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Fonte Litterae Communionis - Cl - luglio-agosto 1985

Autore Augusto Del Noce*


 

Dopo la doppia sconfitta del Pci alle elezioni amministrative e al referendum del 9 giugno, uno studio di Augusto Del Noce sull'identità, la cultura e le prospettive politiche del partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer

 

 

Il comunismo italiano dichiara oggi di essere il Partito della terza via: quanto a dire del superamento, della politica internazionale, della contrapposizione dei blocchi, e quindi della pace nella distensione; e di quella tra democrazia e comunismo nella politica interna; e di vero assertore della causa europea, dato che la comunità europea sarebbe la zona in cui si realizzerebbe l'unità tra la libertà democratica e la giustizia socialista. Si presenta dunque come il partito di un ordine e di una pace, di un'eguaglianza e di una libertà, che si potrebbero stabilire senza bisogno di una rivoluzione violenta. Gli anni dell'immediato dopoguerra furono quelli in cui la parola «rivoluzione» ebbe il massimo successo o, per altro verso, suscitò le maggiori apprensioni. Oggi, è pressoché abbandonata nell'uso; e il partito della rivoluzione, se anche non può negarlo, deve anzitutto «rassicurare», e almeno parzialmente ci riesce: non sarà una rivoluzione come le altre; metterà ordine in una società anarchica.

Un vecchio proverbio dice che il cuore deve essere caldo, ma la testa fredda; e ora importa fare un discorso freddo sulla situazione presente; prevalentemente descrittivo, privo di giudizi di valore, tale che non conceda nulla alla mozione degli affetti. Domandiamoci attraverso quale processo il comunismo italiano può essere giunto a presentarsi nella forma che si è detta; poi, se gli si può dar credito, anche nell'ipotesi della piena sincerità da parte dei dirigenti e dei militanti. Evitiamo la troppo consumata asserzione secondo cui il comunismo si servirebbe sempre di «maschere»: non foss'altro per il timore di cadere nella banalità, anche se non sempre il banale coincide con il falso.

Partiamo invece da una frase che ebbe larga circolazione: quella che definisce il comunismo anzitutto come «religione secolare». L'uso ha banalizzato anch'essa. Tuttavia, se ben si guarda, è perfettamente esatta e permette di orientarci, come nessuna altra

forse, nella politica contemporanea; facendoci intendere così la posizione dei vecchi comunisti, come quelle dei loro avversari. Il comunismo negli anni tra il '20 e il '40 era davvero sentito come una «religione secolare» non soltanto dai militanti di base, ma dai filosofi marxisti dell'Europa di allora, da un Lukacs, da un Bloch, da un Gramsci.

Soprattutto permette di inquadrare con precisione le posizioni divergenti degli avversari del marxismo e del comunismo, dei religiosi e dei laici. I primi lo criticano (o almeno dovrebbero così criticarlo, il che però è avvenuto piuttosto di rado) in quanto secolare; in quanto, cioè, è a partire da esso che si intende il senso primo e autentico del tanto ripetuto termine secolarizzazione, come rifiuto radicale della dipendenza da Dio accentuando invece all'estremo il momento religioso della liberazione; in quanto, in ragione di ciò, l'ateismo non è una sua sovrastruttura eliminabile, ma la sua essenza, condizionante perciò tutti i momenti del suo sviluppo. La tesi dell'anticomunismo religioso è che vi è una continuità necessaria tra la controreligione del Marx filosofo e la realizzazione storica del marxismo come «socialismo reale»; e che perciò sono vani gli sforzi di separare il comunismo dal predominio di quel che va sotto il nome di «socialismo reale».

La critica mossa dagli intellettuali laicisti è esattamente inversa. Il comunismo viene criticato perché insufficientemente secolare; perché carico di aspetti profetici, messianici, millenaristi, gnostici, eccetera. Alla parola «rivoluzione» viene sostituita, come programma, «modernizzazione»; il comunismo diventa u-na forma di modernizzazione per Paesi ancora arretrati; per i Paesi di civiltà più alte vale una democrazia che rifiuta ogni forma di teocrazia, sia nella sua forma originaria di fondazione trascendente, sia nella forma immanentizzata marxistica.

