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Fonte lanuovabq.it   07/09/2014

Autore Rodolfo Casadei


È trascorso un anno dalla Preghiera per la pace voluta da Papa Francesco per scongiurare l’intervento militare franco-americano in Siria che si stava allora preparando, e il sentimento che prevale oggi in chi segue da vicino gli avvenimenti in quella regione del mondo è la tristezza.

Perché la preghiera contribuì a evitare che fosse aggiunta sofferenza a sofferenza, inutile strage a inutile strage, ma la guerra è proseguita fino ad oggi, e dai 140 mila morti di allora si è arrivati a 190 mila, uccisi non dalle armi chimiche o da bombardamenti di caccia americani, ma da armi da fuoco, autobombe, colpi di mortaio, proiettili di artiglieria e sgozzamenti. La guerra è proseguita, prosegue e non se ne vede all’orizzonte la fine: la Siria è collassata, i governativi non controllano più di un terzo del territorio e i ribelli gli altri due terzi, ma ovunque non c’è sicurezza, si combatte e si muore e la vita è diventata impossibile.
Grazie alla potenza della preghiera e alla resipiscenza della ragione calcolante che prevalse presso l’amministrazione Obama, i bombardamenti deliberati per punire il governo di Damasco considerato responsabile di una strage causata dall’uso di armi chimiche vennero disdetti all’ultimo momento. Il capo di Stato americano aveva affermato nei mesi precedenti che l’uso di armi chimiche da parte dei governativi avrebbe rappresentato una linea rossa oltrepassata la quale gli Usa sarebbero intervenuti direttamente nel conflitto. Questa dichiarazione presupponeva che gli Stati Uniti fossero in grado di individuare senza equivoci i colpevoli di un eventuale uso di armi proibite e di passare dal monito verbale alla rappresaglia militare vera e propria.

Quando però il 21 agosto 2013 la regione della Ghouta alle porte di Damasco venne investita da una pioggia di razzi caricati di sarin che causarono un numero mai definitivamente accertato di vittime, comunque nell’ordine delle centinaia, gli Usa si ritrovarono intrappolati dalle dichiarazioni del loro presidente. La linea rossa era stata varcata, ma attribuire le responsabilità non sarebbe stato semplice (ancora oggi non è accertato chi abbia usato i gas, anche se l’inchiesta Onu afferma di avere stabilito che provenivano dagli arsenali dell’esercito siriano) e intervenire con bombardamenti contro le postazioni governative avrebbe significato trascinare gli Stati Uniti dentro a una guerra civile ogni giorno più complicata e dagli esiti sempre meno prevedibili.

Gli Usa non avrebbero potuto limitarsi a bombardare e poi andarsene: si sarebbero dovuti fare carico delle conseguenze politico-militari della loro azione, che avrebbe beneficiato i ribelli che da due anni e mezzo sfidavano il regime di Bashir el Assad. Il problema era che all’interno del campo ribelle, che gli Usa e i loro alleati arabi ed europei avevano subito sostenuto fin dalle prime proteste di piazza contro Assad del marzo 2011, le posizioni islamiste radicali e jihadiste avevano da tempo preso il sopravvento sugli elementi più moderati. L’ascesa al potere di estremisti islamici e le prevedibili sanguinose vendette contro gli elementi filogovernativi sarebbero state messe in conto all’improvvida azione americana (e francese: Hollande voleva a tutti i costi essere della partita).
Pendant recente del ripensamento con cui Obama fermò i bombardieri all’ultimo momento, sono le sue dichiarazioni con cui ha definitivamente cassato il progetto che prevedeva che gli Usa addestrassero alcune migliaia di ribelli in Giordania a ridosso del confine con la Siria. Il presidente ha detto che non è più possibile armare e finanziare su vasta scala ribelli siriani senza con ciò stesso rafforzare jihadisti ed estremisti islamici vari. Una presa d’atto che sarebbe stato meglio formalizzare e comunicare già molto tempo fa, evitando di illudere le migliaia di siriani che hanno preso le armi contro il regime di Assad, convinti che l’Occidente sarebbe volato in loro aiuto come aveva fatto in Libia contro Gheddafi.
Dunque un anno dopo la guerra continua, spietata più che mai, mentre un’altra gravissima crisi della stessa regione si è aggiunta: il tracollo dei governativi nell’Iraq centro-settentrionale e il dilagare dell’Isis, ormai ribattezzata Stato islamico da quando controlla vasti tratti di territorio dalle porte di Aleppo in Siria fino a Mosul e Tikrit in Iraq. E del collasso di Siria ed Iraq fanno le spese in modo particolare le minoranze religiose, a cominciare dai cristiani.

Gli unici due stati del Vicino Oriente dove i cristiani potevano godere dei pieni diritti civili oggi sono diventati i più pericolosi per loro, luoghi da abbandonare il prima possibile per trovare rifugio all’estero. Iraq e Siria hanno rappresentato due dittature poliziesche estremamente repressive, ma i tentativi di trasformarle in stati a democrazia multipartitica si sono rivelati disastrosi: la perdita di vite umane è stata di gran lunga superiore a quella determinata in passato dalle repressioni di regime, mentre l’uguaglianza dei diritti civili di cui i cittadini di ogni religione o etnia godevano è scomparsa o è stata messa a durissima prova.
Che cosa significa oggi, un anno dopo, pregare per la pace in Siria e adesso anche in Iraq? La preghiera di anno fa non era per nulla generica, aveva un contenuto politico molto preciso: evitare un intervento militare dall’esterno considerato peggiore del male che intendeva combattere. Che contenuto dovrebbe avere la preghiera di oggi, quella per esempio che è stata riproposta dal Coordinamento nazionale per la pace in Siria, o quella per i cristiani cacciati dalle loro case nella piana di Ninive a cui la Cei ha chiamato gli italiani il giorno dell’Assunta? Per quanto riguarda la Siria dobbiamo pregare che le potenze straniere che appoggiano i due contendenti – il governo Assad e la galassia delle formazioni ribelli - trovino un accordo di livello regionale che ridisegni equilibri ed aree di influenza. A quel punto i ribelli deporrebbero le armi e, previa amnistia che il governo certamente concederebbe, tornerebbero alla vita civile.

Per quanto riguarda l’Iraq, stavolta la preghiera non dovrebbe scongiurare un intervento militare, ma esigerlo. Un intervento di polizia internazionale concepito per restituire a cristiani, yazidi, curdi, sciiti, ecc., le case, le terre e le altre proprietà che sono state loro sottratte dallo Stato islamico, oltre che per ottenere la restituzione di donne e bambini catturati e trattati come bottino di guerra dai jihadisti.

In queste circostanze un intervento internazionale è non solo legittimo, ma doveroso, perché si tratta di affermare il buon diritto dell’innocente, calpestato da un ingiusto – e crudele- aggressore. Come ha detto il rappresentante della Santa Sede alle Nazioni Unite mons. Silvano Tomasi, «La responsabilità della protezione internazionale, in particolare quando un governo non è in grado di garantire la sicurezza delle vittime, sicuramente si applica in questo caso, e bisogna fare passi concreti con urgenza e decisione per fermare l’aggressore ingiusto, per ristabilire una pace giusta e per proteggere tutti i gruppi vulnerabili della società. Adeguate misure devono essere adottate per raggiungere questi obiettivi. (…) Protezione senza efficacia non è protezione». Non si poteva dire meglio.

 



   

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