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Fonte: www.itresentieri.it

 

 Una “rivoluzione” tecnocratica e moralista


E’ arrivato il momento degli indignados. Che cosa dire?

 

Per rispondere mettiamo a punto alcune questioni. Prima di tutto come sono nati. Poi cosa vogliono. E infine se è giusto volere ciò che vogliono e che significato hanno le loro richieste.

 

Come sono nati

 

Il nome “indignati” viene da un piccolo libro (appena trenta pagine), pubblicato in Francia nel 2010, dal titolo Indignez-vous. Pour une insurrection pacifique. L’autore, il novantatreenne Stephan Hessel, invoca una rivoluzione contro ciò che ritiene essere una casta ingiusta: politici, industriali, banchieri … e perfino una Chiesa che pretenda mettere parola sul destino degli uomini. Hessel scrive a pag.12 del suo libretto: “Giovane studente dell’Ecole Normale, sono stato profondamente influenzato da Sartre, che l’aveva frequentata prima di me. La nausea, il muro, L’essere e il nulla hanno avuto grande importanza nella formazione del mio pensiero. Sartre ci ha insegnato a dire a noi stessi che siamo responsabili in quanto individui. La responsabilità dell’uomo che non può affidarsi né a un potere né a un Dio ma che deve impegnarsi nel nome della propria responsabilità di essere umano.”

 

Personaggio strano questo Stephan Hessel, se è vero – come è vero – che ha sempre avuto uno stretto legame politico con il potentissimo ex-direttore del Fondo Monetario Internazionale, Domenique Strauss-Kahn, ovviamente prima che quest’ultimo sparisse di scena dopo il noto scandalo a sfondo sessuale.

 

Che cosa vogliono gli indignados?

 

Come abbiamo detto, Hessel invoca una rivoluzione contro la casta: politici, industriali e Chiesa.

 

E a proposito della Chiesa va ricordato che in Spagna gli indignados se la sono visibilmente presa con i cattolici, cercando di creare quanti più problemi durante la Giornata Mondiale della Gioventù. Interessante notare questa caratteristica che li distingue dai cosiddetti no-global, che, pur essendo critici nei confronti del cattolicesimo, non avevano la Chiesa almeno tra i loro obiettivi principali.

 

Massimo Introvigne in un suo articolo uscito sul quotidiano on-line La Bussola quotidiana dice che il libro di Hessel è di una povertà desolante. Così scrive: “Un critico davvero insospettabile, il giornalista del quotidiano di sinistra Libération, Pierre Marcelle, ha chiamato Hessel «il Babbo Natale delle buone coscienze». Le trenta paginette che si vorrebbero anticonformiste di Indignatevi! sono in realtà un inno al più vieto conformismo politicamente corretto, e lasciano l'impressione che per superare la crisi in atto non ci sia bisogno di fare sacrifici. Basterebbe che i cattivi che si sono impadroniti della politica e dell'economia siano sostituiti da "buoni" dalle caratteristiche molto vaghe: leali, generosi, un po' antiamericani e anti-israeliani, fedeli ai "valori della Resistenza" - ci mancherebbe altro - e capaci di emozionarsi per i "nuovi diritti" rivendicati dalle femministe e dagli omosessuali.”

 

A Londra le proteste e le vetrine sfasciate non hanno avuto come motivazione la conquista di una certa “sopravvivenza” o di fare in modo che molti superino la soglia minima di povertà, ma la possibilità di realizzare il “diritto ad avere il cellulare di ultima generazione o un abito di marca”.

 

Dunque, la protesta degli indignados è non solo contro un sistema, ma anche e soprattutto contro gli errori dei singoli appartenenti alla casta. In nome di questa protesta si rivendica l’eliminazione dei privilegi delle varie caste, il diritto di espressione on-line e perfino il diritto all’insolvenza dei debiti.

 

Che significato hanno le loro richieste?

 

Richiamandosi al noto schema teorizzato da uno dei più famosi pensatori cattolici del XX secolo, il brasiliano Plinio Correa de Oliveira, il movimento cosiddetto degli indignados può collocarsi nell’ambito di un’eventuale V Rivoluzione.

