Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

 

Catechismo del Concilio

 

Fonte Litterar Communionis  Anno VI n. 6 giugno 1979

 

Autore Angelo Scola

 

 

( «Lumen Gentium», cap. 10-12 )

 

La seconda sezione, che compren­de i paragrafi da 10 a 12, svi­luppa il tema del popolo sacerdotale. Il paragrafo 10 definisce la nozione di sacerdozio comune ed esa­mina le differenze e i rapporti con II sacerdozio ministeriale. Come è noto si tratta di un tema che ha fatto molto discutere e sul quale og­gi esistono anche tesi inaccettabili. Dai tempi della Riforma la tentazione è quella di ridurre la differenza essenziale tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune sia per annullare la peculiarità della natura e della funzione del ministero sia per innal­zare il laico a funzioni ministeriali tipiche del clero.

 

Ora il testo conciliare si preoccupa di descrivere la natura di questo sacerdozio comune cominciando con l'affermare che nella Nuova Alleanza ogni sacerdozio proviene dal sacer­dozio di Cristo, definito appunto l'u­nico Gran sacerdote. Il principio qui enunciato è applicato al sacerdozio del popolo di Dio come provano al­meno cinque testi scritturistici che sono, in ordine di citazione: Ap. 1, 6 e 5, 9-10; I Pt. 2, 4-10; At. 2, 42-47; 1 Pt. 3, 15. L'insieme di questi testi sottolinea l'idea del sacerdozio co­mune dei fedeli come di una consacrazione a Dio legata al culto e alla testimonianza resa a Cristo dall'inter­no della vita quotidiana.

A questo punto si impongono talune precisazioni. Anzitutto è molto impor­tante chiarire che quando il testo conciliare parla di sacerdozio comune lo definisce sempre come proprio dei fedeli, il che sta ad indicare che tale sacerdozio non è riferito solo ai laici, bensì ai laici e al clero, compresa anche la gerarchia. Infatti la nozione di «fedele» secondo tutta la tradi­zione della Chiesa e secondo il Con­cilio si estende a tutto il popolo di Dio. Il sacerdozio comune interessa quindi tutti i fedeli ed è instaurato dai sacramenti e dalle virtù.

In sintesi, sul rapporto tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune gio­va sottolineare che la differenza è di essenza e non solo di grado, il che significa che entrambi trovano la loro origine nell'unico sacerdozio di Cri­sto, e quindi sono ordinati l'uno all’altro, ma da elementi diversi di esso. Infatti la sorgente del sacer­dozio comune è il battesimo mentre quella del sacerdozio ministeriale è l'ordine; ora l'ordine non rappresenta in alcun modo uno sviluppo del bat­tesimo come il sacerdozio comune non è all'origine di quello ministeriale. Esiste quindi un sacerdozio che è da­to a tutto il popolo di Dio e che de­riva dal battesimo ed è il sacerdozio comune ed esiste come elemento in­dipendente dal primo anche se ad esso correlato: un sacerdozio mini­steriale che viene instaurato dall'or­dine e che gode di un potere sacro per formare e condurre il popolo di Dio e per celebrare, nella persona di Cristo, il sacrificio eucaristico offren­dolo a Dio in nome di tutto il popolo. Giovanni Paolo II al numero 20 della Redemptor Hominis, definisce il sacerdozio comune come una «partecipazione a quell'unica ed irreversibi­le restituzione dell'uomo e del mondo al Padre, che Egli (Cristo), figlio eter­no ed insieme vero uomo, fece una volta per sempre».

 

Il paragrafo 11 descrive poi i sa­cramenti menzionando le loro ca­ratteristiche e i loro effetti. Il battesimo incorpora i fedeli alla Chiesa, dice il testo riferendosi alla dottrina di Paolo sul Corpo di Cristo, ed il nuovo cristiano attraverso il se­gno indelebile che gli imprime nell'a­nima il Battesimo è abilitato per il culto. Il sacramento della Confermazione fortifica il nesso del Cristiano con la Chiesa, gli dona una forza spe­ciale attraverso lo Spirito Santo, e lo rende adulto capace di difendere e di espandere la fede. L'Eucaristia è definita anzitutto come la sorgente e l'apogeo di tutta la vita cristiana dal momento che l'esistenza del cristiano pesca la sua energia nei sacramenti di cui il sacramento dell'altare è il centro.

