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Fonte cl anno III n. 1 gennaio 1976

 

 

Autore Luigi Negri

 

La lettura «come gente che vive le fede nella Chiesa e che crede ancora che la funzione fondamentale dell'Episcopato sia quella di educare il popolo di Dio alla comprensione  autentica ed alla attuazione adeguata della fede» delle prese di posizione degli ultimi mesi del '75 di singoli vescovi, di conferenze episcopali regionali, della dichiarazione del Consiglio  permanente della CEI

 

 

Gliultimi mesi del 1975 hanno registrato una serie di prese di posizione dell'Episcopato italiano (di singoli vescovi, di conferenze episcopali regionali, fino alla dichiarazione del Consiglio permanente della CEI) sul problema del rapporto fra fede ecclesiale ed impegno di presenza nell'attuale realtà sociale. Su questo magistero si è aperto —  dentro e fuori il mondo cattolico — un dibattito acceso e, in molti casi, scorretto. Come sempre più spesso accade, si è tentato di «piegare» il magistero ecclesiastico alle proprie convinzioni ideologiche ed alle proprie opzioni politiche, e, quando questo è risultato impossibile, si è i gridato allo scandalo o minimizzato l'avvenimento.

Non vogliamo inserire il nostro contributo in un dibattito come questo:  neanche per ricordare quelle elementari e ormai disattese regole di esegesi dei documénti, che Padre Sorge ha ricordato a tutti i commentatori — cattolici e non — della dichiara­zione del Consiglio permanente del­la CEI.

Il nostro intervento è un altro: vorremmo leggere globalmente le linee fondamentali di questo magistero «dall'interno», come gente che vi­ve la fede nella Chiesa e che crede ancora che la funzione fondamentale dell'Episcopato sia quella di educare il popolo di Dio alla comprensione autentica ed alla attuazione adegua­ta della fede. Vorremmo chiederci qual è il valore pedagogico fonda­mentale per la nostra coscienza cri­stiana di queste indicazioni pasto­rali. Riteniamo infatti anche noi — come l'Arcivescovo di Milano — che la coscienza « non è una realtà priva di contenuti e quasi identificabile con l'arbitrio personale, ma il santuario interiore della persona umana dove l'ordine oggettivo delle cose ed il disegno salvifico di Dio pren­dono voce e ci giudicano» (Cardina­le G. Colombo, Presenza dei cattolici nella società civile, Milano 1975 pp. 15-16).

1. Il primo valore che questo re­cente magistero recupera e ripropo­ne è il valore della fede come «mo­do nuovo d'essere, di pensare e di agire» generato dall'appartenenza della persona a Gesù Cristo Salva­tore, come vive nel mistero della sua Chiesa.

Questa ripresa vigorosa della fede come realtà nuova di vita che avvie­ne nella misura in cui si viva la comunione ecclesiale corregge in mo­do esplicito quella latente perdita di consistenza e di significato della parola fede e della parola Chiesa all'interno del mondo cattolico. Estremamente lucido ci sembra l'e­same della situazione ecclesiale ita­liana come viene formulato nel do­cumento dei vescovi lombardi sulla «Comunione ecclesiale», del 29 no­vembre 1975.

Non si è cristiani, ci ricordano i vescovi, se non si vive la radicale novità di vita del Signore e se non si spera da tale novità la salvezza per l'uomo, per ogni uomo e per tutto l'uomo: — secondo l'insegna­mento che è stato del Concilio Vati­cano II ed è stato ripreso e svolto dall'ultimo Sinodo dei Vescovi.

2. Il cristianesimo non è dunque una ispirazione generica sulla vita, legata moralisticamente a pratiche di pietà individualistiche: è un fatto di comunione che vive nella storia, e che avviene nella persona soltanto se converte la sua vita alla presen­za della Chiesa, e vive in essa l'obbedienza della fede, crescendo nel­l'esperienza della vita stessa di Gesù Cristo. E la Chiesa non è riducibile alle proprie private convinzioni teologico-politiche, né alla trama di rapporti di solidarietà che la propria azione riesce a tessere, la Chie­sa è oggettivamente rinvenibile at­torno ai legittimi pastori uniti al Papa, che legano la realtà attuale della Chiesa al flusso ininterrotto della tradizione cristiana, che nasce dal Cristo stesso.

La Chiesa pertanto è questo mistero di comunione da vivere, nella di­pendenza — impegnativa fino al sacrificio di sé — dall'autorità eccle­siastica. Nessun strumento tecnico può evitare il dramma di questa re­ciproca dedizione ed obbedienza che lega pastori e fedeli nell'unico po­polo di Dio.

Certo verticismo   ecclesiastico   del passato, come  troppo  assemblearismo anarcoide di oggi, sono in so­stanza analoghe degenerazioni: da esse si può uscire soltanto vivendo tutti, ciascuno per la sua funzione e con la propria responsabilità, l'uni­ca «communio», che nasce dal Si­gnore risorto e vivente fra di noi e con noi.

