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Catechismo del Concilio

 

Fonte Litterar Communionis  Anno VI n. 7 luglio/agosto 1979

 

Autore Angelo Scola

 

(«Lumen Gentium», capitolo 13)

La terza sezione del secondo capitolo tratta della estensione universale del popolo di Dio. Numerosi problemi e difficoltà teologiche sono con­tenuti in questi paragrafi che vanno dal 13 al 17. La trattazione si apre con la affermazione che dall'unità della Chiesa deriva l'universalità. L'origine dell'unità [è la Trinità stessa: ora il disegno del Padre è quello di riunire tutti gli uomini in vista della salvezza. Il Figlio è stato istituito come il Capo del po­polo nuovo ed universale. Lo Spirito poi realizza concretamente l'unità. Per ciascuno e per tutti Egli è inviato come principio di vita.

 

Il popolo di Dio è universale anzitutto nel senso dell'estensione numerica e geografica; grazie all'origine celeste e al carattere trascendente, Esso attraversa tutte le frontiere e trova membri di tutti i popoli che aggrega a sé me­diante la forza dello Spirito. Dal momento che il popolo di Dio inau­gura in qualche modo il Regno di Cri­sto che non è di questo mondo, la Chie­sa non rigetta nemmeno il valore tem­porale fra quanti costituiscono il pa­trimonio sano delle nazioni. Il testo conciliare si apre qui al tema biblico e patristico che descrive tutti i popoli In cammino verso Cristo. L'autentico ricapitolatore di tutta la creazione, di tutta la storia e di tutte le generazioni umane dalle prime alle ultime. L'univer­salità della Chiesa non si realizza soltanto in maniera estensiva ma anche in forza della sua struttura interna che è articolata, ordinata e complessa. Ogni parte collabora al bene delle altre e dell'insieme fin che non sarà raggiun­to lo scopo finale. Questo avviene su due piani ben distinti: il primo è quel­lo che si sviluppa tra le diverse cari­che e funzioni nella chiesa (sacerdoti, religiosi e laici); il secondo è lo scam­bio che avviene tra le comunità particolari e il Corpo tutto intiero.

Il paragrafo 14 comprende tre parti: la prima afferma la necessità della Chiesa per la salvezza; la seconda spiega l'incorporazione piena nella comunità ecclesiale; la terza accorda la sua attenzione allo stato particolare dei Catecumeni. Il tema della necessità della Chiesa è posto dal Concilio in termini chiari e semplici: «la Chiesa sulla terra è necessaria alla salvezza». Il magistero invoca per far questa af­fermazione la Bibbia e la Tradizione e parte dal fatto che esiste un solo mediatore che è Gesù Cristo: ora Cristo diviene presente nella Chiesa, che è il suo corpo e ci insegna espressamen­te la necessità della fede e del bat­tesimo. Per questo la Chiesa stessa di­viene mezzo necessario alla salvezza. La riprova di questo sta nell'affermazio­ne che chiunque riconoscesse che Dio attraverso Gesù Cristo ha fondato la Chiesa come mezzo necessario per la salvezza e si rifiutasse di aderirvi, segnerebbe la sua condanna. Il tema della necessità della Chiesa richiama l'aforisma classico «Fuori della Chiesa non c'è salvezza». Questo è un asserto che ha fatto scorrere molto inchiostro da Ireneo fino ai giorni no­stri. L'insieme dei testi conciliari, ma anche il magistero precedente il Concilio, documentano che se il senso di questo aforisma è di porre la necessi­tà della Chiesa alla salvezza in taluni casi, un desiderio inconsapevole di aderirvi può bastare a dare la salvezza attraverso le virtù soprannaturali del­la fede e della carità, anche se in que­sti casi il soggetto non aderisce mate­rialmente alla Chiesa romana. Per quanto riguarda il tema della in­corporazione il Concilio sulla base di un'allocuzione di Paolo VI, afferma che deve essere integrale e per questo non può che essere un dono dello Spi­rito; questo dono si esplica accettando l'organizzazione della Chiesa con i mez­zi di salvezza che le sono stati dati ed in particolare la professione di fede, i sacramenti, l'autorità, la comunione. Evidentemente, aggiunge il Concilio, l'incorporazione nella Chiesa non garan­tisce automaticamente la salvezza, ma richiede ad ogni membro la perseveran­za nella carità, senza la quale e senza una corrispondenza vera di pensiero, di parola e di azione alla condizione in cui la grazia di Cristo ha collocato il cristiano, invece di ottenere salvezza saranno ancor più severamente giudi­cati. Alla fine del paragrafo il testo af­ferma che i catecumeni, che domandano con desiderio esplicito di essere in­corporati alla Chiesa, in forza di questo stesso desiderio sono già uniti ed es­sa li riempie di cure e di amore.