Ancora il testo sottolinea la maniera diversa con la quale partecipano alla Messa il celebrante e i fedeli. Il pri­mo agisce al posto di Cristo per renderLo presente sotto le specie con­sacrate, i secondi devono costituire una assemblea attiva e partecipante. Così la Comunione diviene la vera sorgente della comunità, non soltanto perché produce unità all'interno del rito ma perché tale unità si espande. Il sacramento della Confessione ha un duplice effetto: anzitutto essa ac­corda la remissione dell'offesa fatta a Dio attraverso la misericordia ot­tenuta per noi da Cristo presso il Pa­dre, in secondo luogo ci concilia con la Chiesa con la quale peccando ab­biamo rotto la Comunione.

L'unzione degli infermi ha felicemente preso il posto della estrema unzione. Essa ha perso quel carattere di sacramento destinato esclusivamente ai moribondi, per recuperare il signifi­cato originale di ricordare all'infermo la sua partecipazione alla sofferenza di Cristo e di portare salvezza ed an­che in qualche modo salute. Il testo menziona poi il sacramento dell'ordine la cui trattazione è più compiutamente sviluppata altrove. In­fine si occupa del matrimonio presen­tato con l'immagine dell'unione tra Cristo e la sua Chiesa. Esso conferisce dunque agli sposi una partecipazione a questo stesso mistero di amore e di fecondità ed in virtù del sacerdo­zio comune dei fedeli esso diventa per i battezzati un vero e proprio atto di culto. Il compito della famiglia si rivolge sia in direzione dell'umanità sia in direzione della Chiesa. Per l'u­manità e per la Chiesa i coniugi, in forza del mutuo affetto generano i fi­gli. A buon titolo perciò la famiglia cristiana è detta comunità domestica.

 

Il paragrafo 12 si occupa di due punti importanti della dottrina tradizionale della Chiesa. Il pri­mo è quello del senso comune dei fedeli: tutto il popolo di Dio, in vir­tù dello Spirito Santo, gode di una infallibilità «in credendo» cioè nel credere così come il magistero gode di infallibilità «in docendo», cioè nell'insegnare. Questo «sensus fidei» ci mette in ascolto di ciò che lo Spirito dice alla sua Chiesa e dimo­stra come il Popolo di Dio viva forte­mente attaccato al patrimonio di fede trasmesso dalla tradizione. Bisogna sottolineare con chiarezza che quella del «sensus fidei» è una infallibilità «in credendo» che ha perciò bisogno di essere costantemente riferita all'infallibilità «in do­cendo» della Gerarchia. Ogni tenta­tivo di opporre l'un l'altra queste due forme di infallibilità è profondamente sbagliato.

Trattandosi di una infallibilità nel credere esso è come una conferma ulteriore che lo Spirito concede alla Chiesa per difenderla dall'errore ma non può bastare da solo a far cam­minare la Chiesa.

Infine il paragrafo 12 si occupa dei doni carismatici del popolo di Dio, si tratta di Grazie speciali che lo Spirito accorda liberamente a chiun­que tra i membri del popolo di Dio, ma in vista del bene comune. Benché i ministeri, cioè le funzioni stabili che permettono la vita della Chiesa, abbiano anch'essi una componente carismatica altrimenti subirebbero un irrigidimento ritualistico non più confacente al popolo, il termine carisma indica più normalmente dei doni che non si possono trasmettere né ad altri né a successori e che sono passeggeri.

Il testo sottolinea infine che tali ca­rismi essendo per il bene della Chie­sa devono essere ad essa ordinati e tocca all'autorità di discernere i veri dai falsi.

 

Angelo Scola

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.