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Fonte oppotuneimportune.blogspot.it 24/11/2018

Autore Cesare Baronio

Ad vos, o sacerdotes,
qui despicitis nomen meum et dixistis:
In quo despeximus nomen tuum?
Offertis super altare meum panem pollutum,
et dicitis: In quo polluimus te?


Malachia I, 6-7

Carissimo dott. Tosatti,
 
ho letto, non senza rammarico, la risposta che padre Cavalcoli ha inviato ad un lettore di Stilum Curiae (qui). Nel primo intervento, il lettore si lamentava per l’atteggiamento di un sacerdote nei confronti di alcuni fedeli che questi ritiene conservatori e per ciò stesso critici verso il Papa.
 
Se mi permette, vorrei rispondere tanto al lettore conservatore quanto a padre Cavalcoli. Sono consapevole che il mio commento verrà forse giudicato estremista, ma ritengo che possa quantomeno aprire uno spiraglio alla riflessione di quanti sono disorientati o addirittura scandalizzati - e giustamente, direi - dalla crisi presente. 
 
Il pio lettore esprime le sue perplessità perché, durante l’omelia, il celebrante non risparmia aspre critiche a chi, per il solo fatto di avere un atteggiamento rispettoso nei confronti del Ss.mo Sacramento, lascia comprendere di non esser allineato al nuovo corso bergogliano. Mi pare che questo sacerdote abbia perfettamente ragione: genuflettere dinanzi a Dio è cosa che appartiene ai Cattolici, non ai seguaci della setta conciliare. I quali - giova ricordarlo - non è da quando Bergoglio è asceso al Soglio che hanno imparato dai loro parroci a star orgogliosamente in piedi durante la Consacrazione, a ricevere le Sacre Specie nella mano, a non salutare il Re divino nel tabernacolo quando entrano ed escono di chiesa, a disertare le rare occasioni in cui Egli è esposto all’adorazione dei fedeli. D’altra parte, la stessa liturgia riformata è tutta incentrata sull’uomo - in una dimensione antropocentrica, direbbe forse padre Cavalcoli con appropriato linguaggio - mentre il Signore è confinato in una spoglia cappellina laterale per non disturbare l’allegra sinassi e viene ripetutamente privato, durante la Messa, dell’onore che Gli è dovuto. Chi segue scrupolosamente le Rubriche del nuovo Messale genuflette molte meno volte che nella Messa cattolica; chi si inventa i riti a proprio piacimento - come avviene quasi ovunque e finanche alle Cappelle Papali - non manca di togliere quei pochi, timorosi segni di adorazione che sopravvivevano nella Messa montiniana. Alle due genuflessioni prima e dopo l’Elevazione che sono previste nel rito cattolico, se n’era mantenuta una sola, che ormai va sostituendosi con una semplice riverenza del capo, ad iniziare da Bergoglio; il quale è tanto parco di genuflessioni al Santissimo quanto generoso nelle prostrazioni alla lavanda dei piedi di maomettani e idolatri.
 
Quel prete ha ragione, caro Tosatti: chi si inginocchia alla balaustra esprime col suo gesto non solo l’adorazione dovuta a Dio, ma anche un silenzioso rimprovero a chi quella genuflessione non la vuol fare perché considera che la Presenza Reale di Cristo sta nei poveri. L’ha affermato pochi giorni or sono Bergoglio in un suo discorso in occasione della Giornata Mondiale loro dedicata (qui). Riferendosi ai doveri dei discepoli di Cristo nei confronti dei poveri, ha detto che essi «sono chiamati a rendere loro onore, a dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi». Né questo irriverente sproposito è una novità recente: ne aveva già parlato lo stesso Bergoglio (qui), e ancor prima padre Cantalamessa l’aveva più volte sostenuto, come ho rilevato tempo fa (qui). Padre Cantalamessa è infatti convinto che le parole della Consacrazione - Questo è il mio Corpo - vadano riferite all’assemblea presente alla celebrazione, e non alle Specie Eucaristiche. Egli ha avuto modo di spiegarlo a giovani sacerdoti, invitandoli ad enfatizzare questo concetto con un gesto della mano, indicando appunto i fedeli, senza concentrarsi sull’altare. Secondo questa teoria, Cristo si renderebbe presente nell’assemblea, e questa presenza sarebbe semplicemente significata dalla condivisione del banchetto eucaristico. Un’eresia vera e propria, insomma.
 