 

I paragrafi 15 e 16, che descrivono rispettivamente i rapporti della Chie­sa con i cristiani non cattolici e con i non-cristiani, costituiscono una certa novità della dottrina conciliare: essi raccolgono e compongono in modo equilibrato lo sforzo compiuto dall'ecu­menismo negli anni pre-conciliari. In effetti la Lumen Gentium rispetto alla Mystici Corporis presenta una visione complementare del mistero di salvez­za in rapporto con i fratelli separati e con i non-cristiani.

Infatti la Mystici Corporis, facendo ri­ferimento all'idea di Corpo Mistico, da un'immagine della realtà ecclesiale che marca fortemente la totale coincidenza tra verità cristiana e Chiesa cattolica, apostolica romana e sottolinea di più l'errore eretico e scismatico quasi sot­tovalutando gli elementi di verità presenti nelle realtà non cattoliche e non cristiane.

La visione della Lumen gentium, cen­trata sul concetto più dinamico di Po­polo di Dio, sviluppa aspetti maggior­mente valorizzatori di tali realtà senza cadere in equivoci di falso ecumeni­smo.

Per dirla con un'immagine, secondo la L.G., è come se la Chiesa si trovas­se al centro di una serie di cerchi con­centrici ed al centro risiedesse la ve­rità nella sua pienezza e nel suo mas­simo fulgore. Man mano che i cerchi si susseguono dal centro alla perife­ria diminuisce l'intensità di partecipa­zione alla densità massima di verità. Così ad esempio il primo cerchio vicino al centro indicherà la chiesa orto­dossa, quello dopo quella anglicana e poi le diverse comunità dei fratelli ri­formati e così via fino all'ultimo, il più esterno, che indicherà la posizione di chi si definisce ateo ma crede in valori fondamentali e si sforza di praticarli. A proposito delle due diverse posizio­ni bisogna tener conto che si tratta di aspetti complementari dell'unica realtà ecclesiale e che sarebbe un grave er­rore mettere il secondo contro il pri­mo o viceversa. Infatti la L.G. li cita entrambi. Se il concetto di Popolo di Dio, che richiama l'azione del creatore per convocare il suo popolo attraverso la storia, permette un più sottile uso ecumenico, per contro quello dì Corpo Mistico risulta più efficace nel descrivere l'essenza della Chiesa ed in parti­colare il suo carattere gerarchico. In questo modo si apre alla Chiesa cattolica e a tutti il vero senso dell'ecumenismo e della missione. Infatti il riconoscimento positivo di quello che gli altri cristiani hanno in comune con la Chiesa cattolica (Sacra Scrittura, lo zelo religioso sincero, la fede in Dio Padre e in Cristo Suo figlio salvatore, per taluni il sacramento del battesimo ed anche altri sacramenti ...) non deve far dimenticare che la verità per sua natura esige di essere posseduta con pienezza ed il segno clamorosamente distintivo di tale pienezza potrà es­sere « l'unione pacifica di tutti ... in un unico gregge sotto un solo pastore » (n. 15).

Analogamente la dimensione e l'azione missionaria è l'unico modo concreto con il quale la Chiesa pone il problema della riunificazione di tutto il genere umano in Cristo che per tutti gli uo­mini è morto e risorto. Il Concilio descrive le condizioni di una corretta azione missionaria nel paragrafo 17. Essa trae fondamento dalle stesse mis­sioni trinitarie e passa attraverso l'an­nuncio, alla evangelizzazione vera e pro­pria che sempre ed inevitabilmente por­ta con sé degli effetti civilizzatori. Nel­la valorizzazione di ciò che già si ha in comune, senza sminuire in nulla la propria identità e perciò il cammino che è ancora tracciato dalle differenze, con la preghiera e con l'azione la chiesa cammina verso il Suo celeste de­stino.

 

Angelo Scola

   

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