 

Prima di ricordare lo schema che de Oliveira presenta nel suo Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, è opportuno fare una premessa. Relativamente alla Filosofia e alla Teologia della Storia bisogna evitare due errori estremi. Il primo è di negare a queste discipline una loro validità scientifica convincendosi che la storia sarebbe solo quella che fenomenicamente appare e che sarebbe del tutto inutile e non scientifico approfondire il senso e il “dietro” degli avvenimenti. Il secondo errore – diametralmente opposto al primo - è quello di enfatizzare ciò che nella storia è nascosto arrivando a trasformare semplici ipotesi in tesi dimostrate e documentate.

 

Questi due errori – che vanno evitati! – non impediscono però di capire l’utilità e l’indispensabilità tanto della Filosofia della Storia quanto della Teologia della Storia. Si tratta di un’utilità che si pone soprattutto sul piano della necessità dell’ermeneutica, cioè della doverosa interpretazione dei fatti storici. A questo poi si aggiunge la convinzione, che mai dovrebbe mancare negli uomini di fede, che la storia non può essere ridotta a concatenazione casuale di eventi. Il pensatore cattolico Juan Donoso Cortes (1809-1853), nel suo Estudios sobra la historia, ci dà una bella definizione di storia in prospettiva di teologia della storia, facendoci appunto capire che la storia è tanto intervento di Dio quanto libertà dell’uomo. Egli scrive: “La storia, considerata in generale, è la narrazione degli avvenimenti che manifestano i disegni di Dio sull’umanità e la loro realizzazione nel tempo, sia come intervento divino diretto e miracoloso, sia per mezzo della libertà dell’uomo.”

 

Ebbene, partiamo da questa constatazione: la storia non può essere ridotta a concatenazione casuale di eventi. Cristianamente, la storia ha un senso e non di rado l’elemento provvidenziale sta proprio nel fatto di poter individuare un senso alla storia stessa. C’è un principio importante della teologia cristiana che dice: Se è vero che tutto ciò che accade non necessariamente è voluto da Dio, è pur vero che tutto ciò che accade è necessariamente permesso da Dio. Applichiamo questo principio alla storia. Tutto ciò che accade nella storia è permesso da Dio, evidentemente perché questi accadimenti possono avere un loro significato. Ed è su questo significato che si rivela – anche - l’azione della Provvidenza.

 

Detto questo, ritorniamo da dove eravamo partiti e riprendiamo il famoso schema che propone il professor Plinio Correa de Oliveira:

 

Prima Rivoluzione (Protestantesimo): Chiesa no/Cristo sì
Seconda Rivoluzione (Illuminismo): Cristo no/Dio sì
Terza Rivoluzione (Marxismo): Dio no/Uomo sì
Quarta Rivoluzione (’68): Uomo no/Politica sì
Quinta Rivoluzione: Politica no/Tecnocrazia (antipolitica) sì

 

La IV Rivoluzione, identificabile con il ’68, porta il concetto di “rivoluzione” dal piano socio-politico a quello dell’interiorità umana. E’ la dissoluzione della gerarchia interna all’uomo. Si tratta di una vera e propria rivoluzione antropologica. Permane però la dimensione politica, intendendo per dimensione politica la priorità di un ipotetico patrimonio valoriale rispetto alla prassi economica e politica.

 

La V Rivoluzione sembra invece fare un passo successivo. Dopo che si è distrutto l’uomo, non ha più senso parlare di una politica ideale, e quindi non resta che scagliarsi contro la politica in quanto tale in nome della cosiddetta “antipolitica”. In questo caso si realizza l’illusione di credere che basti scagliarsi contro qualsiasi ingiustizia per rendere giusto ed efficace il proprio agire. Nello scritto di Hessel si evince quanto il grande problema sia quello di scagliarsi contro sacche d’ingiustizia che sempre permangono.

 

Mentre la IV Rivoluzione conserva un desiderio di sostituire un progetto di società con un altro progetto di società (da qui la sua prospettiva ancora politica), la V Rivoluzione sembra rinunciare al desiderio di sostituire un modello di società (nello scritto di Hessel non se ne parla) con un altro modello di società, per invece convincersi che basti distruggere e protestare (per l’appunto: indignarsi) per risolvere i problemi. L’onestà non sarebbe nell’ideale da perseguire, ma nella volontà di distruggere l’ingiustizia. Da il personale è politico del ’68 a il personale è antipolitico degli indignados.

