Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

 

Catechismo del Concilio

 

Fonte Litterar Communionis  Anno VI n. 9 ottobre 1979

 

Autore Angelo Scola

 

( « Lumen Gentium », capitolo III )

 

Il capitolo terzo della Lumen Gentium si occupa della struttura gerarchica della Chiesa e in modo speciale dell'episcopato. Alla luce del mistero del­la Chiesa (cap. I) consolidato dal taglio storico che consente di cogliere il suo sviluppo progressivo (cap. Il), il capi­tolo terzo passa ad esaminare logica­mente il ruolo dei « capi » all'interno della realtà ecclesiale. E' questo un tema assai importante fortemente atte­so tanto più che il Vaticano primo non l'aveva potuto trattare compiutamente, costretto come fu dagli eventi storici allo sviluppo di una sola parte, preci­samente quella riguardante il sommo pontefice.

 

Caratteristica della Lumen Gentium è di affrontare il problema della gerarchia in tutta la sua completezza, codificando, per la prima volta in maniera così au­torevole, la dottrina sull'episcopato e sui suoi rapporti con la funzione del romano pontefice.

Il contenuto del terzo capitolo, e so­prattutto lo scopo per il quale il Con­cilio se l'è proposto, sono succinta­mente esposti nel paragrafo 18 che fun­ge da introduzione. Per sottolinearne la chiave di lettura basti accennare alla motivazione che ha condotto Cristo a pensare la Sua Chiesa in maniera ge­rarchica e in secondo luogo alla fun­zione e al significato che la gerarchia occupa nella comunità ecclesiale. Con la gerarchia Cristo ha fissato il principio perpetuo di conservazione e di crescita della realtà ecclesiale fon­dandolo non sulla intelligenza umana ma sull'elevazione a ministri di coloro che l'avevano seguito, gli apostoli, e che da Lui erano stati mandati a ser­vire il popolo. Costoro si perpetuano nei vescovi, che degli apostoli sono i successori e sono conservati in fonda­mento stabile e visibile di unità di fede e di comunione dal successore di Pie­tro, il romano pontefice, vicario in ter­ra dello stesso Fondatore. Il capitolo si divide in quattro parti: la prima (19-21) che mette in evidenza la genesi della struttura gerarchica e il valore dell'ordine, ci porta alle rifles­sioni seguenti. Il paragrafo 19 esordi­sce motivando la genesi del gruppo dei dodici e la modalità della loro chia­mata. Il Concilio dice a chiare lettere che il Signore chiama quelli che vuole «perché stiano con Lui e per mandarli a predicare il Regno di Dio» (par. 19). L'iniziativa libera di Dio in Cristo, cioè l'elezione, è alla base della struttura gerarchica della Chiesa e rappresenta la modalità permanente con cui essa si conserva all'interno della realtà eccle­siale.

Una seconda fondamentale sottolinea­tura sta nell'affermazione che la chiamata di Cristo costituisce gli apostoli in un « collegio o ceto stabile » del quale Pietro fu a sua volta eletto ad es­sere il capo. Il tema del collegio sta sì ad indicare una responsabilità vis­suta in solido dai suoi membri ma non postula   necessariamente,  come   molti vorrebbero appoggiandosi ad una con­cezione laica e particolarmente tardo-romana del diritto, una eguaglianza di poteri che farebbe risultare contraddit-torio la scelta di uno, Pietro, tra i do­dici a garante dell'unità di tutto il collegio.

Il fatto che fin dall'inizio gli apostoli furono costituiti in collegio ed ordinati ad un capo significa ad un tempo l'universalità della Chiesa che nasce co­me fatto comunionale già nel suo seme gerarchico in un certo senso di essa costitutivo e la natura permanente della missione dei dodici con il modo stesso della loro successione. Il paragrafo si conclude con la spiegazione del con­cetto di apostolicità che è l'elemento su cui si fonda quello di gerarchia: es­sere apostoli significa essere fonda­mento della Chiesa attraverso l'annun­cio del Vangelo, guida di essa attraver­so il radunarla da tutti i confini della terra, profeti conservandola intatta at­traverso l'autentica interpretazione del­la Rivelazione.

