, né candidi; e chiunque abbia a che fare con loro, chiunque li osservi da vicino, anche solo nell’arco di una mezza giornata, non può non rendersene conto. La leggenda della loro bontà, o del loro candore, nasce dal desiderio degli adulti di scoprire in loro un riflesso del “buon selvaggio” di memoria illuminista; di immaginarseli buoni e candidi per deplorare il fatto di esser diventati così cattivi e maliziosi. Ma allora, in che senso bisogna sforzarsi di assomigliare ai bambini?

Tanto per cominciare, leggendo bene, si trova che Gesù non dice: dovete sforzarvi di assomigliare ai bambini; ma dice, puramente e semplicemente: se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Dunque, non si tratta di assomigliare ai bambini, cosa che, per un adulto, sarebbe priva di significato, o meglio, si ridurrebbe a una pagliacciata. Tanto più che qui Gesù sta parlando di una cosa estremamente seria, la più seria di tutte: il segreto della conversione; sta parlando di una cosa da cui dipende la salvezza dell’anima, il destino eterno degli uomini. Figuriamoci se può aver avuto voglia di scherzare o se può aver trattato un simile argomento con leggerezza, o se può averlo abbassato al livello di una battuta retorica, cosa che, del resto, non faceva mai. Dunque, per potersi convertire, bisogna diventare come i fanciulli, e non già far finta di essere ritornati fanciulli. Ma come è possibile? A noi pare che il segreto stia in questo: che convertirsi vuol dire aver fede: In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile (Mt 17,20). Ebbene, la caratteristica essenziale del bambino non è, come abbiamo visto, né l’innocenza, né la bontà, né il candore, sebbene il bambino possa anche essere, talvolta, o piuttosto apparire, innocente, buono e candido; ma è la fede. Sì: il bambino è pieno di fede: crede che tutto sia possibile; e, se è convinto che una certa cosa possa accadere, attende con suprema fiducia che essa accada, a dispetto di tutte le apparenze e a dispetto di ogni logica e probabilità. Nulla e nessuno riusciranno a smuoverlo dalla sua fede: è questa la sua caratteristica più specifica.

Naturalmente, la fede del bambino non è una fede di tipo religioso, bensì di tipo magico: somiglia più a quella del mago che a quella del mistico. Quando gioca a fare il mago, o la fata, il bambino o la bambina sono perfettamente a loro agio, nei loro veri panni: la bacchetta magica, per loro, è esattamente quel che simboleggia, uno strumento per attuare ciò che è impossibile, secondo la logica e seconda la ragionevolezza. Il bambino crede, perché tale è la sua natura: crede che, nella notte, verrà Babbo Natale, oppure la befana, a portargli i regali, purché sia stato buono; e crede che il bacio del Principe Azzurro possa risvegliare la Bella Addormentata da un sonno di secoli e secoli. Crede che nel bosco, d’estate, le lucciole e i grilli intreccino danze incantate, e che un burattino di legno possa prendere vita, parlare e agire come un bambino. Crede che, facendo attenzione, si possa riconoscere, nel soffio del vento, la voce della Fata Primavera, e crede che il mago di Bagdad possa volare sul tappeto magico, e trasformare in statue di pietra tutti quelli che ha deciso di colpire con i suoi incantesimi. A nostro avviso, Gesù intendeva questo: che, per convertirsi, bisogna saper credere con la stessa fiducia, con lo stesso abbandono totale che contraddistinguono i bambini. I bambini non hanno bisogno di sforzarsi, per credere; la loro fede è una fede del tutto spontanea. Ebbene: tale deve essere la fede nel Vangelo, da parte degli adulti: una fede totale, un abbandono completo; solo a questa condizione, Dio si rivela agli uomini. Dio non si rivela ai superbi e resiste agli orgogliosi, ma si rivela ai piccoli e ai semplici.