Nei decenni che hanno seguito la fine della guerra, la critica di tipo laicistico ha decisamente prevalso nel dominio della cultura, giungendo a informare la maggior parte delle stesse critiche mosse dai cattolici e agendo in certa misura sul comunismo stesso. Il laicismo di oggi si presenta come custode della democrazia in quel senso antiteocratico che si è detto. Il termine stesso di democrazia cristiana designerebbe come compito storico del partito di questo nome quello di portare il voto dei cattolici a una democrazia definita dai valori illuministici (o intesi in senso illuministico) di libertà, eguaglianza, tolleranza. Quanto al partito comunista avrebbe il compito di portare alla democrazia laica i voti del proletariato.

Partiti dunque, il cattolico e il comunista, provvi-sori, designati a essere superati in una società veramente moderna. Tuttavia, in un Paese di relativa arretratezza come l'Italia i laici non sarebbero ancora in grado di costituire una forza politica, nel senso elettorale, capace di raggiungere la maggioranza. Così da doversi politicamente accordare con l'uno o con l'altro dei partiti di massa, con la De o con il Pci. Sinora i partiti laici sì sono accordati con la De; i rappresentanti della cultura laicista preferirebbero cambiare cavallo. La loro idea sarebbe questa: come agli inizi dell'industrializzazione dell'Italia ci fu una collaborazione tra capitalismo e socialismo riformista, il secondo accompagnando lo sviluppo del primo, così oggi dovrebbe esserci tra neocapitalismo e partito comunista. Secondo una nota frase, per l'antico socialismo il fine ultimo era nulla; quel che importava era il movimento. Sono parole che dovrebbero essere un'insegna del presente comunismo, come quelle che esprimerebbero nell'abbandono del momento escatologico l'acquisizione della laicità. Maggiore prudenza manifestano i politici laici: lasciamo che la conversione del comunismo alla socialdemocrazia maturi, e finora i segni non sono sufficienti; la scelta per l'Occidente consiglia oggi a non cangiare alleanze.

Lasciamo da parte i molti debiti che dovrebbero esser fatti alla cultura cattolica, una parte della quale si è lasciata incantare dalla parola «secolarizzazione» come processo irreversibile di un mondo oggi arrivato all'età «adulta», e dalla necessità di adeguare a questa secolarizzazione, teologia e morale e politica. In realtà, il pensiero dell'irreversibilità della secolarizzazione consegue all'accettazione di un'interpretazione del nostro tempo in termini di modernizzazione (illuminismo) o di rivoluzione (marxismo). Illuministi e marxisti avrebbero ragione nelle interpretazioni del nostro tempo, e si dovrebbe trovare un posto per la fede, dopo che si è già concesso questo. Inutile dire che non lo si trova, e che i cristiani che si mettono su questa via sono credenti ad esaurimento. La larga diminuzione dei fedeli negli anni postconciliari, dopo che questa posizione si diffuse, lo dimostra.

Queste premesse erano necessarie per intendere i caratteri nuovi del Pci di oggi, rispetto a quelli dello stesso «partito nuovo» di Togliatti, rispetto a cui rappresenterebbero un progresso, pur partendo dalle sue premesse. Progresso in laicità, ed è in ragione di questa considerazione che certi laici guardano con favore all'alternativa comunista (che veniva sino a poco tempo fa detta «di sinistra», e che oggi si preferisce chiamare «democratica»), non meno di certi cattolici, se non al compromesso storico, o alla priorità delle alternative. Per avere idee chiare su questo punto, occorre rifarci rapidamente alla storia del Pci.