Il paragrafo 20 svolge il compito di chiarire in termini lineari per lo più presi dalla Scrittura o dai primissimi Padri della Chiesa, la dottrina della tradizione cattolica sull'episcopato. An­che qui il Concilio, rispettando il suo programma di voler essere una puntua-lizzazione di ordine pastorale, si limita ad esporre quelli che furono in realtà le parole e i gesti di Gesù a proposito della successione apostolica. Diviene così emergente il passo di Matteo 28, 20 in cui l'apostolicità è vista nella sua preoccupazione di totale continuità: Cristo si preoccupa che il collegio da Lui istituito sia conservato «fino alla fine dei tempi» e cioè che la sua fun­zione venga concepita come coessen­ziale all'esistenza stessa della Chiesa, cioè alla storia.

Il Concilio non entra nel complesso problema dell'evoluzione storica dell'episcopato e della sua continuità ini­ziale, che tanto occupa gli studiosi del­la Chiesa dei primi secoli. I Padri si limitano a risottolineare il principio della continuità cioè l'«elezione» che, come fu di Cristo verso gli apostoli, così divenne degli apostoli verso i vescovi e che si ripete per tutti i vescovi tra di loro ancora oggi.

Il tema delicato della continuità storica viene affrontato appoggiandosi sulla testimonianza fondamentale di S. lreneo secondo il quale la successione dei ve­scovi si fonda nella Tradizione aposto­lica. Appoggiandosi sulla testimonianza di S. Ignazio e S. Clemente il Concilio afferma che il ministero, nel quale i vescovi sono coadiuvati dai sacerdoti e dai diaconi, consiste nel manifestare a tutto il mondo la buona novella del Vangelo e nel conservare la realtà ecclesiale che da essa è nata.

Questo ministero è realizzato dai ve­scovi attraverso il triplice compito del­l'insegnamento, del culto e del governo.

Coloro che accedano a questo mini­stero attraverso il sacramento dell'ordi­ne ricevono tutto il potere che era pro­prio degli apostoli eccetto le loro qua­lità di testimoni oculari.

Col paragrafo 21 i Padri conciliari intendono sviluppare più a fondo l'aspetto dottrinale relativo sia alla successione apostolica sia al con­tenuto proprio di tale ministero. Il paragrafo, come è stato notato dai com­mentatori, è da considerare essenziale. Il passaggio dal collegio apostolico al corpo episcopale è realizzato dal sa­cramento costituito dal gesto aposto­lico dell'imposizione delle mani e dalle parole della consacrazione episcopale. Il sacramento manifesta l'acquisita ca­pacità di comunione «nelle cose sa­cre» tra chi lo riceve e chi lo comunica, a segno di continuità ed espan­sione del ministero stesso e del corpo al cui servizio è stato istituito.

Una seconda importante notazione mo­stra come l'eletto sia inserito in un gruppo immutabile nella sua essenza e nella sua missione, indipendentemen­te dal fatto che le persone siano in­vece destinate a mutare.

L'andamento dell'esposizione concilia­re sottolinea con insistenza la posizio­ne centrale dì Cristo, fondamento dina­mico di tutta quanta la funzione gerarchica. E' Cristo stesso ad essere pre­sente in mezzo al suo popolo attraverso i vescovi così come lo fu a suo tempo attraverso gli apostoli.

Una speciale effusione dello Spirito Santo è destinata ai vescovi per com­piere così grandi uffici. Essa si comu­nica attraverso la consacrazione episcopale che rappresenta in tutta la sua pienezza il sacramento dell'ordine. La consacrazione episcopale conferisce gli uffici di santificare, di insegnare e di governare. Di questi l'insegnamento e il governo per loro natura «non pos­sono essere esercitati se non nella comunione gerarchica col capo e con le membra del Collegio». E viene così già adombrato il grande tema della collegialità che sarà svolto dalla se­zione seconda del capitolo terzo e che rappresenta un interessante elemento di novità portato dal Concilio Vaticano II.

Angelo Scola

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.