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Fonte accademianuovaitalia.it 16/11/2018

Autore Francesco Lamendola

  Guarire dall’orgoglio e rinascere nell’umiltà. L’orgoglio, in un certo senso, è "il padre di tutti i peccati": non esiste altro rimedio a questa "patologia", se non la "metanoia", cioè una conversione, dall'orgoglio all'umiltà

L’orgoglio, in un certo senso, è il padre di tutti i peccati: è per orgoglio che si invidia, che si mente, che si imbroglia, che si ruba – non solo la roba d’altri, ma anche la donna d’altri -, che si uccide; è per orgoglio che si rifiuta Dio, che si disprezza il suo amore e il suo richiamo; ed è ancora per orgoglio che non si crede al suo perdono e che si piomba, così, in un ulteriore e mortale peccato, dal quale raramente si esce vivi, la disperazione. L’orgoglioso è doppiamente peccatore: vuol essere da più dei sui simili, ma, in fondo, vorrebbe essere anche da più, o almeno al pari, di Dio. Non gli va giù che ci sia qualcuno che sta sopra di lui: gli sembra una intollerabile offesa alla sua dignità, una umiliazione cui ha il diritto e quasi il dovere di reagire. Ma è chiaro che l’orgoglioso è anche un potenziale disperato: prima o poi, magari proprio alla fine, arriva sempre il momento in cui si rende conto di essersi sopravvalutato, di aver preteso troppo da se stesso, e scopre di essere assolutamente impari al ruolo di antagonista di Dio. L’angoscia e la rovinosa caduta nella disperazione sono la conseguenza pressoché inevitabile di una simile scoperta, che non di rado sfocia nel suicidio, fisico o morale. L’orgoglioso, sconfitto e umiliato, non sopporta l’onta che ha subito; anche se nessuno lo vedesse, non la sopporterebbe nemmeno a tu per tu con se stesso. Forse non sapremo mai le vere ragioni per le quali Giuda tradì Cristo; ma conosciamo con certezza la ragione per la quale si è suicidato: l’orgoglio. Non è stato abbastanza umile da accettare l’idea che Gesù lo avrebbe potuto perdonare, se dal pentimento fosse passato alla richiesta del perdono: era troppo orgoglioso per questo. Evidentemente, non aveva capito nulla del Vangelo: Se non vi farete piccoli come questi bambini, non entrerete nel regno dei Cieli.

 

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Caino e Abele: la società moderna è il trionfo del primo !

 

Scriveva Frère Éphraïm nel suo libro Guarire con i misteri del Rosario (titolo originale: Des Mystères pour guérir, Nouan-le-Fuzelier, Éditions des Béatitudes, 1998; traduzione dal francese di Dario Gallon, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2000, pp. 239-242):

L’avvenimento principale nel cielo della prima creazione fu la rivolta dell’Angelo della Luce, l’avvenimento principale nel cielo dopo la nuova creazione è l’Assunzione di Maria e la sua incoronazione. All’orgoglio che ha comportato la disgrazia degli uomini risponde  l’umiltà, fonte della nostra gioia.  L’orgoglio è il frutto amaro della rivolta, la ferita infetta che non trova rimedio e che si allarga ogni volta che è toccata. L’analisi filologica della parola orgoglio nella Bibbia pone in evidenza l’idea di elevare se stessi. E perché ci si eleva se non perché ci si sente sminuiti? Il desiderio di brillare al di sopra degli altri è originato da un errore, da una confusione tra due mondi, quello spirituale e quello umano. Nel mondo spirituale non ci può essere posto per l’orgoglio poiché ogni creatura gioisce di una pienezza che gli è propria e che non può essere paragonata a un’altra pienezza. Come disse Teresa del Bambino Gesù, che un bicchiere sia piccolo o grande, se è pieno esso ha raggiunto la sua pienezza e nella manca alla sua pienezza.  Ciò è vero finché gli occhi sono rivolti a Dio, ma non appena si volgono, ci si mette a fare paragoni per trovarsi spogliati e gridare all’ingiustizia, per reclamare ciò che l’altro possiede.  Processo che comporta una crisi che il filosofo René Girard definisce ”mimetico”. Da quel momento la morte di Abele è programmata e con lui la morte della nostra coscienza.

Attraverso il privilegio della sua Immacolata Concezione, Maria non ha tolto gli occhi dall’oggetto del suo unico amore, Dio, ed ecco che è rimasta umile e povera. Ella ha potuti dire come nel salmo di Davide: “A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli. Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi” (Salmo 123, 1-2).