Spesso si parla di uno stalinismo (e il fatto non è contestato da nessuno) a cui Togliatti avrebbe dato consenso pieno durante la sua permanenza in Russia, e che avrebbe poi dismesso nel suo ritorno in Italia, già a partire dalla svolta di Salerno: punto di partenza, questa svolta, per la persuasione successiva dell'essenzialità della democrazia alla piena maturità del comunismo. Contro questa tesi di un abbandonato stalinismo sta l'interpretazione di chi, tra i giovani che aderirono al comunismo negli anni di guerra, rimase più profondamente fedele alla memoria di Stalin e all'idea dell'essenzialità del momento staliniano nella costruzione del comunismo: il cattocomunista Franco Rodano. Penso avesse perfettamente ragione, se si distingue tra uno stalinismo «intelligente» (politicamente intelligente, mettendo da parte ogni giudizio morale) e uno stalinismo «ottuso». Il tratto nuovo di Stalin è quello del «comunismo in un solo Paese», quanto a dire la necessità del radicamento del comunismo nella realtà russa. Ora, se ben si guarda, la «pluralità delle vie nazionali», l'idea su cui Togliatti ha insistito più di ogni altro leader comunista, è la tesi esattamente complementare al «comunismo in un solo Paese». Intendere la pluralità delle vie nel significato, ovvio, della diversità degli ostacoli che si devono affrontare per giungere ad uno stesso risultato, che sarebbe la trasposizione negli altri Paesi del modello sovietico, è il proprio dello stalinismo «ottuso». Togliatti pensava invece a una diversità, in ragione delle diverse tradizioni storiche. Aveva parlato di «policentrismo» per poi fermarsi sulla più prudente tesi dell'«unità nella diversità». Il comunismo restava uno in una pluralità di espressioni che sarebbe continuata almeno sino all'unità mondiale realizzata.

Ma che cosa significava per Togliatti radicare il comunismo in Italia? Continuare il Risorgimento secondo le parole che Gramsci aveva pronunziato davanti al tribunale speciale fascista al momento della sua condanna: «Verrà giorno in cui porterete l'Italia alla catastrofe, e allora toccherà a noi comunisti salvare il nostro Paese». Il comunismo avrebbe continuato il Risorgimento dopo la catastrofe fascista della nazione, che aveva le origini nello spirito reazionario delle classi dirigenti italiane; lo pseudorisorgimentalismo dei moderati aveva rappresentato la premessa del ventennio fascista, contraddittoria appropriazione della causa nazionale da quel che invece doveva venir detto l'Antirisorgimento; ricorso all'avventurismo, come scommessa contro la razionalità della storia. Espressione di razionalità era perciò il fatto che la più radicale antitesi al fascismo, il comunismo, fosse diventato il cemento unitario della Resistenza; perciò ancora, le forze che nel dopoguerra avevano preteso o pretendono di isolare il comunismo sarebbero esposte a un necessario fallimento rispetto alla causa nazionale (onde il ripetutissimo slogan «senza il Pci non si governa»). A questa prima ragione se ne aggiungeva un'altra, filosofica. Il Risorgimento, dal momento della proclamazione del Regno d'Italia, si era accompagnato con la cultura dell'hegelismo meridionale, che ne aveva rappresentato (soprattutto con De Sanctis e con Antonio Labriola) la consapevolezza ideale; ora, il punto d'arrivo di questa cultura sarebbe stato in Gramsci, e nel suo incontro col più autentico marxismo, separato così dalle incrostazioni positivistiche come da quel revisionismo che aveva trovato la sua conclusione e la sua politica in Benedetto Croce.

In questa prospettiva, dunque, così la politica come la cultura dell'Italia diventata nazione avrebbero portato al comunismo, che nella forma gramsciana si accompagnava con una versione dell'idea del primato italiano. Non in senso imperialistico, naturalmente, ma in quello che, ripensato a partire da una più profonda cultura, il comunismo, che aveva dovuto fermarsi ai confini della Russia, trovava le basi teoriche per riprendere la marcia verso la rivoluzione mondiale.

