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Autore Giorgio Fontana

Sellerio, Palermo 2014, pp. 262, € 14,00



Fonte Studi Cattolici gennaio 2015

di Cesare Cavalleri

Benché vincitore del Premio Campiello, il romanzo di Giorgio Fontana, Morte di un uomo felice (Sellerio, Palermo 2014, pp. 264, euro 14) non ha  nominato le classifiche di vendite, e un po’ dispiace, perché è un bel libro. Non è un ennesimo resoconto degli Anni di piombo: ambientato nel 1981,  quando il terrorismo dava gli ultimi colpi di coda, è un tentativo, riuscito, di capire le ragioni morali di coloro che, su fronti opposti, hanno combattuto una battaglia che non ha ancora raggiunto una conclusione definitiva.
Dato che il 1981 è l’anno di nascita di Fontana, ci si rende subito conto che egli non scrive per esperienza, ma che ha saputo calarsi in una situazione  storica da vero scrittore. Uno scrittore giovane che ha all’attivo altri quattro libri, quindi da non perdere di vista.
Giacomo Colnaghi è un magistrato quarantenne, cattolico, con moglie e due figli. Non ha conosciuto suo padre, ucciso in un’azione partigiana quando lui era bimbo, ma ne sente il fortissimo legame affettivo.
Colnaghi svolge il suo lavoro con passione, intenzionato a capire più che a giudicare. Ha fra le mani l’inchiesta per l’assassinio di un notabile  democristiano, peraltro non simpaticissimo. Le indagini hanno esito positivo con l’arresto di uno dei killer, grazie alla collaborazione di una «pentita». Colnaghi potrebbe essere «un uomo felice», come dice il titolo del romanzo, ma i problemi rimangono, anche in famiglia perché l’eccesso di lavoro gli  impedisce di seguire più da vicino il fragile figlio adolescente («Posso mandare in prigione un terrorista, ma non posso aiutare mio figlio»).
Un collega magistrato, amico con cui si confida, fa il suo stesso lavoro con meno scrupoli, ed è bello che il giovane Fontana citi il Diario di un giudice del dimenticato scrittore/magistrato Dante Troisi, per prendere le distanze, con lui, da questo modo di esercitare la giustizia: «La mia funzione è controllare  l’ago che segna il peso delle persone che cadono nella nostra bilancia e gridare i numeri».
Il motto di Colnaghi è: «Eccezioni sempre, errori mai», cioè l’epicheia applicata al rigore esatto della legge. E nel torbido clima in cui anche le vittime sono tentate dalla vendetta, risuona il monito con cui un collega ha sedato una tumultuosa assemblea di magistrati dopo che un altro di loro era stato  assassinato: «Ricordate. Noi non dobbiamo essere gli uomini dell’ira». Del resto la mamma di Colnaghi aveva imposto, a lui e alla sorella, la «Giornata  delle scuse», cioè il giorno in cui tutti si esaminavano sulle mancanze verso gli altri famigliari per chiedere scusa. Un rito, naturalmente, non più in vigore nell’età adulta, ma che lascia tracce incancellabili nell’anima. Perdono e pentimento, giustizia divina e giustizia umana sono tematizzati da Fontana, che  scrive anche sul Manifesto, senza pedanteria e senza pretesa di soluzione.
La violenza non si estingue né con le parole né con le sentenze, ma l’importante è cercare di capire le ragioni (anche le pseudoragioni) degli altri, e  soprattutto tener conto del mistero che aureola le relazioni umane. Ben sapendo che al fondo di ogni mistero resta, inscalfibile, il mistero del dolore.

   

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