Non mi meraviglia che un prete della setta conciliare veda nella genuflessione di un fedele un gesto di tacito rimprovero: questa è l’ennesima prova che nelle nostre chiese, un tempo cattoliche, si celebrano i riti di un’altra religione: riti, va ricordato, che ripetono pedissequamente i passi compiuti dagli eretici protestanti e che sono stati pensati proprio per compiacere questi eretici, in nome del dialogo ecumenico. Non vi è un solo iota del Novus Horror che non sia ispirato dalle innovazioni precedentemente compiute da Lutero, da Calvino, da Cranmer e da tutta la serie di eresiarchi che li hanno seguiti.
 
Ciò che mi meraviglia, invece, è lo stupore del pio lettore. Il quale dovrebbe aver compreso che l’assistere a quel rito con spirito di mortificazione finisce per ratificare l’irriverenza del celebrante verso quel Dio che invece la Messa cattolica adora in modo perfetto, non essendo essa frutto degli intrighi di qualche prelato massone, ma degl’insegnamenti che Nostro Signore impartì agli Apostoli e che questi trasmisero fedelmente e santamente ai loro successori.
 
Il mio invito è quindi di abbandonare quanto prima quel rito e cercare una chiesa in cui si celebri degnamente la Messa tridentina, possibilmente con un sacerdote che non sia biritualista e che abbia la coerenza di predicare senza cercar di mettere insieme la Fede cattolica con il Vaticano II.
 
Veniamo ora a padre Cavalcoli. Il quale afferma: «Consiglio a quel fedele che, mentre partecipa alla Messa Novus Ordo, si sente colpevolizzato dal celebrante, di adeguarsi alla liturgia del Novus Ordo. Altrimenti, vada ad una Messa del Vetus Ordo». Il che, a rigor di logica, potrebbe esser tradotto come segue: «Consiglio a quel fedele che, mentre partecipa al Novus Ordo, capisce che esso non ha niente a che vedere con la Messa cattolica, di cambiare religione abbracciando quella che il Novus Ordo esprime. Altrimenti, rimanga Cattolico e vada ad una Messa cattolica».
 
Rimane da capire se padre Cavalcoli ritenga che Novus e Vetus Ordo siano solo due diverse forme del medesimo rito; in questo caso il suo consiglio darebbe prova di quanto sostengo da sempre, e cioè che la mentalità - la mens - di chi ha concesso la celebrazione del rito antico non è di riparare un torto gravissimo e di ripristinare un rito che nessun Papa poteva abrogare; ma semplicemente - e dolosamente, direi - di convertire al verbo conciliare quanti si sentono rappresentati da una Gerarchia che concede loro nientemeno che il privilegio di essere e rimanere Cattolici, a patto che a loro volta essi riconoscano il diritto ai seguaci del Concilio e del Novus Horror di definirsi anch’essi Cattolici. Il che, ovviamente, è una contraddizione palese.
 
La mentalità del Motu Proprio è quella di una sorta di chiesa-supermercato, dove si trova tutto e il contrario di tutto, le funzioni sacrileghe con le parole della Consacrazione modificate dal celebrante e i Pontificali al trono, le concelebrazioni in cui si distribuisce la Comunione anche agli acattolici e le Messe in terzo coi fedeli genuflessi alla balaustra, i riti blasfemi dei Catecumenali e i catafalchi coi drappi neri. L’importante è che si accetti il Concilio, che si riconosca la validità del Novus Ordo e si taccia dinanzi alle eresie manifeste e reiterate dei Sacri Pastori. Se poi qualche sedicente tradizionalista vuol baloccarsi con l’antico rito, faccia pure, ma attenzione: che rimanga confinato entro gli spazj assegnatigli, come in una riserva indiana, e che sappia che al primo cenno di insofferenza verso il Satrapo di Santa Marta arriverà implacabile la sanzione del Vescovo, più che entusiasta di aver un pretesto per revocare la concessione accordata obtorto collo in nome dell’inclusività conciliare che mette insieme Dio e Belial.
 
Se padre Cavalcoli - che pure non è un giovane levita ignaro dell’abissale differenza esistente tra la Messa cattolica e la sua parodia filoprotestante - ritiene che sia accettabile la convivenza tra due riti che si negano a vicenda, mi spiace dover prendere atto che il suo consiglio non ha nulla di cattolico, e che è evidente che si è lasciato contaminare dall’indifferentismo liturgico à la Ratzinger, non meno pericoloso del fanatismo dei progressisti tout-court.
 
Se invece egli sostiene che il rito riformato va bene per i Riformati, e quello cattolico per i Cattolici, sarei curioso di sapere quale egli celebri, per trarne le dovute conseguenze.
 
Con devota stima,
Cesare Baronio +
   

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