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Fonte chiesa.espressoonline.it 11/10/2012

 

Autore Sandro Magister

 

Con altrettanti suoi interventi sul Vaticano II, a cinquant'anni dal via. A seguire, una nota di Pietro De Marco sul "paradigma esterno" che condiziona l'interpretazione e la recezione di quell'evento

 

ROMA, 11 ottobre 2012 – Nei cinque giorni che hanno congiunto l'inizio del sinodo dei vescovi sulla nuova evangelizzazione all'apertura dell'anno della fede, Benedetto XVI è intervenuto cinque volte sulla questione che nella Chiesa è la più controversa e scottante: il concilio Vaticano II.

Con accenti ogni volta diversi. E a tratti sorprendenti.


1. L'OMELIA DI DOMENICA 7 OTTOBRE


Nella messa d'inizio del sinodo, durante la quale ha annoverato tra i dottori della Chiesa san Giovanni d'Avila e santa Ildegarda di Bingen, il papa ha rimarcato che "una delle idee portanti del rinnovato impulso che il concilio Vaticano II ha dato all’evangelizzazione è quella della chiamata universale alla santità".

Sono i santi "i veri protagonisti dell’evangelizzazione". E ha proseguito:

"La santità non conosce barriere culturali, sociali, politiche, religiose. Il suo linguaggio – quello dell’amore e della verità – è comprensibile per tutti gli uomini di buona volontà e li avvicina a Gesù Cristo, fonte inesauribile di vita nuova".


2. LA "LECTIO DIVINA" DI LUNEDÌ 8 OTTOBRE


Nella riflessione che ha tenuto ai padri sinodali, dopo la recita dell'ora terza nella prima mattina dei lavori, Benedetto XVI ha insistito sul primato di Dio nel "fare" la Chiesa:

"Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Dio. La Chiesa non comincia con il 'fare' nostro, ma con il 'fare' e il 'parlare' di Dio. Così gli apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: Adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa. [...] Come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, [...] così anche oggi solo Dio può cominciare; noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio".

Traspare qui, nell'accenno polemico del papa a una "costituente", la sua critica all'identificazione fatta da alcuni tra il concilio Vaticano II e un'assemblea volta a dare alla Chiesa una "costituzione", in analogia con gli Stati.

Lo studioso che più ha sostenuto questa tesi, sia pure con tutte le cautele del caso, è Peter Hünermann, della facoltà teologica di Tubinga, curatore di un imponente commento teologico al concilio Vaticano II in cinque volumi editi da Herder.


3. L'UDIENZA GENERALE DI MERCOLEDÌ 10 OTTOBRE


Nell'udienza ai fedeli del 10 ottobre, papa Joseph Ratzinger ha ricordato che la convocazione del Vaticano II non fu mossa, come invece avvenne per altri concili, da errori di fede da correggere o da condannare, ma dal proposito di "presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza"-

In altre parole:

"La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei padri conciliari, è che si veda – di nuovo, con chiarezza – che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità".

Come bussola in questa navigazione, il papa addita i documenti del concilio, "a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti".


4. LA PREFAZIONE AGLI SCRITTI SUL CONCILIO


"Fu una giornata splendida": così Benedetto XVI ricorda l'11 ottobre 1962, nella prefazione ai due volumi della sua "opera omnia" con gli scritti relativi al concilio Vaticano II, di imminente uscita in Germania.

Questa prefazione è stata anticipata da "L'Osservatore Romano" nel pomeriggio di mercoledì 10 ottobre. In essa il papa entra più che mai nel vivo della controversia.

Premesso che “Giovanni XXIII aveva convocato il concilio senza indicargli problemi concreti o programmi” e fu questa la sua “grandezza e al tempo stesso la difficoltà”, il papa scrive che c'era però "un'aspettativa generale".

E la riassume così, di nuovo riconoscendone i limiti:

"La Chiesa, che ancora in epoca barocca aveva, in senso lato, plasmato il mondo, a partire dal XIX secolo era entrata in modo sempre più evidente in un rapporto negativo con l’età moderna, solo allora pienamente iniziata. Le cose dovevano rimanere così? La Chiesa non poteva compiere un passo positivo nei tempi nuovi? Dietro l’espressione vaga ‘mondo di oggi’ vi è la questione del rapporto con l’età moderna. Per chiarirla sarebbe stato necessario definire meglio ciò che era essenziale e costitutivo dell’età moderna. Questo non è riuscito nello ‘Schema XIII’. Sebbene la costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del ‘mondo’ e dia rilevanti contributi sulla questione dell’etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale”.