La fede non è questione di scienza umana, di sapere umano; anche la teologia può aiutare e illuminare la fede, ma solo se essa, per prima, si fa piccola e umile davanti al mistero della fede, che è il mistero di Dio. Una teologia orgogliosa, gonfia di presunzione in se stessa, nelle possibilità della ragione umana, è una contraddizione in termini; ed è precisamente questo il peccato d’origine di gran parte della teologia contemporanea, di quella che va pomposamente sotto il nome di teologia della svolta antropologica. Ma quale svolta antropologica, ma quale antropocentrismo. La teologia è la scienza delle cose divine; e, per entrare nelle cose divine, bisogna togliersi le scarpe, mettersi la cenere sul capo, e avanzare in punta di piedi, sospirando e gemendo; bisogna gettarsi in ginocchio davanti al mistero di Gesù eucaristico, davanti alla luce accecante della Rivelazione, perché, dice Gesù agli Apostoli, Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14,6). Ora, non si creda che sia irriverente paragonare la semplice fede dei bambini alla fede del perfetto cristiano: anche se i contenuti sono del tutto diversi, il meccanismo psicologico è lo stesso. Si osservi un bambino mentre sta giocando con i suoi giochi preferiti, oppure mentre ascolta una fiaba che gli raccontano i suoi genitori: la sua fantasia parte al galoppo; quei giocattoli si animano, prendono vita nelle sue piccole mani; e le avventure della fiaba è come se si stessero svolgendo proprio lì, davanti ai suoi occhi. Per lui, non c’è alcuna differenza, non c’è alcuna distinzione fra la realtà ordinaria e la realtà straordinaria del gioco e della fiaba. Gesù amava i bambini, ma non li idealizzava; li conosceva, li aveva osservati: essi andavano da Lui e Lui li tratteneva volentieri presso di Sé: questo significa che loro sentivano in Lui un grande amico, e Lui sentiva in loro quella fede schietta, quella disponibilità e credere con tutto il proprio essere, che mai si ritrova in eguale misura nell’uomo adulto. Avete mai provato ad aprire la scatola dei giochi di quando eravate bambini, a sfogliare il libro di fiabe di quando avevate sei, sette, otto anni? Perché quei giocattoli, ora, nelle vostre mani, sono solo degli oggetti inanimati di plastica, o di terracotta, o di porcellana, e perché quel libro è solo un insieme di pagine illustrate, che non vi suscita neppure lontanamente le stesse emozioni di allora? Perché quei soldatini, quelle macchinette, quelle bambole, quando eravate piccoli, vi trasportavano nel regno incantato della fantasia, mentre ora giacciono spenti e muti davanti a voi? E perché tutti quegli adulti si aggirano con aria seria e pensosa fra le bancarelle del mercatino dell’antiquariato, contemplando quasi con incredulità dei giocattoli quasi identici a quelli che avevano da bambini, e pare che non li riconoscano, li guardano come se non li avessero mai visti? Che cosa manca, oggi, alla meraviglia, allo stupore di allora? Chi ha chiuso la porta incantata del mondo dei sogni, e perché non è più possibile entrarvi? Dove è andata a finire la chiave, chi l’ha sottratta, chi l’ha nascosta: forse uno spiritello dispettoso e maligno? Forse uno gnomo, un folletto, un coboldo in vena di pessimi scherzi? Eppure, la risposta è semplice: gli oggetti sono sempre quelli, le fiabe sono sempre quelle, ma l’adulto è cambiato, perché ha perso la fede di allora.