 

Ma adesso chiediamoci: a chi giova una posizione di questo tipo? Prima di rispondere offriamo delle notizie interessanti che vanno ben al di là di ciò che abbiamo detto, ovvero che Hessel, il padre degli indignados, è stato uno stretto collaboratore di Domenique Strauss-Kahn.

 

Il movimento ha ricevuto una dichiarata approvazione da parte degli ambienti dell’alta finanza, partendo da George Soros fino a Mario Draghi. Si dice che gli indignados contino sul supporto tecnico e logistico di due realtà quanto mai sospette, quali Anonymous e CANVAS. La prima ha avuto un ruolo preminente nelle giornate delle rivolte in Egitto, compiendo attacchi informatici sui siti del governo egiziano, ed ha violato ultimamente gli archivi del Ministero della Difesa siriano, assumendo un ruolo chiave per la destabilizzazione occidentale del Medio Oriente. CANVAS (Center for Applied Non Violent Action and Strategies), fondato nel 2003 dall’OTPOR (il movimento serbo di protesta “colorato” che ha favorito la caduta di Slobodan Milosevic), ha la funzione di creare e dare una forma ai movimenti di dissenso. Si dice che il Movimento Giovanile del 6 aprile, uno dei principali gruppi di dissidenti egiziani operanti durante le rivolte, sia stato “addestrato” direttamente da CANVAS. Non è difficile dimostrare i collegamenti tra OTPOR e CANVAS e la Open Society Foundation di George Soros, dietro la quale si cela la migliore macchina di destabilizzazione politica nelle mani della finanza internazionale. Ivan Marovic, uno dei leader di CANVAS, che ha partecipato attivamente alle proteste degli indignados di New York, non ha mai fatto mistero nelle sue dichiarazioni che ogni rivoluzione di piazza alla quale CANVAS partecipa è “il risultato di mesi o anni di preparazione”. Significativo, INOLTRE, è il patrocinio che è stato dato al movimento indignados da parte del magnate Martin Varsavsky, il quale, oltre alla diffusione mediatica che sta offrendo a tale movimento, pubblicando articoli estremamente elogiativi in lingua inglese per i più importanti media del mondo, fornisce anche supporto tecnico alle manifestazioni, come nel caso della dotazione di router per la connessione wi-fi all’accampamento spagnolo dell’M-15 (indignados spagnoli). Varsavsky d’altronde gioca il suo ruolo al fianco della famiglia Rockefeller, costituita dai più importanti speculatori mondiali, detentori delle redini dell’economia globale, operando con essa sulle piattaforme delle fondazioni e delle ONG. In particolar modo egli è presidente della Safe Democracy Foundation, che collabora attivamente con la Rockefeller Foundation.

 

Allora ragioniamo.

 

Se la IV Rivoluzione è stata funzionale al processo di diffusione di una mentalità libertaria, la V Rivoluzione sembra essere funzionale alla cristallizzazione della convinzione secondo cui non devono tanto esistere astratti ideali da perseguire ma solo realtà da distruggere in nome di un riconosciuto “politicamente corretto”. Bisogna semplicemente pretendere che chi detiene il potere se ne vada e che ci sia competenza, onestà e giustizia. Siamo al trionfo della tecnocrazia. In Italia il movimento cinque stelle di Beppe Grillo sembra meglio esprimere questo tipo di prospettiva. E’ esso, infatti, un movimento che ama schierarsi non riconoscendosi nei tradizionali parametri di destra/sinistra, bensì utilizzando trasversali obiettivi di: onestà, efficienza e competenza. La questione verte, dunque, nel fatto che una simile prospettiva supera volutamente qualsiasi determinazione di tipo politico.

 

Proprio ciò che desiderano i poteri forti finanziari e tecnocratici. Ad un modello di società ingiusto non si risponde con un modello di società giusta, bensì con la soluzione della “tecnica politica”

 

Noi che possiamo e che dobbiamo dire?