Subito dopo questa nota critica alla "Gaudium et spes", il papa però così prosegue:

“Inaspettatamente, l’incontro con i grandi temi dell’età moderna non avvenne nella grande costituzione pastorale, bensì in due documenti minori, la cui importanza è emersa solo poco a poco con la recezione del concilio”.

I due documenti sono la dichiarazione “Dignitatis humanae” sulla libertà religiosa e la dichiarazione “Nostra aetate” sulle relazioni con le religioni non cristiane.

Riguardo alla "Dignitatis humane", Benedetto XVI ribadisce ciò che ha sostenuto più volte, anche contro le obiezioni dei lefebvriani e dei tradizionalisti. E cioè che il concilio ha sì contraddetto il magistero dei papi degli ultimi secoli, rivelatosi "insufficiente", ma per ritornare alla tradizione originaria, al principio della libertà religiosa portato dai primi cristiani nel mondo pagano dell'epoca.

Secondo Benedetto XVI è stato "certamente provvidenziale" che, dopo il concilio, vi sia stato un papa come Giovanni Paolo II, arrivato dalla Polonia comunista, cioè "da una situazione che assomigliava a quella della Chiesa antica, sicché divenne nuovamente visibile l’intimo ordinamento della fede al tema della libertà".

Quanto alla "Nostra aetate", Benedetto XVI scrive che "ha inaugurato un tema la cui importanza all’epoca non era ancora prevedibile”. Ma ne evidenzia anche il limite:

“Quale compito esso implichi, quanta fatica occorra ancora compiere per distinguere, chiarire e comprendere, appaiono sempre più evidenti. Nel processo di recezione attiva è via via emersa anche una debolezza di questo testo di per sé straordinario: esso parla della religione solo in modo positivo e ignora le forme malate e disturbate di religione, che dal punto di vista storico e teologico hanno un’ampia portata; per questo sin dall’inizio la fede cristiana è stata molto critica, sia verso l’interno sia verso l’esterno, nei confronti della religione”.


5. L'OMELIA DI GIOVEDÌ 11 OTTOBRE


Infine, nella messa d'inizio dell'anno della fede il papa ha ribadito che la volontà dei padri conciliari era di "ripresentare la fede in modo efficace; e se si aprirono con fiducia al dialogo con il mondo moderno è proprio perché erano sicuri della loro fede, della salda roccia su cui poggiavano".

Ma poi accadde che "invece, negli anni seguenti, molti hanno accolto senza discernimento la mentalità dominante, mettendo in discussione le basi stesse del 'depositum fidei', che purtroppo non sentivano più come proprie nella loro verità".

Se quindi oggi la Chiesa propone un anno della fede – ha proseguito – "non è per onorare una ricorrenza, ma perché ce n’è bisogno, ancor più che cinquant'anni fa".

In questi decenni è avanzata una "desertificazione" spirituale. "E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la terra promessa e così tengono desta la speranza".

Quanto alle contrapposizioni, nell'interpretazione del concilio, tra spirito e lettera, tra continuità e rottura, il papa così si è espresso:

"Ho più volte insistito sulla necessità di ritornare, per così dire, alla 'lettera' del concilio – cioè ai suoi testi – per trovarne anche l’autentico spirito, e ho ripetuto che la vera eredità del Vaticano II si trova in essi. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, e consente di cogliere la novità nella continuità".

*

Fin qui gli interventi di Benedetto XVI sul concilio, nei giorni scorsi.

Ma prevedibilmente egli interverrà ancora più volte. In una discussione che si è fatta di nuovo molto accesa.

La discussione è vivace anche su che cosa fu realmente il concilio Vaticano II, mezzo secolo fa.

Dell'evento conciliare si è largamente imposta una lettura in cui hanno giocato un ruolo determinante gli osservatori esterni, a cominciare dai media.

Nella nota che segue, il professor Pietro De Marco sottopone a critica proprio questo "paradigma esterno" che ha così profondamente influenzato l'interpretazione e la recezione del concilio più mediatico della storia.

vai alla nota di De Marco

   

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