Uno “starets” diceva che non aveva mai visto un monaco umile diventare folle poiché è l’orgoglio la radice della follia. Gonfiarsi d’orgoglio, dice la Bibbia, significa una mancata realizzazione, una migrazione nel mondo dell’illusione e del delirio. L’uomo è per natura paranoico, cioè si inventa una personalità sostitutiva per difendersi da ogni aggressione L’altro sarà sempre una minaccia per lui, anche se il sentirsi minacciati è un sentimento diffuso e profondamente nascosto, esso lavora e influisce sul suo comportamento. Ciò che san Paolo definisce orgoglio della vita potremmo identificarlo oggi come paranoia originale. Essa è generata, come dice l’Apostolo, dallo spirito del mondo ribelle al Padre: “Poiché tutto quello che p nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1 Giovanni 2, 16). Maria è Regina perché è Madre, una Madre che ha adottato i costumi della Trinità che si riassumono nel movimento di donarsi senza sosta e senza rendiconto. Attraverso di lei, la via dell’infanzia diventa una via regale. Aragon aveva scritto questo verso umanamente contestabile: “La donna è l’avvenire dell’uomo”. Ma misticamente, questa intuizione diventa pertinente, potremmo anche amplificarla con san Paolo: “La gloria dell’uomo è la donna” (1 Colossesi, 11, 7). In effetti, l’orgoglio della vita, la paranoia originale, scompare assorbita dalla Tutta Pura presso colui che si consacra totalmente a lei. Questa via mariana, regale e dell’infanzia si trova condensata nella prima frase della consacrazione monfortoniana: “Io ti scelgo, oggi, oh Maria, in presenza di tutta la corte celeste come Madre e Regina…”. Consegnandosi a Maria come un tempo i cavalieri alla propria dama, ci si libera dalla difesa di se stessi e del proprio illusorio territorio.

San Silouane del Monte Athos dice che ogni impeto d’orgoglio si concretizza nella sfera spirituale attraverso una tentazione di disperazione. In effetti, l’impeto d’orgoglio dà l’illusione di crescere, ma al fondo di noi la coscienza sa molto bene che ci si sbaglia e, passato l’impeto d’orgoglio, la collera ne prende il posto, una collera contro se stessi benché gli altri siano spesso considerati responsabili della delusione. È un vero risentimento. Quelli che hanno frequentato persone che presentano tratti paranoici accentuati conoscono bene questo tipo di collera, questi impeti di violenza che sono grida di disperazione e di terribile sofferenza, somiglianti agli eccessi di disperazione del bambino che urla per ripicca. Un orgoglioso resta sempre deluso dagli altri, per quanto facciano, non gli rinviano un’immagine abbastanza valorizzante, e resta deluso della sua incapacità di gestire i suoi desideri di crescita. La rana che vuol diventare grossa come un bue finisce sempre per scoppiare. Al contrario, la principessa che si considera come Cenerentola finisce per andare in sposa al figlio del Re.

 

Il nome di battesimo di Frère Éphraïm è Gérard Croissant. Nato a Nancy nel 1949, da una famiglia di ebrei protestanti, si era convertito al cattolicesimo, aveva fondato con la moglie, nel 1973, la Comunità delle Beatitudini, nel clima del post ‘68, quando anche molti cattolici erano alla ricerca, anche disordinata, di nuove espressioni del sentimento religioso. Ordinato diacono nel 1978, quasi trenta anni dopo, nel 2007, è stato travolto una serie di accuse e di scandali di vario genere, peraltro mai effettivamente chiariti, mentre si trovava a Kigali, in Burundi, culminati nella riduzione allo stato laicale e nella espulsione dalla Comunità, nel 2008. Non possiamo né vogliamo entrare nel merito delle accuse che gli sono state mosse, sia di ordine sessuale, sia di abuso della pratica psichiatrica, fino alla manipolazione mentale; altri casi simili dovrebbero consigliare comunque una estrema prudenza, prima di scagliarsi in linciaggi mediatici che potrebbero poi rivelarsi ingiusti. Quel che c’interessa è utilizzare questa bella pagina di riflessioni mariane, nella quale ci sembra che questo Autore ponga nella giusta prospettiva la duplice tematica morale dell’orgoglio e dell’umiltà, e indichi come la seconda sia la sola risposta possibile e razionale ai mali senza fine provocati dal primo. L’orgoglio, per lui, non è un accidente del carattere individuale, che può esserci o non esserci: è una struttura antropologica che afferisce alla stessa natura umana in quanto tale, e si alimenta di quella paura, gelosia e invidia dell’altro, che sono una costante in tutte le dinamiche umane e che la Bibbia evidenzia in maniera paradigmatica sia nella disobbedienza di Adamo ed Eva verso Dio, dettata appunto dall’orgoglio del non voler essere da meno di Lui, sia nell’omicidio di Abele da parte di Caino, anch’esso ispirato a quest’ultimo dall’orgoglio ferito, nel vedere che Dio gradisce maggiormente le offerte di suo fratello alle sue.

 

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Il modernista è un ex cristiano che ha perso la fede ma, per orgoglio, non lo vuole ammettere.

