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Categoria principale: Magistero
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Fonte www.chiesa.espressonline.it 23/10/2012

 

Autore Sandro Magister

 

"La Civiltà Cattolica" pubblica i diari di padre Roberto Tucci, all'epoca suo direttore. Ecco il resoconto dei cinque colloqui da lui avuti col papa che convocò il Vaticano II

 

ROMA, 23 ottobre 2012 – La documentazione sul concilio Vaticano II si è arricchita pochi giorni fa di un nuovo testo fino a ieri inedito. Di notevole valore.

Si tratta di alcune parti dei diari del cardinale Roberto Tucci (nella foto), all'epoca direttore della "Civiltà Cattolica".

Ed è stata proprio questa rivista dei gesuiti di Roma – sulla base di tali diari – ad aprire il suo ultimo numero con il resoconto dei cinque colloqui avuti da Tucci con papa Giovanni XXIII tra il 1959 e il 1962, cioè tra l'annuncio e l'inizio del Vaticano II

"La Civiltà Cattolica" è una rivista molto speciale. Prima di essere stampati, i suoi articoli passano al vaglio delle autorità vaticane, che talvolta li approvano, altre volte li modificano, altre volte ancora li cestinano.

Con Pio XII era il papa in persona che rivedeva gli articoli. Giovanni XXIII passò questa incombenza al proprio segretario di Stato.

Ma continuò a incontrare il direttore della rivista. Che dopo ogni colloquio ne riferiva nel suo diario.

Dal diario di padre Tucci si ha così una descrizione molto ravvicinata di come Giovanni XXIII si avvicinò al concilio da lui indetto.

Ad esempio, si ha la conferma di come il papa rimase colpito dal silenzio che lo circondò, quando nel 1959 egli diede l'annuncio del concilio ai cardinali riuniti a San Paolo fuori le Mura: "Propose la cosa, chiese di dire a lui francamente il loro parere, e nessuno parlò".

Su altri momenti della marcia di avvicinamento del papa al concilio c'è nel diario di Tucci qualche notazione inattesa.

Ad esempio, l'idea del viaggio in treno fatto da Giovanni XXIII a Loreto, per invocare la protezione della Madonna sull'assise, appare esser nata da calcoli politici:

"Circa il suo viaggio a Loreto, il papa disse che doveva farlo per compiacere il ministro dei lavori pubblici, che ha speso molto in quella zona, e per dare al presidente Gronchi l’occasione di un incontro: questi voleva che si trovasse un modo per far andare il papa al Quirinale".

Impressionano anche le brusche parole di Giovanni XXIII contro "il mal sottile" della curia, fatto di carrierismo e nepotismo, come pure la sua insofferenza per l'apparato vaticano.

Più ancora irritavano papa Giovanni coloro che egli poi definì "profeti di sventura", nel memorabile discorso con cui aprì il concilio.

Ma c'è molto di più nei frammenti di diario del suo direttore di quegli anni, resi pubblici dalla "Civiltà Cattolica" nel suo numero in data 20 ottobre 2012.

Ecco qui di seguito i passi salienti dell'articolo.

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PAPA GIOVANNI E IL CONCILIO, NEL DIARIO DEL CARDINALE TUCCI

di Giovanni Sale



Attraverso il diario del direttore della "Civiltà Cattolica" del tempo, p. Roberto Tucci, oggi cardinale, il quale a motivo del suo ufficio fu ricevuto diverse volte in udienza da Giovanni XXIII, è possibile verificare, nell’arco dei tre anni di preparazione dell’evento, i temi che più stavano a cuore al papa e le strategie di azione che egli pose in essere per dare maggiore slancio al futuro concilio. [...]

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La prima udienza fu fissata subito dopo la nomina del p. Tucci a direttore della rivista romana dei gesuiti. Essa avvenne a Castel Gandolfo il 12 settembre 1959. Annotava a tale proposito il direttore: "Impressionante semplicità ed affabilità di modi che toglie ogni imbarazzo e commuove. Accolto alla porta e riaccompagnato fin quasi alla soglia". Il papa, andando oltre il protocollo, era andato incontro al giovane p. Tucci, che a quel tempo aveva 38 anni, e, stando in piedi, colloquiò amabilmente con lui: si meravigliò della sua giovane età, parlò dei gesuiti che aveva conosciuto e della sua opera sulle visite pastorali di san Carlo Borromeo alla diocesi di Bergamo.

Chiudendo l’udienza, scriveva il gesuita, il papa "ritornò sulla serietà e sicurezza dottrinale del nostro periodico ed accennò al fatto che i buoni padri gesuiti francesi di 'Études' si erano lasciati prendere un po’ anch’essi dal movimento di idee novatrici quando egli era nunzio a Parigi. Accenna ad una forma di neomodernismo che talvolta, 'a quanto mi dicono', si introduce nell’insegnamento anche ecclesiastico: tutto diventa problema ed i giovani finiscono per rimettere tutto in questione".

Il papa faceva riferimento ai teologi della "nouvelle théologie", condannata in quel tempo da Roma e vista con sospetto in alcuni ambienti cattolici. Molti di questi teologi, infatti, erano gesuiti; tra di essi i padri de Lubac, Daniélou, Teilhard de Chardin, Rahner e altri; gli scrittori della rivista gesuita parigina, a differenza dei loro colleghi romani della "Civiltà Cattolica", erano entusiasti sostenitori di questa corrente "novatrice". [...]

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L’udienza successiva, che avvenne cinque mesi dopo, cioè il 1° febbraio 1960, fu molto importante; in essa il papa parlò abbondantemente del futuro concilio. [...]