La fede in Gesù richiede una capacità di farsi piccoli, di farsi umili, di rinunziare a tutta la falsa sapienza che crediamo di possedere, per poter essere riempiti dallo Spirito Santo. Se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. E guai al cristiano che, avendo una cultura superiore, pensa di aver capito più cose, riguardo a Dio, di quante Dio non gli conceda di capire; guai al teologo che presuma di possedere una scienza più alta del comune credente, in virtù delle sue lauree e dei suoi diplomi, delle sue pubblicazioni e dei riconoscimento che gli vengono a livello accademico. Non è così che ci si accosta al divino Maestro: chi lo fa con una tale disposizione d’animo, non imparerà nulla, e non capirebbe neppure se venisse Gesù e gli mostrasse le sue piaghe, e lo invitasse a toccarle con le sue dita, come fece con l’incredulo san Tommaso. Perché il mistero della fede del bambino è tutto racchiuso nel suo mondo fantastico, ma il mistero della fede cristiana è in Dio, e in Dio soltanto: nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. (Mt 11,27). O ci si mette in testa che Dio è destinato a rimanere un libro chiuso per i presuntuosi e i superbi, oppure si continuerà a parlare di Lui, a scrivere di Lui, a predicare di Lui, a tenere delle bellissime conferenze e a organizzare incontri, eventi e seminari d’ogni tipo, ma senza essersi avvicinati d’un solo millimetro a Colui del quale si sta parlando.

Certo: per l’individuo adulto, che ha sviluppato la razionalità, abbandonarsi in Dio con la sola fede può apparire come un grosso sacrificio; ma, se ciò accade, è solo perché egli non ha compreso in cosa consiste la fede. La fede cristiana non è la fede in una teoria, o in un complesso di valori: è, prima di tutto e soprattutto, la fede in una Persona, la Persona di Gesù  Cristo. Poi è la fede nelle sue parole e nei suoi atti: nella sua Incarnazione, nella sua Passione, nella sua Morte e nella sua Resurrezione. Infine, è la fede nella Speranza che Lui ha acceso nei nostri cuori, incendiandoli come il fuoco la paglia, e che è costantemente sostenuta dalla presenza e dell’azione dello Spirito Santo: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 23,32). Per chi ha compreso il senso della vita e del messaggio di Gesù, abbandonarsi a Lui non è un sacrificio, né una mortificazione, ma un immenso acquisto: e ciò vale anche per lo studioso, per l’erudito, per colui che ama comprendere e spiegare le cose dal punto di vista razionale. A questo servono la vera filosofia e la sana teologia: sono un aiuto per quanti hanno bisogno di esplorare anche la dimensione razionale della divina Rivelazione. Tuttavia, se mai dovessero rivelarsi delle pietre d’inciampo, è meglio sbarazzarsene e lasciarle andare, perché non a tutti è concesso unire la dimensione razionale della dottrina e quella spirituale della fede; e, dovendo operare una scelta, senza alcun dubbio la preferenza va data alla seconda. Quante volte Gesù in Persona ha ammonito che saranno i piccoli e i semplici a vedere la gloria di Dio, mentre non vi riusciranno i superbi, con tutta la loro sapienza?

Di fatto, nel cristianesimo è sempre esistita la tentazione gnostica; e Simon Mago, che chiese a san Pietro di ricevere il dono dello Spirito Santo in cambio di denaro, è considerato a buon diritto il primo gnostico. Per gli gnostici, esistono una religione segreta, un Vangelo segreto, un Gesù segreto, accessibili solo a pochi, e diverso da quelli riservati alle moltitudini; a loro, che si considerano sapienti e intelligenti, il cristianesimo rivela i suoi “veri” contenuti, che tutti gli altri ignorano, e diviene così, nelle loro mani, uno strumento di potere. È paradossale che una delle accuse preferite che il signor Bergoglio lancia in faccia ai suoi critici, cioè a quelli che i cattolici progressisti chiamano, con disprezzo, “tradizionalisti”, sia proprio quella di essere gnostici; è paradossale, perché il fatto che la tentazione gnostica esista, e sia sempre esistita, nella storia della Chiesa, non avvalora per niente la tesi estrema contrapposta, ossia che i contenuti di verità della dottrina cristiana siamo sostanzialmente indifferenti, e che l’unica cosa che conta sia “l’amore”. Questa, infatti, è l’eresia opposta e complementare allo gnosticismo, e potremmo chiamarla, semplicemente, demagogia: un cristianesimo fatto su misura per le folle, in modo da piacere al mondo, scusando ogni vizio e calpestando la legge divina. Ancora: se non diverrete come bambini...

 

   

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