Spesso si dice: Togliatti, nell'Italia della guerra e dell'immediato dopoguerra, non poteva fare altrimenti che ripiegare dal comunismo rivoluzionario a un comunismo parlamentare, nella ricerca di una maggioranza relativa; e non bisogna scambiare una tattica obbligata, anche se coerentemente perseguita, con una finalità ultima. È vero, ma non è tutta la verità. Nel marxismo coesistono due vie intellettuali e politiche: per un verso esso si presenta come rivoluzionario, teso alla realizzazione di una realtà «totalmente altra» rispetto a quelle esistenti; per l'altro, come erede di quanto di positivo sia stato pensato e fatto nella storia del mondo. È sotto l'aspetto dell'«eredità» che Gramsci e Togliatti lo vedono. Ci si può giungere a partire da Croce, svolgendo coerentemente il suo pensiero, così da eliminarne le difficoltà che impediscono di pervenire allo storicismo integrale; si sa come questo sia il tema dominante dei Quaderni dal Carcere a partire dal cattolicesimo, in ragione del «suicidio» (di cui Gramsci parla in un celebre articolo del 1919, scritto in occasione della fondazione del Partito popolare) a cui si troverebbe costretto nell'affrontare i problemi del mondo moderno, mentre soltanto nel comunismo, tra le posizioni moderne, salverebbe quello che è il suo momento positivo (**). E anche, attraverso un lungo viaggio (si pensi alle lodi di Togliatti per il libro di questo titolo di Zangrandi), partire dal fascismo. Il richiamo a Gramsci e alla sua sostituzione del «suicidio» all'«omicidio» nei riguardi del cattolicesimo, ci chiarisce la posizione di Togliatti. Bisogna guardarsi da due posizioni unilaterali ed entrambe errate: che si sia trattato, nella sempre perseguita ricerca di accordo, da parte di Togliatti, di puro machiavellismo o all'opposto di una evoluzione per cui il comunismo deponeva gli aspetti ateistici (incontestabilmente non solo presenti, ma pensati come essenziali in Marx, in Lenin, nell'unanimità dei suoi teorici) per far posto a «tutti gli uomini di buona volontà», lasciando impregiudicata la questione metafisico-religiosa. Su un piano metapolitico, condizionante però la stessa politica, l'avversario primo, assoluto, del marxismo (non semplicemente un avversario tra gli altri) resta in Italia il cattolicesimo. Però così Gramsci come Togliatti pensano che una persecuzione religiosa diretta avrebbe un effetto opposto alle intenzioni, servendo a far tacere quei dissensi ideali che necessariamente albergano nelle religioni positive, in ragione del fatto che esse sono sorpassate dalla storia; per cui alcuni dei loro fedeli vogliono difendere un passato ormai condannato e altri cercano una impossibile conciliazione col nuovo; o meglio il conflitto è interno, quale che sia la soluzione che egli voglia dargli, alla coscienza del singolo fedele che è sempre, in qualche misura, lacerata. La persecuzione diretta ristabilirebbe l'unità e servirebbe da balsamo risanatore. È invece sui dissensi interni che bisogna puntare, rompere l'unità dei cattolici, fare in modo che il cattolico «progressivo» si senta più lontano dal cattolico cosiddetto «integrista» che da qualsiasi movimento ateistico; al cui riguardo dirà che un certo ateismo è vero, nella misura in cui combatte una falsa immagine di Dio. La ricerca della divisione nel mondo cattolico è stata un fatto costante del Pci, dal '45 a oggi; perché anche la proposta del «compromesso storico» mirava a questa divisione, dato che non si poteva pensare che non soltanto tutti i cattolici, ma tutti gli appartenenti alla stessa Dc, vi avrebbero aderito.

Nel comunismo di tipo togliattiano il problema delle alleanze diventa essenziale, perché soltanto attraverso l'egemonia del «blocco storico» potrà pensare di raggiungere l'egemonia del Paese. Ma quali alleanze? L'avversario «fascista» è troppo lontano, e la storia vieta di presentare i fascisti come una semplice accozzaglia di banditi, o i mali che ci travagliano oggi come sopravvivenza ed eredità di abitudini che si erano formate nel periodo fascista. E d'altra parte l'illusione di Gramsci di essere giunto al punto più alto del pensiero mondiale, incontrando Marx nel proseguire Croce, è condivisa ormai da pochissimi nel comunismo stesso. Il declino della cultura idealistica italiana non ha potuto non coinvolgere lo stesso gramscismo.