 

L'orgoglio è essenzialmente una ipertrofia dell'io. L'orgoglioso è colui che vuole innalzarsi sopra tutti perché gli sembra che riconoscere il valore altrui, i diritti altrui, i meriti altrui, comporterebbe una diminuzione del suo valore, dei suoi diritti e dei suoi meriti. Gli antichi avevano visto che l'orgoglio trascina l'uomo verso la hybris, la dismisura, e lo pone in antitesi con il rispetto dovuto alla divinità. Non esiste altro rimedio a questa patologia se non la metanoia, cioè una conversione, dall'orgoglio all'umiltà, cosa che può avvenire solo se mutano radicalmente i presupposti stessi della vita individuale. Nella prospettiva cristiana, l'uomo non può guarire da se stesso questa malattia, ha bisogno della grazia di Dio: non si diventa umili con uno sforzo della volontà, perché con la volontà si possono correggere, in parte, singoli comportamenti, ma non si giunge mai a modificare tutta la propria impostazione esistenziale. In un certo senso, l'orgoglioso si trova imprigionato in un circolo vizioso: per uscire dalla prigione dell'io è necessario un atto di umiltà; ma l'umiltà egli non può darsela da solo, deve chiederla a Dio; e per riconoscere la propria insufficienza e il bisogno della creatura verso il Creatore, è necessaria l'umiltà. Ecco perché Gesù ha detto che per entrare nel regno dei cieli bisogna ritornare piccoli come i bambini: bisogna deporre la superbia dell'io che vuol capire, che vuol sapere tutto, e accettare il mistero di Dio. La fede cristiana si fonda su due misteri, la Trinità e l'Incarnazione: la teologia li può esplorare, ma non li potrà mai "spiegare". Qui c'è un limite, il limite ontologico: l'uomo lo deve accettare. Il mistero non è un problema: i problemi si possono risolvere, il mistero rimane sempre tale. Non ci sarà mai un giorno in cui il mistero si scioglierà e apparirà chiaro: non in questa vita, non fino a quando si è nella dimensione terrena. Questo è il salto nella fede di cui parla Kierkegaard. Se si potesse capire e spiegare tutto, non ci sarebbe la fede, ma la scienza. La fede è, per definizione, credere in ciò che non si vede, in ciò che non si può interamene capire e dimostrare. E qui sta la grandezza di Maria, umile e alta più creatura come dice Dante: colei che ha creduto senza aver visto, che ha creduto perché si è fatta piccola e si è rimessa totalmente al volere di Dio. Qui sta anche l’incommensurabile malvagità di Lucifero: era il principe degli Angeli ma non gli bastava, voleva di più: voleva essere come Dio (con buona pace di Enzo Bianchi, per il quale tutto ciò è solo leggenda, come pure il Peccato originale; e per non parlare di Sosa Abascal, il quale nega senz’altro che il diavolo esista).

 

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Guarire dall’orgoglio e rinascere nell’umiltà. L’orgoglio, in un certo senso, è "il padre di tutti i peccati": non esiste altro rimedio a questa "patologia", se non la "metanoia", cioè una conversione, dall'orgoglio all'umiltà.

 

Ed ecco il grande errore dei cristiani che vogliono storicizzare le Scritture: che se ne rendano conto oppure no, in realtà essi vorrebbero storicizzare anche la fede. Ma questo non è possibile, perché la fede non appartiene alla dimensione della storia, ma alla dimensione dell'eterno. Nella fede, l'uomo è a tu per tu con Dio: e Lui ci parla attraverso la storia, ma ci parla dell'Assoluto. Chi crede di poter arrivare a Dio, a una miglior comprensione del Vangelo, attraverso la storia, ad esempio ristudiando ed emendando filologicamente le Scritture, alla fine non giungerà a Dio, ma alla distruzione del divino: non gli resteranno fra le mani che le ceneri della fede, distrutta dalle sue analisi storiche. Infatti la storia, di per se stessa, non dà altro che lo storicismo; il finito non dà altro che la finitezza; l'immanente non dà altro che l'immanenza. Lo storicismo non aiuta la fede, ma la distrugge. Oggi si cambia un versetto del Vangelo, domani si cambierà una preghiera recitata da secoli, dopodomani si getterà via la Tradizione perché, essendo orale, non può essere sottoposta all'analisi storica e filologica: come i protestanti hanno fatto a suo tempo e come i modernisti, che si credono sempre all'avanguardia, non si sa di cosa, vorrebbero fare a loro volta, benché in ritardo di cinque secoli. Il modernismo, come il protestantesimo, è un'eresia che nasce dalla superbia e dall'orgoglio: la superbia di voler saltare qualsiasi mediazione fra l'uomo e Dio, l'orgoglio di non volersi sottomettere alla Tradizione - e, in ultima analisi, nemmeno a Dio. Il modernista è un ex cristiano che ha perso la fede ma, per orgoglio, non lo vuole ammettere; non vuol confessare che gli è venuta mancare la cosa più preziosa, e allora sale in cattedra e parla di filologia, di storia, di aggiornamento pastorale, di dialogo, di ecumenismo, solo per nascondere il fatto essenziale: che ha perso la fede nella divinità di Gesù Cristo, che non sa o non può o non vuol vedere in Gesù altro che un uomo, un profeta, un maestro, una guida spirituale. Il modernista non ammette che ci sia nessuno sopra di lui. Altro che farsi piccoli come i fanciulli. Il modernista è un orgoglioso che si nasconde dietro i veli di grandi parole e che affetta una totale devozione verso i “poveri", ma non sa vedere la trave nel proprio occhio: la desolante povertà spirituale che lo affligge, frutto della superbia e dell'orgoglio…

 

   

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