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Fonte lanuovabq.it 02/12/2016

Autore Leone Grotti

Appena padre Federico Trinchero mette la punta del piede fuori dal convento Nostra Signora del Carmel di Bangui viene circondato da frotte di bambini. Decine e decine di piccoli, dai due ai cinque anni, lo accerchiano, lo strattonano, lo abbracciano, gli parlano, urlano, si spintonano a vicenda per contendersi la sua mano e lo seguono dovunque formando un enorme corteo. Qualcuno porta il suo nome, altri quelli dei suoi genitori, altri ancora nomi diversi suggeriti da lui.

Questi bambini sono i figli del campo sfollati costruito sull’enorme terreno che circonda il convento alla periferia di Bangui, la capitale della Repubblica Centrafricana, e che ancora ospita circa tremila persone. A dicembre 2013, durante uno dei momenti più brutti della guerra che ha sconvolto il paese e che è cominciata con il colpo di Stato dei mercenari islamisti Seleka nel marzo del 2013, erano almeno diecimila. Ma quanti sono oggi esattamente? Non lo sa nessuno, il governo non si preoccupa di compilare statistiche, negando a queste persone anche la dignità di essere dei numeri. Eppure padre Federico li conosce, li saluta chiamandoli per nome e per ciascuno ha un aneddoto da raccontare. C’è il bambinetto con una maglia tutta sbrindellata e raffigurante un teschio minaccioso a cui hanno comprato le scarpe, la bambina con il vestitino ordinato e pulito (una rarità assoluta!) alla quale hanno pagato la scuola, quello che hanno salvato per un soffio portandolo all’ospedale d’urgenza, quell’altra nata nel refettorio del convento adibito a sala maternità durante i momenti più difficili del conflitto. Molti di loro hanno dormito per settimane sotto la sua finestra, piangendo di notte come tutti i bambini: «Ora so che cosa prova un padre quando viene svegliato da suo figlio nel cuore della notte. Peccato che io ne avessi duecento», scherza padre Federico.

Mentre ci mostra le lunghe file di tende fornite dall’Unhcr e di baracche costruite alla bell’e meglio  con legna trovata in giro e frasche di palma da olio come tetto, viene continuamente fermato dai padri e dalle madri dei bambini. Queste ultime si distraggono per un attimo e lo salutano, poi tornano alle pentolacce dove cucinano la manioca, adagiate sulla terra rossa, che alle prime piogge diventa un fiume di fango. 

«Tutti i bambini che vedi, dai tre anni in giù, sono nati qui. Per loro non solo Bangui, non solo il Centrafrica, ma il mondo intero coincide con questo convento», racconta a la Nuova BQ padre Federico, piemontese di 38 anni. Entrato a 12 anni nel seminario carmelitano di Arenzano, è stato ordinato nel 2006 e tre anni dopo è stato inviato in Centrafrica. Dopo quattro anni a Bouar, è stato spostato a Bangui, dove insegna patrologia e spiritualità al Grand Séminaire St. Marc e si occupa della formazione dei frati dopo il noviziato, curandone la vocazione come padre maestro. Né lui, né nessuno dei 4 frati e 17 giovani in formazione che si trovano attualmente nel convento di Bangui pensavano che si sarebbero mai dovuti occupare di migliaia e migliaia di sfollati. Ma è quello che è successo nel 2013. Infatti dopo che per otto mesi i Seleka con la complicità di tanti musulmani hanno ucciso, derubato e torturato i cristiani, si sono formate milizie di auto-difesa animiste e cristiane, gli anti-balaka, che hanno reagito massacrando i ribelli e i musulmani in generale. La guerra fratricida, che nella capitale è ruotata soprattutto intorno alla zona musulmana, il Km 5, ha portato anche alla distruzione dell’anello di quartieri che vi gravitavano attorno. È da qui che diecimila cristiani sono scappati trovando rifugio nel terreno della missione carmelitana.