3. La realtà della communio ecclesiale «mira per sua natura a creare una cultura ispirata ai valori creduti e tende ad immettere nella società motivi e fermenti cristiani che la fac­ciano crescere in umanità, in giusti­zia, in fraternità » (Card. Colombo, op. cit, pag. 17).

«La fede non è un tesoro sepolto nel recinto privato della coscienza; e neppure un patrimonio di idee di­sincarnate senza influsso né morden­te sulla vita pubblica; ma è un prin­cipio rinnovatore di tutta l'esistenza concreta: individuale e associata. Non ci può essere separazione fra la nostra vita di credenti e la nostra vita di uomini coinvolti nell'avven­tura terrestre. Tocca specialmente ai laici cristiani, come persone sin­gole e come gruppi, testimoniare la fede e promuovere democraticamen­te riforme ispirate al Vangelo nei di­versi settori dell'attività umana: la famiglia, la scuola, il lavoro, l'impe­gno amministrativo e politico, te­nendo sempre presente, unitamente alla salvaguardia della giustizia per tutti, la preferenza evangelica per i più poveri e diseredati » (Documen­to dei Vescovi Lombardi sulla Co­munione ecclesiale). C'è una originalità culturale della fe­de da riprendere contro la dilagante tentazione di fare dei cristiani pas­sivi ed acritici esecutori di progetti culturali e politici desunti dall'oriz­zonte ideologico mondano. Quando si è affermato che « non si può essere simultaneamente cristia­ni e marxisti », si è evidentemente voluto difendere questa irriducibile identità culturale. È la coscienza di questa irriducibilità di vita e di cul­tura (non come sistema chiuso, ma come autonoma capacità di genera­re valori culturali e storici) che pone le condizioni obiettive perché i cristiani siano fattori vivi nella so­cietà ed interlocutori adeguati di ogni altra convinzione ideologica. Non ci pare il rifiuto sbrigativo di ogni confronto, ma la salvaguardia dell'interlocutore cristiano che può esser libero di confrontarsi con gli altri proprio nella misura in cui ha coscienza della propria identità.

4. Da questa originalità culturale nasce per la Chiesa, come per ogni cristiano, il diritto-dovere a svolgere nella società un lavoro, positivo, per il superamento della società ingiusta in cui viviamo.

È un lavoro che, mentre valorizza tutte le istanze positive di trasformazione, non può non denunciare la grave tentazione di involuzione totalitaria che oggi è quanto mai viva.

Assistiamo ogni giorno al tentativo di emarginare il fatto cristiano dal­la vita sociale, divengono sempre più normali forme di discriminazione grave nei confronti di quelle real­tà di vita e di cultura che non tro­vano posto nell'asse culturale domi­nante, in troppi casi i cristiani ven­gono considerati come cittadini di seconda categoria. Nella denuncia di «forme di schiavitù già parzialmen­te in atto nel nostro stesso paese» i vescovi italiani operano una critica di quelle forze ideologiche e politi­che che stanno semplicemente at­tuando la razionalizzazione di questa società.

Non è in atto — ormai in modo sempre più capillare e più massiccio — un terrorismo culturale intollerante di ogni diversità che troppo facilmente diviene intimidazione po­litica e addirittura violenza fisica? Non si può non combattere oggi, come cristiani, una battaglia per la liberta: nella quale e solo nella quale si può vivere e lottare per la giu­stizia.

«Ci sono momenti — ed il nostro è uno di questi — in cui la coscienza deve prepararsi a scegliere fra la resistenza e la resa... Non ci si pensi banditori di una crociata anacroni­stica: nell'interno di un moderno sta­to laico, noi difendiamo la libertà di essere noi stessi in parole e in opere, e la difendiamo anche per gli altri, qualunque sia la loro confessione e la loro visione dell'uomo e dell'universo» (Card. Colombo, op. cit., pp. 22-26).

Sbaglia, e gravemente, chi legge il magistero dei Vescovi come difesa dello statu quo. Il lavoro che si apre per i cristiani è grande: è quello di operare perché una società più giusta e più umana nasca anche per opera del loro lavoro e del loro sacrificio. Nell'editoriale del numero scorso di questa rivista abbiamo parlato di un compito — positivo —: di creazione di una cultura di resistenza. L'insegnamento dei vescovi sembra venuto a dare conferma ecclesiale a tale compito. Noi sentiamo queste voci come l'in­vito ad una radicale coerenza evangelica, che diviene servizio al bene dell'uomo e della società. Chi vive oggi una autentica identità cristia­na può partecipare realmente al processo di trasformazione sostanziale della società, capace di confronto1 sereno con tutti quelli che lavorano per la libertà e la giustizia, avver­sario di tutti quelli che lavorano contro la libertà e la giustizia, consapevole del proprio limite, ma si­curo, perché forte della povertà del Signore e della sua Chiesa.

Luigi Negri

 

   

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