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Fonte: “Quotidiano Meeting”, 23 agosto 2011, pagina 7.

 

Autore Masimo Camisasca

 

Parlare del profeta Ezechiele è parlare della fede del popolo di Israele e del suo esilio a Babilonia.

Proprio l’esperienza dell’esilio è per il popolo il punto sorgivo della fede. Non solo perché storicamente da lì inizia la riflessione che poi ha portato al condensarsi dei libri storici fino alla Genesi, ma perché è stata quella esperienza a mostrare che, proprio quando tutto sembra finire, è lì che ogni cosa veramente ricomincia.
Quando sembra che tutto si disfi, è lì che appare in tutta la sua potenza la forza di Dio che ricrea il popolo. In Dio c’è un legame strettissimo tra ira e misericordia, giustizia e perdono, punizione e rinascita.
La potenza di Dio sa trarre l’uomo dal fondo del suo abisso e sa fare nuove tutte le cose. È qui che Israele comincia a prendere coscienza della creazione, attraverso l’esperienza della ricreazione. È arrivato alla scoperta di Mosè attraverso la riscoperta della legge.

È arrivato alla coscienza del tempio attraverso la nascita del nuovo tempio. I libri storici si formano dopo l’esperienza dell’esilio, riflettendo su come Israele sia arrivato fin lì, e dove lo porterà questa storia. Certamente il tema di Dio creatore è il punto di arrivo della coscienza del popolo della promessa.
Con l’esilio è stata sottratta la terra. Qual è il posto della terra nella storia? Qual è il posto della regalità e del sacerdozio? Terra, regno, sacerdozio. Proprio quando vengono meno queste esperienze, allora Israele può prendere coscienza di ciò che sono state, di ciò che sono e di ciò che saranno. Solo quando il profeta dice che non ci sono più sacerdoti, che non ci sono profeti, che non c’è più il tempio, il popolo si rende conto della preziosità di queste esperienze e desidera continuare a viverle. Esiste una continuità sacerdotale, davidica, una continuità della terra.

E sono i profeti ad illuminare tutto questo. Nello stesso tempo, l’esperienza dell’esilio e della punizione, consiste anche in una purificazione di tutti questi elementi. La conversione non è solo un tema interiore, ma un avvenimento storico: dobbiamo  entrare in una nuova lettura di ciò che si è considerato finora come essenziale. Che cos’è il culto, il sacerdozio, il rapporto con Dio? In che cosa consiste la regalità di fronte alla divisione tra regno del nord e regno del sud? Chi è il re? Qual è la modalità con cui Dio oggi si rende presente in modo regale? La purificazione e la conversione seguono quasi dei sentieri interrotti che Cristo riprenderà ad un livello più alto, non più dal punto di vista del popolo, ma della persona, affermando l’unità della vita. Affermando come nel rapporto con Dio l’uomo possa fare esperienza in lui di un disegno provvidenziale che dà ragione anche del male, anche della sconfitta, anche della lontananza. Per chi segue Dio, tutto coopera al bene.

Nell’Antico Testamento, soprattutto nel messaggio e nell’esperienza profetica, è già presente il Nuovo. Non solo come preannuncio dell’era messianica, ma già come esperienza del perdono che ricostituisce nella sua verità la persona ed il popolo.

La realtà che rinasce e viene ricreata è l’immagine della nuova Gerusalemme, città perenne abitata da Dio. Ce la mostra l’Apocalisse che infatti riprende i temi di Ezechiele e svela come lui abbia illuminato l’esperienza permanente dell’alleanza: la creazione di un luogo stabile di convivenza tra Dio e l’uomo in cui tutto fiorisce perché Dio è presente. La luce, i colori, l’acqua: questa meraviglia è Gerusalemme, allo stesso tempo la Gerusalemme presente e futura. L’esperienza di qualcosa che comincia sulla terra, che cresce continuamente, fino a compiersi oltre il tempo.

 

 

   

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