I frati hanno accolto tutti, senza porre condizioni, tranne quella di lasciare granate, kalashnikov e maceti fuori dal campo, come avvisa un grosso cartello all’entrata del terreno. Li hanno aiutati, ma in modo molto diverso rispetto alle ong. «Noi siamo una comunità di religiosi», sottolinea padre Mesmin Dingbedi, 39 anni, centrafricano di Bangassou, attuale priore del convento. «Il Vangelo dice di assistere i poveri: e chi è più povero di questa gente? Noi ci occupiamo di loro per testimoniare il nostro amore fraterno e la prossimità di Dio».

In un paese ricchissimo (oro, uranio, petrolio, diamanti, legname) dove però si vive con 1,50 euro al giorno e dove lo Stato, in 55 anni di indipendenza, non ha mai costruito neanche una scuola, la Chiesa e i religiosi sono l’unica istituzione rispettata dalla popolazione. A Baoro, ad esempio, quando i Seleka sono arrivati per seminare paura e morte la polizia si è dileguata, il governo locale è scomparso, prefetti ed esercito sono spariti. Così, i cristiani hanno cercato rifugio nella missione dei carmelitani scalzi, tra i pochi a non essere scappati. «Nel periodo della guerra abbiamo ospitato fino a cinquemila cristiani: erano dappertutto, davanti e dietro la chiesa, nel campo da calcio», spiega alla Nuova BQ padre Lionello Giraudo. Quando poi i Seleka sono stati cacciati dagli anti-balaka, che non erano meno violenti e feroci, sono stati i musulmani a rifugiarsi nella chiesa: «Erano destinati al massacro. Duemila persone si sono rifugiate qui. Noi abbiamo accolto tutti. È stato un momento di grande difficoltà ma che ha creato non solo unità tra i cristiani, ha anche messo in rilievo il ruolo della missione cattolica di Baoro, unica realtà presente di fianco alla gente durante la guerra». Perfino i Seleka e gli anti-balaka hanno rispettato la missione, evitando di attaccarla, e lo stesso è avvenuto anche nelle concessioni di Bozoum e Bouar.

Ora il Centrafrica è da ricostruire, o meglio da costruire tout court, anche se i ribelli islamisti occupano ancora il 60% del paese. Il governo lo sa ma non ha i mezzi per contrastarli. L’Onu lo sa e ha i mezzi per contrastarli (oltre 12 mila soldati), ma manca la volontà di dissuaderli con l’uso della forza. Soprattutto gli sfollati hanno un bisogno immenso: cibo, vestiti, case e poi ancora scuole, strade, ospedali. Manca tutto. La povertà è il vero denominatore comune di questo paese immenso, grande due volte l’Italia ma abitato da neanche cinque milioni di abitanti. Ma una povertà intesa non solo in senso materiale: «Chi non è povero non può incontrare Dio, ma la povertà non significa solo mancanza di ricchezze», precisa padre Mathieu, parroco della Cattedrale, cercando di farci capire come sia possibile che alle quattro del pomeriggio di un mercoledì qualunque all’adorazione eucaristica nella Cattedrale di Bangui ci siano oltre 1.500 fedeli. «Qui è sempre così, ogni settimana. Bisogna fare attenzione: noi siamo poveri, soprattutto in quanto sappiamo di avere bisogno di Dio. Chi crede di avere tutto solo perché benestante non ha capito niente. Questa gente invece ha capito la cosa più importante: sa di essere povera, sa di avere bisogno di Dio e così sarà anche capace di andare avanti».

I carmelitani scalzi in fondo non fanno che rispondere al bisogno principale di queste persone, attraverso la condivisione dei bisogni, della sofferenza, della vita intera. È così che arrivano ad avere uno sguardo diverso anche sugli sfollati: «Da anni ho un sogno e questo Natale lo realizzerò», si confida padre Federico rientrando in quell’oasi di pace e ordine che è il convento. «Voglio regalare a ogni bambino del campo sfollati un pezzo di cioccolato. Quasi nessuno l’ha mai mangiato, sarebbe per loro una gioia immensa. L’ho chiamata “operazione Toblerone”». Non di solo pane vive l’uomo, diceva quel Tale.

   

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