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Fonte culturacattolica.it 12/10/2012

 

Autore don Gabriele Mangiarotti

 

Il Cristianesimo non deve essere considerato come «qualcosa del passato», né deve essere vissuto con lo sguardo perennemente rivolto «all’indietro», perché Gesù Cristo è ieri, oggi e per l’eternità (cfr Eb 13,8). Il Cristianesimo è segnato dalla presenza del Dio eterno, che è entrato nel tempo ed è presente ad ogni tempo, perché ogni tempo sgorga dalla sua potenza creatrice, dal suo eterno «oggi».

 


Per questo il Cristianesimo è sempre nuovo. Non lo dobbiamo mai vedere come un albero pienamente sviluppatosi dal granello di senape evangelico, che è cresciuto, ha donato i suoi frutti, e un bel giorno invecchia e arriva al tramonto la sua energia vitale. Il Cristianesimo è un albero che è, per così dire, in perenne «aurora», è sempre giovane. E questa attualità, questo «aggiornamento» non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa ridurre la fede, abbassandola alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i Padri conciliari, dobbiamo portare l’«oggi» che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’«oggi» del nostro tempo nell’«oggi» di Dio. [Benedetto XVI, Venerdì, 12 ottobre 2012]
La mia giovinezza è segnata dall’avvenimento del Concilio Vaticano II. Avevo allora quattordici anni, ed avevo appena cominciato l’esperienza della scuola superiore.


Venivo da un’educazione cattolica: mio papà era stato presidente diocesano dell’Azione cattolica che aveva seguito, servito e amato con passione ed intelligenza. Mia mamma era uno spirito critico, con una sua profonda religiosità, un po’ fuori dai canoni tradizionali. Ho vissuto quindi un’esperienza religiosa atipica rispetto ai miei coetanei: quando vedevo il papà che andava a confessarsi, mi dicevo “anch’io, quando sarò grande, potrò fare lo stesso”.


Uno dei regali di cui ho sempre conservato il ricordo è stato il messalino festivo, su cui leggevamo, ogni domenica, le letture della messa (che allora era in latino), preparandoci all’ascolto in maniera seria e consapevole.
Conservo anche tra i miei libri un testo di mio papà, il “Dialogo sopra i massimi sistemi” di Galileo Galilei, che lui aveva certamente letto in gioventù, per cui mi insegnava a stimare la scienza, senza timore che potesse inficiare la fede.


La fede, in casa, era come l’abito della vita: a volte sì, tematizzata, ma più spesso sentita e vissuta come l’orizzonte normale della vita, di cui essere fieri, dentro la realtà mondana che, già allora, sembrava ostile. Quello che Antonio Gramsci diceva nei suoi scritti poteva descrivere il clima culturale nel quale eravamo inseriti: “Tutti hanno la vaga intuizione che, facendo del cattolicesimo una norma di vita sbagliano, tanto è vero che nessuno si attiene al cattolicesimo come norma di vita, pur dichiarandosi cattolico. Un cattolico integrale, che cioè applicasse in ogni atto della vita le norme cattoliche, sembrerebbe un mostro, ciò che è, a pensarci, la critica più rigorosa del cattolicesimo stesso e la più perentoria”. (Quaderni, p. 1344).


Con papà ho imparato l’andare a messa tutti i giorni, non solo domenica, e dalla prima media ogni mattina, prima della scuola, l’incontro col Signore nell’eucaristia costituiva l’inizio, lietamente atteso e vissuto.
Così, per me, l’esperienza della messa era quella di un fatto atteso e desiderato, anche se, almeno nel paese dove vivevo, nell’hinterland milanese, a volte essa era di una pesantezza e noiosità indicibili. Mi aiutava però il fatto che spesso, la domenica, con la famiglia si andasse a messa fuori dalla parrocchia e che, altre volte, partecipassi alla messa della comunità, a Milano. Era una messa vissuta intensamente, con amici con cui si condividevano vita e ideali, e la liturgia e i canti erano curati e belli.


Così, quando il Concilio ha suggerito le modifiche della liturgia, se da un lato erano attese e vissute come un modo affascinante di rendere la messa un’esperienza di maggior partecipazione e consapevolezza, dall’altro questo ha portato pochi cambiamenti nell’atteggiamento che avevo imparato in famiglia. Quello che ricordo come spazzato via (con sollievo) dalla riforma liturgica è la predica (il più delle volte molto noiosa) che occupava quasi tutto il tempo della messa (solitamente era fatta da un sacerdote diverso dal celebrante, ed era interrotta al momento della consacrazione, per essere continuata il più delle volte fino al Padre nostro); la comunione, che era fatta quasi sempre dopo la fine della messa, alla balaustra; ma soprattutto i “maestrini” (ora si chiamerebbero i catechisti) che, come controllori, avanti e indietro invitavano i più irrequieti e distratti tra i ragazzi al silenzio e alla compostezza. Capisco come di fronte a questo modo di celebrare l’eucaristia la riforma voluta dal Concilio fosse attesa e sembrasse finalmente restituire quel gesto alla vita degli uomini, rendendolo interessante, partecipato e convincente.


(Qui però faccio una semplice osservazione: la messa non era vissuta male per colpa del latino, ma per la sciatteria del celebrante; ora che viene detta in una lingua comprensibile a tutti, non è “meccanicamente” migliore…).
Proprio a partire dalla mia esperienza (prima di tutto in famiglia, poi a scuola - e non posso dimenticare la grande insegnante di lettere che, nella scuola media, ci apriva l’orizzonte ad una fede lieta e profonda, ragionevole ed entusiasmante, capace di leggere in modo più adeguato l’esperienza degli uomini che si incontravano studiando) ho sempre pensato al Concilio, per usare una recente espressione di Benedetto XVI, nell’ottica della continuità e non della rottura.


