Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

 

Identità cristiana e impegno per l'uomo nel mondo del lavoro

Conclusioni di don Angelo Scola

 

Fonte Litterar Communionis  Anno VII n. 3 marzo 1980

 

Autore Angelo Scola

 

Nessun cattolico nega volutamente l'importanza dell'identità cri­stiana.

Però c'è un modo di affermare l'identità cristiana che praticamente la liquida, perché la riduce ad un fenomeno così puramente ispirativo e trattenuto al livello ultimo del convincimento indivi­duale che essa non ha più fecon­dità, cioè non rende più vivo, ve­ro e turgido l'impegno nelle con­crete condizioni storiche.

 

E' necessario allora identificare l'elemento di razionalità che con­sente e fonda l'affermazione che l'identità cristiana è motivo, con­dizione e alveo dell'impegno nella situazione (nella fabbrica). In altri termini, i cristiani devono do­mandarsi ragione della loro iden­tità. (Si è visto del resto, che il solo moralismo, la sola genero­sità, non valgono a reggere dure­volmente un impegno). Infatti, se è vero che il valore della fede non va ripetuto astrat­tamente, ma va giocato storica­mente, allora è esigita una rispo­sta motivata alla domanda: è ra­zionale essere cristiani oggi nel mondo del lavoro? cioè: risponde al bisogno dell'uomo concreto e storico?

Questo «elemento di razionalità» può essere colto nello svolgimento di quattro fattori paradigmatici.

 

1.  Il senso del lavoro

 

Oggi l'uomo subisce un drammatico smarrimento di significato — conseguenza questa tra le più de­vastanti dell'ideologia del consu­mo — che proprio nel lavoro più clamorosamente si documenta.

Il nesso tra identità cristiana e mondo del lavoro deve in prima istanza notare che l'esperienza cristiana vissuta stabilisce la consapevolezza del significato dato alla materialità stessa del lavoro, per quanto essa si trovi immersa in una gravissima situazione di alienazione e di contraddizione. Questa certamente va ovviata, superata e in un certo qual senso forse anche abolita, ma il signifi­cato delle «otto ore» di lavoro non dipende dal superamento del­le contraddizioni che vi inerisco­no; la ragione e la forza per «star dentro» provengono solo da una posizione umana corretta.

Posizione umana corretta è quella che concepisce il lavoro come condizione esistenziale, naturalmente connessa con la condizione dell'uomo: come luogo in cui l'uo­mo è chiamato a vivere. Il lavoro ha, perciò, un valore di espres­sione di sé e di testimonianza; fa capire che cosa sia Cristo per l'uomo, nel gesto magari ripetitivo e faticoso: documenta una doman­da più grande, di significato, ap­punto, esigito ed invocato come ultimo e radicale bisogno. Il la­voro è luogo di espressione non di sé e basta, ma di sé in quanto «di un altro», in quanto creatura.

Una conseguenza molto importante è la serietà morale. La man­canza di serietà rispetto al lavoro denuncia una disattenzione al va­lore dell'essere uomo, che nel la­voro si palesa chiaramente. Es­sere chiamati a vivere di un altro, cioè di Cristo, e riconoscere che il lavoro è espressione «dovuta» alla razionalità dell'uomo, questo stabilisce il senso concreto delle otto ore in fabbrica, così come stabilisce il senso del rapporto con la moglie o con i figli, o il senso dell'impegno per la modificazione della realtà sociale.

Molti «discorsi», forse più che la pratica, hanno preteso di eva­cuare dal lavoro non solo quell’aspetto contingente di fatica fi­sica o psichica talvolta ingiusta, ma anche quell'aspetto struttura­le di sordità o di opacità che vi è naturalmente connesso e che documenta il fatto che il lavoro è conseguenza del peccato di ori­gine, condizione dell'uomo deca­duto e strada obbligata, quindi, per un recupero della piena co­scienza di sé.

Il lavoro dunque è forma suprema della educazione al compito di aderire a Cristo Redentore dell'uomo.

Solo questa posizione da pace per costruire, libertà per giudicare la realtà, forza per lottare per la giustizia e il cambiamento.

 

2. Giustizia

 

L'uomo è chiamato a costruire la giustizia. La razionalità umana si manifesta come capacità di costruire (la vita stessa è costruzione): e quale costruzione più nobile e piena della giustizia? La scrittura esalta il giusto: «II giu­sto vive di fede». Giovanni Pao­lo II sottolinea che la radice della giustizia è la verità ed in cima alla scala dei diritti umani pone, giustamente, il diritto alla verità. Costruire la giustizia significa dunque riconoscere e realizzare il bisogno profondo dell'umanità nostra e di tutti, cioè la verità. Costruire l'uomo nuovo, giusto, significa costruire l'uomo vero.

Ma questa impresa non è l'esito di un progetto che l'uomo conce­pisca, né di una generosità, che può essere irrazionale. E' possibile dedicarsi con libertà alla costruzione della giustizia se si riconosce che essa è il disegno di un Altro, cui si è chiamati ad aderire.