Consideriamo ora quella che era la novità del partito gramsciano-togliattiano e la novità presente della «terza via». L'originalità del partito gramsciano-togliattiano non può essere negata. Sarebbe un errore vederci un'agenzia italiana del partito comunista sovietico. L'autonomia e il legame di ferro col comunismo sovietico coesistevano nel partito italiano perché si trattava dell'autonomia di un partito rivoluzionario adeguati ai «punti più alti».

Invece, la «novità» presente del Pci non è condizionata dal sorgere di un'idea nuova e neppure dallo sviluppo di una tesi appartenente al patrimonio marxista-leninista-gramsciano; segue invece al declino dell'impostazione gramsciana-togliattiana. Diremo che il Pci si trova oggi scoperto culturalmente? Certo, purché si aggiunga che a questa scoperta ideale non cor­risponde affatto una crisi dal punto di vista politico o elettorale, o una diminuzione della sua pericolosità dal punto di vista religioso o da quello nazionale.

Ilpratico abbandono, costretto dalla crisi ideale, del mito rivoluzionario sembra portarlo a una conversione al riformismo che è frattura reale, per dissimula­ta che sia, rispetto alla posizione di Togliatti, perché, come bene ha detto Cossutta nel dibattito sulla relazione di Natta all'ultimo Comitato Centrale del Pci, «il metodo riformatore di Togliatti implica il cambiamento, graduale, del capitalismo verso una nuova società: le riforme per predisporre "il terreno più favorevole" al cambiamento. Mentre il riformismo ha per fine il mantenimento di questo sistema, sia pure con la ricerca di elementi di socialità» ( L'Unità, 1 febbraio). O come ha detto in linguaggio non comunista, e con

perfetto rigore, Vittorio Strada: «Se per il "riformismo rivoluzionario" le riforme sono gradi di avvicinamento e strumenti di possibilità della Grande trasformazione, per il "riformismo riformistico" le riforme sono la prassi costante di una trasformazione che non si pone un traguardo finale (rivoluzionario)» (Corriere della Sera, 22 febbraio).

Idealmente, dunque, non si può parlare del passaggio dal «riformismo rivoluzionario» al «riformismo riformistico» in termini di sviluppo ideale e pratico. Tuttavia, è pur vero che di questa verità vi è tra gli stessi intellettuali scarsa consapevolezza, e che la polemica rispetto al comunismo si è fatta fiacca nella precisa misura in cui si pensa che questa «evoluzione» sia necessaria, per accelerati o lenti che siano i tempi.

Cerchiamo di vederne le ragioni. Dipendono da un falso concretismo che consegue, a ben guardare, quella valutazione laica per cui gli aspetti totalitari del comunismo dovrebbero essere spiegati con un suo insufficiente secolarismo. In questa prospettiva, infatti, la parte filosofica, contro-religiosa o «gnosticomoderna» del marxismo dovrebbe essere considerata come «sovrastruttura ideologica». Di qui la tesi che il «bando alle ideologie» dovrebbe essere la consegna dell'osservatore politico; ove il termine ideologia subisce un'estensione affatto arbitraria, sino a ricomprendere le concezioni della vita e le morali a esse conformi. Tale modo di vedere è stato purtroppo accettato anche da molti cattolici e da molti democristiani; e questo, a ben considerare, è il senso troppo spesso dato alla conclamata «laicità» del partito democristiano.

Se sommiamo questo errore teorico, equivalente a un disarmo ideale, a una serie di altre ragioni, possiamo misurare le condizioni favorevoli che esistono per un possibile successo comunista. Contiamo tali ragioni: stanchezza delle masse unita all'esigenza di un certo ordine che un partito organizzato e disciplinato può garantire o contribuire a garantire meglio di altri; favore della cultura laica, in proporzione diretta alla sua avversione al cattolicesimo; favore del modernismo cattolico, legato all'avversione all'integralismo.

