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Fonte: www.itresentieri.it

 

 Circolare 173 Orgoglio e mistero del peccato Primo Sentiero

 

 

Il 13 ottobre del 1917 la Vergine apparve per l’ultima volta a Fatima. In quell’occasione, così come aveva preannunciato ai pastorelli, operò un grande prodigio. Il sole ballò distintamente nel cielo e tutti i presenti non solo potettero vederlo ma ebbero finanche paura, tant’è che ci furono scene di panico pensando che stesse verificandosi la fine del mondo. Il fatto fu clamoroso. Il prodigio fu visto finanche a Lisbona. Il quotidiano O Seculo dovette parlarne e in prima pagina pubblicare un articolo con la fotografia dei pastorelli e con questo titolo: Como o sol bailou ad meio dia em Fatima che significa: Come il sole ha ballato a mezzogiorno a Fatima. Il tutto in un contesto di governo socialista e massonico tutt’altro che propenso (anzi!) ad un simile straordinario evento. La cosa strepitosa è che l’evento fu visto da circa 70.000 persone. Attenzione: non 7 o 70 o 700, ma da ben 70.000 persone. Ma la cosa ancora più straordinaria (in senso però negativo), e che dovrebbe farci riflettere, è che molti dei presenti si convertirono…ma non tutti. Si dice che il sindaco di Fatima, malgrado fosse stato lì e avesse visto molto bene, non volle credere e convertirsi.

 

Il mysterium iniquitatis

 

Ciò richiama alla memoria quello che nella teologia cattolica viene definito come mysterium iniquitatis, cioè mistero dell’iniquità, quindi del peccato. Diciamolo francamente, il peccato è ciò che di più stupido si possa commettere…eppure lo si compie. Peccare è come dire a Dio: io conosco molto meglio me stesso di quanto Tu possa conoscermi, eppure Tu mi hai creato. Cosa pensereste di un uomo che va ad acquistare un elettrodomestico e che, per montarlo, invece di seguire le istruzioni per l’uso, faccia di testa propria? Chi davvero conosce quell’oggetto? Lui o la fabbrica che l’ha progettato? Ecco, peccare è un po’ come pretendere di ricomporre un oggetto facendo a meno di leggere le istruzioni di chi l’ha fabbricato.  

 

Dunque, il peccato è stupido…ma lo si commette; e lo si commette a causa dell’orgoglio. Provate a dire ad un orgoglioso: hai sbagliato. Sarà difficilissimo che lo ammetta; e anche se riesce ad ammetterlo, aggiungerà immediatamente: sì ho sbagliato, ma la colpa è degli altri che mi hanno fatto sbagliare; è della società, della cultura…io ne sono solo una vittima. L’orgoglio è la sostanza della dimensione ideologica.

 

Quando parliamo di dimensione ideologica intendiamo la pretesa di porre il proprio pensiero e il proprio giudizio come criteri definitivi della realtà, per cui non è il pensiero che deve adattarsi al reale, ma viceversa: il reale al pensiero. Il sindaco di Fatima aveva visto, forse si era messo anche paura per quel sole che ballava, che zig-zagava all’impazzata, che sembrava scaraventarsi sulla Terra, ma poi, dinanzi alla necessità di mettere in discussione le proprie convinzioni ideologiche, di dover ammettere di aver sbagliato, non ce l’ha fatta: ha preferito dare ragione a se stesso piuttosto che all’evidenza. Viene da pensare a quella famosa espressione di un teorico del socialismo sovietico, Lunaciarsky: Se i fatti non ci daranno ragione, peggio per i fatti. Cioè: non devo cambiare io, devono cambiare i fatti, qualora essi si mostrassero diversi e non conformi a ciò che io ho pensato e sostenuto.

 

D’altronde Gesù lo fa capire molto bene. Prendiamo la parabola del Ricco Epulone, allorquando l’anima dannata del ricco malvagio, dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di Abramo che qualche angelo potesse alleviarle le terribili sofferenze dell’inferno, dice: “Allora padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosé e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosé e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi.” (Matteo 16, 27-31) Terribile. Gesù, attraverso la figura di Abramo, dice chiaramente: Se non ascoltano Mosé e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi. Spesso ci illudiamo: ah se avessi qualche segno in più; se Dio si facesse davvero veder, riuscirei a credere molto di più…E’ un’illusione! I segni ci sono eccome, siamo noi a non volerli (attenzione: a non volerli!) vedere; e non li vogliamo vedere, perché non vogliamo davvero cambiare, non vogliamo sottometterci e lasciarci giudicare. Non vogliamo sostituire il nostro criterio di giudizio con il criterio di giudizio di Dio.

 

La necessità dell’umiltà

 

La chiave di tutto è l’umiltà. Certamente si tratta non della virtù più grande. Quella più grande è senz’altro la Carità (l’amore a Dio e, attraverso Dio, ai fratelli), ma l’umiltà è senz’altro quella più importante, nel senso che senza questa non possono esercitarsi le altre. San Massimiliano Kolbe diceva: prendiamo una collana di perle preziose, sciogliamo le perle e andiamo da un gioielliere a venderle…certamente ci darebbero tanto (le perle preziose sono preziose); ma se andassimo a vendere il filo della collana, non ci darebbero nulla, perché il filo non è un oggetto prezioso; eppure, senza il filo, le perle non potrebbero essere unite per formare una bellissima collana. Fuori di metafora: la virtù dell’umiltà è il filo della collana, esso non vale quanto le perle (che sono le altre virtù), ma senza di esso non è possibile avere la collana e tenere unite le perle (quindi tenere unite tutte le altre virtù).
   

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