Ripensando dunque al Concilio e a come ha segnato la mia giovinezza, ricordo un momento per me indimenticabile: alla “quattro giorni” di Gioventù Studentesca di fine settembre, una delle prime a cui partecipavo, ho chiarissima l’immagine di monsignor Manfredini, sul palco, con un plico di fogli in mano, mentre ci diceva leggendoli (erano l’indice della Costituzione conciliare sulla Chiesa, che si stava in quei giorni discutendo proprio tra i Padri del Concilio ecumenico) che in quel testo c’era scritto tutto quello che, con la nostra esperienza di G. S. stavamo vivendo. Conservo ancora nel cuore il ricordo della commozione e della fierezza provate in quel momento.


Questi sono solo alcuni flash riguardo a come ho vissuto, da ragazzino, quello che stava accadendo nella Chiesa cattolica.

Che cosa mi ha lasciato quella esperienza? Certamente una profonda convinzione: il Concilio è stato l’applicazione alla vita della Chiesa intera di quello che Don Giussani ci stava insegnando. Del resto ho ritrovato questa convinzione nelle parole con cui Don Giussani ha raccontato al Papa l’intenzione che aveva sempre avuto nel vivere l’esperienza del movimento: “Sento di dovere riaffidare alla Santità Vostra, quanto mai vibrante nel cuore, l’emozione più profonda destata dal giudizio più autorevole e chiaro su questa nostra esperienza di cinquant’anni; è quando Vostra Santità, nella lettera inviatami l’11 febbraio 2002 per il ventesimo anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e Liberazione, ebbe a scrivere: «Il movimento ha voluto e vuole indicare non una strada, ma la strada per la soluzione del dramma esistenziale dell’uomo. La strada è Cristo».


Non solo non ho mai inteso “fondare” niente, ma ritengo che il genio del movimento che ho visto nascere sia di avere sentito l’urgenza di proclamare la necessità di ritornare agli aspetti elementari del cristianesimo, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta. […] Il problema capitale del cristianesimo oggi, così come Vostra Santità ha suggestivamente annunciato fin dall’enciclica programmatica del pontificato Redemptor hominis, è che il cristianesimo si identifica con un Fatto - l’Avvenimento di Cristo -, e non con un’ideologia. Dio ha parlato all’uomo, all’umanità, non come discorso che ultimamente è scoperto dai filosofi e dagli intellettuali, ma come un fatto accaduto, di cui si fa esperienza. Lo ha espresso Vostra Santità nella Novo millennio ineunte: «Non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!». Se una caratteristica ha la nostra passione educativa e comunicativa, è il continuo richiamo a questo focus ineffabile dell’esperienza cristiana, su cui tanti scivolano quasi dandolo per scontato come una premessa ovvia.


Nel grande alveo della Chiesa e nella fedeltà al Magistero e alla Tradizione, abbiamo sempre voluto portare la gente a scoprire - o a vedere in modo più facile - come Cristo è presenza. Per cui la strada alla certezza che Cristo è Dio, a non dubitare che sia vero quello che Gesù Cristo ha detto di sé, ha nell’atteggiamento degli Apostoli la vera risposta, perché essi sempre domandavano: «Chi è costui?», colpiti nella loro esperienza dall’eccezionalità di quella presenza che aveva investito la loro vita di uomini.


Nella lettera alla Fraternità, Vostra Santità ha scritto ancora che «il cristianesimo, prima di essere un insieme di dottrine o una regola per la salvezza, è l’avvenimento di un incontro». Per cinquant’anni abbiamo scommesso tutto su questa evidenza. […] Per questo non ci sentiamo portatori di una spiritualità particolare, né avvertiamo il bisogno di identificarla. Domina in noi la gratitudine per la scoperta che la Chiesa è vita che incontra la nostra vita: non è un discorso su di essa. La Chiesa è l’umanità vissuta come umanità di Cristo e questo segna per ciascuno di noi il valore del concetto di fraternità sacramentale che, sebbene difficile per noi nella sua compiutezza, indica evidentemente un altro spessore di vita.”


Penso che a questo punto, anche riflettendo su queste commoventi parole con cui Don Giussani raccontava al Papa Giovanni Paolo II i cinquant’anni di vita del movimento, sia evidente che l’esperienza da lui iniziata era come un “esempio” di quello che il Concilio aveva voluto che fosse l’esperienza della Chiesa nel mondo di oggi. Ho ritrovato questa intuizione profonda guardando al modo con cui Giovanni Paolo II, prima da vescovo e poi da Papa, ha guidato la Chiesa. La grande tradizione dei santi ci ha insegnato che la Chiesa è l’esperienza della novità di Cristo nella vita, che vive come missione nei confronti di ogni uomo e come comunione profonda tra Cristo e tra coloro che lo hanno incontrato. Guardini parlava con commozione di una “Chiesa che rinasceva nelle anime”: l’intenzione del Concilio ecumenico Vaticano II è stata quella di renderlo possibile. Nella mia esperienza, Don Giussani e Giovanni Paolo II lo hanno reso un fatto incontrabile nella vita di tutti i giorni; in questi giorni le parole di Benedetto XVI lo indicano possibile per tutta la Chiesa. È un augurio per tutta l’umanità. All’unica condizione che, superata la contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, si ritorni a quello che il Concilio rappresenta nella realtà, e non nelle interpretazioni.

   

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