La compagnia che ci mette insieme è nata dalla fede, dal riconoscimento personale che quel disegno di un Altro — quella giustizia — porta un nome: Cristo. Cristo è l'avvenimento che inaugura la giustizia nel mondo. In questo senso la giustizia è la fede. Questa coscienza rende capaci di cordiale solidarietà con tutti nel­la fabbrica. Nello stesso tempo difende dal continuo «ricatto»del bisogno che è l'ideologia, la quale confeziona immagini parziali di bisogno prescindendo dalla radice vera di esso. L'uomo che si fa una sua immagine del bisogno, diventa ideologico: quando è costretto a scontrarsi con la propria disfatta, non abbandona la sua ideologia: questo è cedere al ricatto. Comunque, la sproporzione dell'esito rispetto all'esigenza finisce per generare rabbiosa testardaggine oppure scoraggiamento e disimpegno. L'uomo da sé non può realizzare la giustizia, perché l'uomo non può realizzare se stesso: l'uomo nuovo non è autogeno, è stato fatto, è parte del disegno di un Altro, che ci si è rivelato.

 

3.   Gratuità

 

La gratuità è componente sostanziale di ogni edificazione. Se in­fatti si pretende di trasformare il mondo in una grande fabbrica dove tutto è predeterminato e dove non vi è spazio per la crea­tività e per il dono di sé in cam­bio di nulla, allora non si fa che aggravare lo sfacelo in cui già viviamo.

E' necessario identificare la vera radice del gratuito. Essa consiste nell'impegno serio con l'incontro con Cristo che pone alla sua sequela nella Chiesa. Seguire Cri­sto nella Chiesa significa costrui­re un germe — per quanto con­tingente e fragile — di comunio­ne, di amicizia, di fraternità in nome di Cristo, là dove si è chiamati a vivere.

Il cristiano che vuoi manifestare la sua gratuità deve giocarsi riconoscendosi con gli altri cristia­ni nella fabbrica, e costruire con essi una compagnia da cui scatu­risca tutta l'azione sindacale, so­ciale, culturale e politica; una compagnia che sia il luogo del gratuito per eccellenza.

Non si tratta di un'organizzazione o di una struttura da impiantare; si tratta di una trama di fraternità da realizzare in nome esplicito del significato che ci muove, cioè Cristo, nella quale il «gratuito» trovi il luogo di una genesi permanente e di una continua ve­rifica, il luogo che lo strappi al rischio della generosità nel suo aspetto deteriore cioè irrazionale.

nb. Una compagnia così imposta­ta non ha affatto il problema di fuggire al bisogno e alla contrad­dizione per rifugiarsi nella «quie­tudine» della cosiddetta comu­nione. E' l'equivoco di una menta­lità associazionistica in senso formale quello di identificare realtà ecclesiali e di comunione con strutture «a parte» in cui si en­tra e si esce, comunque in cui ci si può ritirare. Il rischio del «rifugiarsi» esiste per comunità o    gruppi  non  impostati  razional­mente, cioè non impostati in mo­do da rispondere a tutto il bisogno dell'uomo.

 

4.   Cultura

 

Una realtà di comunione è capace di vivere nel lavoro il significato che la determina, di condividere i bisogni  che  incontra, di  mani­festare la gratuità e di impegnarsi per la giustizia, se è luogo di una radice culturale nuova.

E' oggi impressionante l'assenza nella fabbrica di una concezione cristiana della cultura.

Ma questo ultimamente avviene perché, al di là delle intenzioni, non ci si decide a spiegare la cultura nel suo elemento radicale, (e che nella sua essenza è vera­mente popolare) : cioè la capacità di giudicare la situazione in no­me del significato che si fa pre­senza in una compagnia di amici. Il giudizio di valore è la radice di ogni cultura.

Una realtà viva di comunione, anche mancando della capacità di fare analisi o di esprimere concet­ti, opera costantemente il parago­ne della realtà concreta con quel profondo desiderio di verità, di realizzazione di sé, che da Gesù Cristo è stato rivelato. E consen­te di fare questo naturalmente, diremmo quasi istintivamente; non astrattamente, ma in una compagnia, in un luogo di fraternità in cui ognuno personalmente recupera il significato della vita. Un giudizio di valore radicato nel­la fede: questa è la radice della cultura.

Un giudizio sulla realtà del lavoro o sul sindacato, in questo senso, non può mai essere una forma di copertura di un disimpe­gno: chi porta il giudizio al suo livello ultimo e radicale, quello del volere, può solo far avanzare la realtà sociale dei lavoratori, il sindacato, ecc, perché conduce alla verità.

I cristiani dovrebbero essere più precisi e solidali in questo. D'altra parte, qualsiasi sviluppo culturale — necessariamente si­stematico e critico — o nasce da una realtà vissuta, in cui è verificato il giudizio di valore, o si con­danna all'intellettualismo (il qua­le viene emarginato o, se prende potere, è tiranno).

 

(sintesi non rivista dall'autore)

Normal 0 14 false false false MicrosoftInternetExplorer4

 

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.