 

Prima di tutto rilevare l’ambiguità e la pericolosità del movimento degli indignados, non vuol dire sposare le attuali dinamiche economiche. A riguardo ricordiamo ai nostri amici la Circolare n.185 (agosto 2011) dal titolo: Per capire qualcosa che sta accadendo in economia.

 

Dobbiamo piuttosto convincerci e convincere che ogni attività legittima che l’uomo è chiamato a compiere (quindi anche l’attività politica) può trovare la sua continua rigenerazione con la rigenerazione (chiediamo scusa per il gioco di parole) dell’uomo stesso.

 

Ragioniamo. Se l’uomo non vive in sé la dimensione del limite, quindi la consapevolezza del peccato e il conseguente timore del giudizio di Dio, tutto diviene possibile … indipendentemente dal fatto che ci siano o no i partiti e le loro potenti segreterie, i banchieri e gli affaristi.

 

Chiediamoci: che cosa fa sì che l’uomo riconosca la possibilità di donarsi, di servire e di sacrificarsi? La Speranza. Sì, la Speranza che non tutto finisca nel qui e ora, che quello che si compie oggi troverà un compenso domani, che la vita che si conduce oggi è una preparazione di un’altra più piena e più vera. Se tutto questo non c’è, sarà anche possibile occasionalmente servire e sacrificarsi … ma, di certo, verrà meno la motivazione convincente e persuasiva tanto per servire quanto per sacrificarsi.

 

Diciamolo francamente: se la vita è solo questa, è meglio comandare che ubbidire, è meglio avere il potere piuttosto che non averlo. Ma se c’è un’altra vita che dipende dal giudizio che si riceverà da Dio, allora sì che si capovolge la prospettiva. Dice un antico detto monastico: ubbidire e meglio che comandare, perché ubbidendo si è certi di non sbagliare (ovviamente quando si ubbidisce non tradendo la legge di Dio).

 

Queste cose però non si capiscono. Ma davvero basta protestare per risolvere i problemi della corruzione politica? Quando si propone di abbattere i partiti, di cambiare completamente la classe politica, come si fa ad essere sicuri che i politici nuovi saranno necessariamente migliori dei vecchi? L’errore è sempre il solito: quello di credere che basti cambiare qualcosa dal punto di vista tecnico per avere brave persone. E’ l’errore delle utopie, le quali, appunto, non vogliono capire che il vero rinnovamento deve prima di tutto avvenire nel cuore di ogni singolo uomo.

 

Una cattiva storiografia ci ha di solito presentato gli uomini di governo del passato come sfruttatori senza pietà. Certamente di questi non ce ne sono stati pochi, ma non c’è un automatismo cronologico per cui, passando il tempo, la qualità dei governanti migliora (nello scritto di Hessel non manca un’ingenua ed utopistica fiducia nell’avvenire). Se prendiamo i secoli del basso medioevo (meglio definirli della cristianità) ci rendiamo conto che il maggior numero degli uomini di governo che sono giunti agli onori degli altari è proprio di quei secoli; e non a caso, se è vero (come è vero) che il timor di Dio spinge inevitabilmente al servizio e al sacrificio. L’antico uso dell’incoronazione dei Re per diritto divino aveva un grande valore pedagogico. Era come se il re dicesse ai suoi sudditi: vedete, io posso pretendere ubbidienza da voi perché anch’io mi faccio ubbidiente ad un altro Re! Proprio come deve fare un vero padre di famiglia: prima ancora di parlare, deve insegnare ai figli “come essere figli” e lo fa facendosi anch’egli figlio di un altro Padre. Senza la testimonianza, ogni sistema educativo è destinato a fallire.

 

A proposito del fatto che chi governa deve prima di tutto rispettare la propria umanità, nella consapevolezza del proprio limite e della propria piccolezza, Pedro de Ribadeneyra nel suo Il principe cristiano (scritto anche per polemizzare con Il Principe del Machiavelli) afferma: (…) pur essendo un re, un uomo non cessa di essere uomo ed anzi è maggiormente obbligato ad impegnarsi in ciò che è proprio dell’uomo, tanto più rispetto agli altri suoi simili, quanto più partecipando all’eccellenza della natura umana, come dice san Tommaso.”