Importa ora rivolgere l'attenzione sui pericoli, e anzitutto su quelli di ordine religioso. Il male peggiore per i cattolici è la divisione; il non sapersi esprimere in una dottrina sicura e in una morale sicura significa per il cattolicesimo dare l'impressione di essere sorpassato dalla storia. Ed è proprio in relazione a questa impressione, non ad un anticlericalismo di cui le tracce oggi sono rare, che trova spiegazione l'impressionante diminuzione delle pratiche religiose, la perdita della fede, la decadenza del costume.

Passiamo agli argomenti che hanno particolare connessione con l'autonomia nazionale, e con le questioni, che le sono legate, dell'ordine interno e della pace. C'è indubbiamente un allentamento nel legame del Pci con la Russia; ma d'altra parte la politica del Pci è stata approvata da Zagladin, e questo non può essere avvenuto senza una serie di ragioni che, nel caso, sono del tutto semplici. È di palmare evidenza, infatti, che il comunismo deve obbedire a una legge che è quella di avanzare; che negli ultimi decenni obbedendo a questa legge, è giunto a dominare più di un terzo del mondo senza che gli occidentali, addormentati dalla formuletta del comunismo «forza di modernizzazione per i Paesi arretrati» se ne siano molto preoccupati; che voglia estendere senza guerra il suo potere in Europa. Date queste condizioni, il pericolo primo da cui il Pci doveva difendersi, nella sua ricerca di far coincidere la sua politica interna con le esigenze della politica sovietica verso l'Europa, era quello dell'isolamento; l'allentamento nei riguardi della Russia, complementare alla ricerca di alleanze all'interno è avvenuto nel pieno rispetto di quel «riformismo rivoluzionario» che già Stalin aveva approvato, nel preferi­re Togliatti a Secchia. Non ci può essere contrasto tra il Pci e l'Urss finché il primo si manterrà nei limiti del riformismo rivoluzionario.

Quel che però non si può pensare è che il passaggio al «riformismo riformista», ossia la «metamorfosi» socialdemocratica potrebbe venir accolta senza reazione da parte sovietica. I termini dell'eventuale condanna sono già formulati negli organi ufficiali del comunismo sovietico: la «terza via» è frase priva di senso; e non si può giungere al socialismo attraverso una via riformistica. La condanna passerebbe dalla potenza all'atto, nel momento in cui venisse a mancare la coincidenza tra la politica comunista italiana e la sovietica, che si risolve sempre, almeno dopo l'eclissi del gramscismo, per una predestinazione razionalmente e facilmente comprensibile, in una subordinazione dell'Italia al potere sovietico. Si tratterebbe di una condanna puramente ideologica? Sarebbe del tutto privo di senso il pensarlo. Non si dimentichi il terrorismo che, giustamente, è stato definito un «surrogato della guerra». Voglio ammettere, per un'ipotesi poco credibile, che il terrorismo sia stato fino ad oggi un fatto interno, senza collusione coi servizi segreti dell'Est. Ma quale sarebbe la sua forza se questi servizi decidessero di servirsene, portando questa risoluzione alle conseguenze estreme? Se invece di attentati a treni che si ripetono ogni quattro o cinque anni, ce ne fossero dieci, di uguale gravita, al mese...

Riassumiamo: torto della De è di avere attenuato fino a tacciare di integralisti coloro che l'affermano, la visione della storia contemporanea come lotta di fedi religiose opposte. L'avrà fatto per allontanare il fantasma delle guerre di religione. Ma, oggi, per paradossale che sembri, la garanzia della pace sta proprio nel riconoscimento che la lotta è tra le fedi religiose opposte.

Utopia del laicismo è la trasformazione del comunismo italiano in una socialdemocrazia adeguata alla collaborazione col nuovo capitalismo.

 

(*) da "Prospettive nel mondo", n. 1/85

(**) Sono celebri le pagine di Granisci sull'unità fra gli intellettuali e i «semplici» che la Chiesa Cattolica aveva realizzato nel Medioevo e che solo il comunismo - vero suo erede sotto questo aspetto - rinnoverebbe oggi.

   

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