Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

Fonte Litterae Communionis giugno 1985


Autore Augusto Del Noce



Riconciliazione importa la rimozione di un ostacolo. Quale, in questa occasione? Su questo punto i cattolici sono divisi. Per molti tra loro l'ostacolo era, ed è, l'integralismo. Per altri la penetrazione negli stessi cattolici del secolarismo attraverso la discutibile accettazione dello stato di fatto, pensato come irreversibile, di una società secolarizzata.

Gli antintegralisti non trovano i loro avversari nei vecchi, ma nel movimento cattolico di più fresca data, e nell'unico che riesca oggi a raccogliere adesioni di giovani: in Comunione e Liberazione, a cui per altro è difficile attribuire i caratteri, anche se dissimulati, dell'integralismo.

 

(Si individua, a questo punto, l'origine del significato negativo del termine integralismo in un'opera del 1932 (mai citata dagli «antintegralisti») di Bergson, «Le due sorgenti della morale e della religione».

Quanto alla diffusione del concetto in Italia, molto si deve a una errata interpretazione del fascismo - che ha influenzato anche la cultura cattolica - secondo la quale «nell'epoca del fascismo ci sarebbe stata un'alleanza necessaria tra la Chiesa cattolica e il fascismo», da cui la convinzione che le scelte politiche della Chiesa in quel periodo non fossero errori contingenti ma necessaria conseguenza di una concezione «integralista» del cristianesimo che abbassava la Chiesa a una sorta dipartito conservatore).

E ora vediamo la diversità che intercorre tra antintegralismo e Comunione e Liberazione. Questo movimento sorge e si consolida in anni in cui i giovani non riescono neppure a evocare il ricordo del fascismo; per la ragione semplice che il fascismo poneva il suo criterio di validità nell'avanzare («chi si ferma è perduto», diceva Mussolini), così che la sconfitta era per es­so decisiva (perciò non è del tutto errata l'opinione di chi vi vede una «parentesi»).

Questi giovani assistevano invece a un processo di scristianizzazione che si richiamava a forme culturali che certamente non sono fasciste né hanno col fascismo parentela alcuna. Né potevano certo accontentarsi della fragile tesi secondo cui si dovrebbe distinguere tra secolarizzazione, fenomeno in sé positivo, preparato dal cristianesimo e anzi forma del suo passaggio all'età adulta, e secolarismo, Secolarizzazione riprendeva per loro, e i fatti ne forniscono la prova, il suo senso originario, condiviso, del resto, pressoché da tutti: passaggio a una scelta per una realtà terrena, per risolvere i problemi della quale non c'è alcun bisogno di Dio; e in ragione di ciò quell'indifferenza religiosa, che per il cattolicesimo è assai più pericolosa, nonché di un acceso anticlericalismo, di un dichiarato ateismo.

Nel convegno di Loreto gli antintegralisti formavano la maggioranza assoluta per numero di presenze e per mobilitazione di intellettuali, coloro che lontanamente potevano venir sospettati di simpatia per la vecchia morale cattolica non figuravano tra gli invitati, o, se proprio non era possibile escluderli, tenuti lontani dall'esercizio di funzioni di rilievo. Sopravvenne il discorso del Papa. Lasciamo da parte l'interpretazione in termini politici - quasi il Papa abbia inteso dare inizio a una campagna elettorale in favore della De (anche questo fu scritto) - perché è talmente assurda che anche coloro stessi che l'avevano iniziata oggi se ne ritraggono. Ma neppure è vero che vi si trovi un accento integralistico, almeno nel senso di una corrispondenza a quell'immagine corrente di cui prima ho discorso.

Direi che il suo significato è questo: oggi il problema massimo per il bene, non della Chiesa soltanto, ma dell'umanità intera, è ritrovare l'unità cattolica, unità che naturalmente non può non riflettersi anche sul piano politico (che non coincide necessariamente con quello dei partiti); ma questo ristabilimento dell'unità non è possibile se non si abbandona, come falsa anzitutto idealmente, quella contrapposizione tra integralisti e progressivi, tra tradizionalisti e innovatori, che ha lacerato senza possibilità di composizione la coscienza cristiana negli ultimi decenni. Dico questo con parole mie, e posso sbagliare: ma mi sembra esprimano il pensiero del Papa. Si rifletta a questo passo del suo discorso:

 

«Non deve essere sottaciuto il rischio di una "espropriazione" effettiva di ciò che è sostanzialmente cristiano sotto l'apparenza dì una "appropriazione" che in realtà resta soltanto verbale, con conseguenza della "assimilazione" al mondo, invece della sua cristianizzazione». Mi sembra di trovarci la conferma di quel che ho detto sull'appropriazione, da parte degli innovatori antintegralisti, di un'interpretazione del nostro tempo che ha premesse laiche e marxiste; e che sempre più si rivela inadeguata, anche a osservatori che partono da posizioni laiche o marxiste.

 

Giusta l'esigenza del dialogo, purché essa non si riduca alla ricerca di un compromesso o di una conciliazione soltanto umana; invece deve muovere dall'idea stessa di verità, che, per essere pensata come tale, deve anche render conto dell'errore, ed esige il confronto.

 

Giusto il rispetto delle «verità impazzite», o meglio di coloro che ne sono gli assertori, purché si riconosca che «la comprensione e il rispetto per l'errante esigono anche chiarezza di valutazione circa l'errore di cui è vittima». Ciò in cui consiste il «tradizionalismo» del Papa (non provo alcun disagio nell'usare questo termine) è l'affermazione dell'oggettività della verità e del bene morale, in un tempo in cui sembra dominare, accettata in genere inconsapevolmente, e sembra essere penetrata per questa guisa negli stessi cattolici, l'idea della pura umanità delle varie posizioni di pensiero, relative perciò alle varie epoche storiche.


da II Tempo, 20 aprile 1985

 

   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.