 

Di esempi di grandi principi cristiani se ne potrebbero fare tanti. Uno su tutti: san Luigi IX, re di Francia. Così scrive a suo figlio (il futuro Filippo III) poco prima di morire: “Figlio amato, la prima cosa che voglio insegnarti è che tu impegni tutto il tuo cuore ad amare Dio, perché senza questo niente può essere salvato. Guardati dal fare qualsiasi cosa che dispiaccia a Dio, vale a dire il peccato mortale; meglio sopportare ogni tipo di umiliazione e tormento che compiere un peccato mortale. Se Dio ti manda un’avversità, accettala con pazienza e rendi grazie a Nostro Signore, pensa che l’hai meritata e che tutto tornerà a tuo beneficio. (…) Confessati spesso, e che il tuo confessore sia un uomo valoroso. Sii tale che il tuo confessore e i tuoi amici possano avere il coraggio di rimproverarti per i tuoi errori e le tue cattiverie (…). Abbi il cuore dolce e pietoso verso i poveri, i prigionieri, i malati, e confortali e aiutali per quel che potrai. (…) Non bramare i beni del tuo popolo e non sovraccaricarlo d’imposte e di tasse. Sii leale e desideroso di garantire la giustizia e il diritto ai tuoi sudditi, senza guardare in faccia a nessuno; ma appoggia i diritti e sostieni l’appello del povero finché la verità sia acclarata. (…). Mio caro figlio, ti do tutte le benedizioni che un buon padre può dare a suo figlio, e che la benedetta Trinità e tutti i santi ti custodiscano e ti difendano da tutti i mali, e che Dio ti dia la grazia di fare sempre la Sua volontà, perché sia fiero di te, e tu e io possiamo dopo questa vita mortale essere insieme per sempre con Lui e lodarLo senza fine. Amen”. Non a caso il regno di san Luigi IX è riconosciuto (anche da molti storici laici) come il regno più luminoso della storia di Francia.

 

Per concludere: uno sguardo al mondo cattolico

 

Bene fanno coloro che nel mondo cattolico insistono sul fatto che oggi la vera questione non è tecnica ma culturale. Che ciò che è importante è la sfida educativa perché c’è un vero disastro antropologico. Monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino, insiste molto su questo punto.

 

Rammarica però che molti cattolici sembrano non capire questa urgenza, anzi si dimostrano (così come tanti indignados) degli “utili idioti” per chi vuole trasformare il nostro vivere in senso sempre più tecnocratico.

 

Recentemente su Il Sole 24 ore del 18 ottobre scorso è comparso un articolo (Dio nel cuore della nuova politica) di un noto teologo, monsignor Bruno Forte, vescovo di Chieti, in cui il presule scrivendo della necessità di un urgente ricambio della classe politica invoca uomini nuovi animati da spirito di servizio ed onestà. Pur essendoci nel titolo un richiamo a Dio (sappiamo però che i titoli sono redazionali), nel testo vi sono solo vaghi richiami alla dimensione religiosa, non viene detto cioè che la condizione perché un politico possa essere davvero al servizio e possa perseguire adeguatamente il bene comune è il riconoscimento della Verità e la sottomissione a Dio. Tutto si riduce ad esaltazioni di sogni e utopie. Palesando in tal modo un allineamento a prospettive di tipo tecnocratico.

 

Va detto infatti che la tecnocrazia non è semplicemente la sostituzione della tecnica alla morale, ma anche la promozione di una morale sganciata da qualsiasi prospettiva metafisica, dove la morale stessa figura come semplice involucro formale di un contenuto che si esprime in un’azione che giudica se stessa. E’ il moralismo.

 

Insomma, siamo al rischio che indica Benedetto XVI nella Caritas in veritate al n.70. Il Papa così definisce la tecnocrazia: “la tecnica divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l’umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un ‘a priori’ dal quale non potrebbe uscire per incontrare l’essere e la verità.”

 

Ecco il punto nodale: l’azione, la protesta, l’indignazione … senza il riconoscimento dell’essere e della verità!

   

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