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Fonte IL FOGLIO 17/07/2015

Autore mons. Luigi Negri

“Non ci può essere alcuno spazio per quei simboli che hanno falcidiato milioni di cristiani”


Al direttore -

In questi ultimi giorni il crocifisso è stato un protagonista inedito della mia vita. Circa dieci giorni fa ho guidato un momento religioso in memoria di un grande sacerdote della diocesi di Bologna, don Dario Zanini, parroco prima della parrocchia di Monzuno e poi di Sasso Marconi, per quasi cinquant’anni, e morto recentemente a Bologna. Questo sacerdote, all’indomani della Seconda guerra mondiale, aveva innalzato a Monte Venere – nel paese di Monzuno – una grande croce in metallo, che sovrasta le case del paese, per raccogliere la memoria di tutti i caduti di tutte le guerre e da qualsiasi parte avessero combattuto la loro battaglia, offrendo così una grande testimonianza umana, ancor prima che cristiana, e soprattutto evidenziando che l’amore alla persona precede sempre le particolari opzioni di carattere ideologico.

Come ho detto tante volte in questi anni, si possono vivere e combattere dignitosamente e positivamente anche le guerre ingiuste, poiché tutte le guerre sono ingiuste. Alla grande fiducia di questo straordinario pastore, un vero “uomo di Dio” – come lo ha definito il cardinal Caffarra – negli ultimi tempi si è aggiunto un gruppo vivo e attivo di testimoni cristiani che si sono impegnati nella ristrutturazione della croce, e hanno aggiunto alla memoria di don Dario i volti di due martiri bambini: il beato Rolando Rivi e il beato José Sánchez del Rio, due testimoni giovanissimi che hanno mostrato come la fede valga più della vita. Ecco, il Crocifisso è proprio questo incondizionato “sì” che Dio dice in Cristo a ogni essere umano, e che rende possibile – per chi crede nel Signore Gesù Cristo morto e risorto – investire dello stesso credito, della stessa fiducia, della stessa volontà di compagnia, il fratello che la provvidenza gli mette accanto. Il crocifisso è segno di una straordinaria umanità, la cui eliminazione dalla vita della nostra società, oltre a essere un affronto obiettivo alla presenza e alla tradizione della chiesa, è prima di tutto un attentato alla stessa dignità dell’uomo. Per questo non si può piegare il crocifisso alla mentalità dominante, per la quale è tollerato nella misura in cui dichiara l’alleanza con l’ideologia di turno, e non è più tollerato se pretende di essere simbolo di un evento unico e irriducibile a qualsiasi altro evento della vita e della storia religiosa. Come risuonano profonde e vere le parole dell’amico card. Giacomo Biffi nel suo intervento al XXIII Congresso eucaristico nazionale: “Il disegno del Padre non è schizofrenico: tutto è unificato in Cristo, nel quale tutte le cose sussistono (cf. Col 1, I 7). Perciò non ci sono diversi ‘salvatori’. Dire che Gesù è ‘salvatore unico’ equivale a dire che è il necessario salvatore di tutti gli uomini senza eccezioni. Questo è un punto oggi un po’ annebbiato nella mente di molti cristiani, i quali, dal giusto apprezzamento per i molti valori che si ritrovano nella realtà extraecclesiale ed extracristiana, arrivano alla conclusione indebita che c’è una pluralità di strade che conduce alla salvezza. E non si accorgono che così confinano il Figlio di Dio tra ciò che è superfluo e marginale. Eppure dovrebbe essere abbastanza evidente che il Padre non abbia pensato Cristo crocifisso e risorto come un ‘optional’ di un multiforme meccanismo per riscattare e rinnovare il mondo, ma come un Redentore necessario e sostanziale”. C’è una sola strada che conduce alla salvezza, e non riesco a immaginare contesti interpretativi nuovi o diversi che ne giustifichino la sua “riduzione-inclusione” all’interno di quei simboli ideologici che hanno falcidiato milioni di cristiani e, al di là di essi, milioni di esseri umani privandoli della loro libertà, torturandoli e uccidendoli dentro campi di concentramento sovrastati da quegli stessi simboli. Noi non abbiamo niente da nascondere e niente da difendere se non la nostra fede, che non intende cercare facili accordi con la mentalità mondana ma assumersi in pieno la propria responsabilità di fronte a Dio e di fronte alla storia perché, come ripetevamo insieme ai tanti compagni del tempo del Seminario studiando le grandi filosofie della storia e dell’idealismo hegeliano: “Dio certamente perdona, la storia no”.


Mons. Luigi Negri arcivescovo di Ferrara-Comacchio e abate di Pomposa

   

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