"Ha mostrato chiaramente – annotava il direttore della "Civiltà Cattolica" – che egli vede il concilio ecumenico in connessione col problema della riunione per lo meno con le Chiese orientali separate. Non si fa illusioni, ma constata che il clima spirituale è grandemente migliorato dai giorni di Leone XIII […]. Mi dicono di stare attento, ma come posso rispondere duramente a chi si rivolge a me così amichevolmente? Io però tengo sempre uno spiraglio dei miei occhi aperto per non lasciarmi ingannare".

Il papa parlò subito dopo della necessità di aggiornare il linguaggio della teologia e della dottrina cattolica formulata durante i secoli: "Fa poi – continuava il direttore – una distinzione abbastanza esplicita tra dogma propriamente detto, misteri da accettare umilmente, e le spiegazioni teologiche". [...] Disse poi che bisognava parlare dell’inferno ai fedeli, sottolineando però "che il Signore sarà buono con tanti". Aggiunse, inoltre, in tono scherzoso: "Certo tutti ci possiamo andare, ma mi dico: Signore, non permetterai mica che ci vada il tuo vicario?". [...]

*

Nell’udienza del 7 giugno 1960 Giovanni XXIII si intrattenne a parlare, con il direttore della "Civiltà Cattolica", della preparazione del concilio. A quella data era già terminata la fase ante-preparatoria e il papa aveva già nominato le commissioni incaricate di redigere gli schemi da portare al concilio.

"È intenzione del papa – scriveva il p. Tucci – convogliare nello sforzo della preparazione non solo la curia romana, ma un poco tutta la Chiesa;. Osserva che spesso all’esterno ce l’hanno con la curia romana, quasi che la Chiesa sia tutta in mano ai 'romani'; ci sono tante belle energie anche altrove e perché non cercare di impegnarle?". [...]

"[Il papa] ammette – scriveva il gesuita – che c’è stata una certa resistenza da parte dei cardinali [di curia] e che egli d’altra parte non vuole agire senza di essi che gli sono a fianco proprio per aiutarlo nel governo della Chiesa. Prevede che ora comincerà una lotta piuttosto tenace, perché i cardinali hanno i loro segretari o i loro protetti, che vogliono piazzare nelle commissioni e certo non per motivi soprannaturali […]. È il mal sottile della curia romana: le prelature, gli avanzamenti […]. Egli tende però ad usare anche degli stranieri: ha chiesto perciò a tutti i vescovi e nunzi di compilare delle liste di persone adatte a tale lavoro". La Chiesa – concludeva il papa – deve in qualche modo adattarsi ai tempi, e così anche la curia romana e la corte pontificia.

Accennava poi alla sua condizione di "prigioniero di lusso" in Vaticano e all’eccessivo fasto e cerimoniale che attorniavano la sua persona. "Non ho nulla contro queste buone guardie nobili – confidò il pontefice –, ma tanti inchini, tante formalità, tanto fasto, tanta parata mi fanno soffrire, mi creda. Quando scendo [in basilica] e mi vedo preceduto da tante guardie, mi sento come un detenuto, un malfattore; e invece vorrei essere il 'bonus pastor' per tutti, vicino al popolo. […] Il papa non è un sovrano di questo mondo. Racconta come gli dispiacesse all’inizio di essere portato in sedia gestatoria attraverso le sale, preceduto da cardinali spesso più vecchi e cadenti di lui (aggiungendo che poi non era neppure molto rassicurante per lui, perché in fondo si sta sempre un po’ in bilico)". [...]

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Nell’udienza del 30 dicembre 1961 Giovanni XXIII espresse al direttore della "Civiltà Cattolica" rammarico e scontento nei confronti di un articolo del p. Antonio Messineo, commissionatogli dal Sant’Uffizio, contro Giorgio La Pira per le sue posizioni in materia politica, considerate troppo indulgenti, o ingenuamente ottimistiche, nei confronti delle sinistre. "Non si scrive così contro un cattolico praticante e di rette intenzioni – disse il papa al p. Tucci –, anche se un po’ matto e talvolta con idee non ben fondate dottrinalmente». [...]

In quella stessa udienza il papa parlò anche della situazione politica e della necessità della Chiesa di uscire dai vecchi schemi di contrapposizione ideologica e di lavorare per la riconciliazione degli uomini.

Si lamentò delle critiche rivoltegli anche da alcuni ambienti ecclesiastici per aver risposto al messaggio augurale inviatogli dal presidente dell’Unione Sovietica, Nikita Krusciov, e aggiunse: "Il papa non è un ingenuo, sapeva benissimo che il gesto di Krusciov era dettato da fini politici di propaganda; ma sarebbe stato atto di scortesia non giustificata non rispondere. La risposta però era calibrata. Il Santo Padre si lascia guidare dal buon senso e dal senso pastorale". [...]

Il papa si lamentò, inoltre, che alcuni detrattori lo accusassero di "spirito distensivo" e disse di non essersi mai "distaccato anche in un punto solo dalla sana dottrina cattolica" e che chi lo accusava di questo avrebbe dovuto portarne le prove. "Se la prende poi – annotava p. Tucci – con i 'tipi zeloti' che vogliono sempre dare botte e fendenti. Ci sono sempre stati nella Chiesa e ci saranno sempre, e ci vuole pazienza e silenzio!". [...]

Trattando poi della politica italiana, il papa diede al direttore della "Civiltà Cattolica" indicazioni molto forti e impegnative. "Il papa desidera – annotava p. Tucci – una linea di minore impegno nelle cose della politica italiana». [...]

Il papa disse, inoltre, bonariamente ma decisamente, di non apprezzare molto lo spirito militante, intransigente della rivista e chiese che si adattasse nello stile e nei contenuti ai tempi nuovi. Citando un commento di un suo amico, disse: "I buoni padri della 'Civiltà Cattolica' per ogni cosa giù lacrime e lacrime! E che cosa hanno ottenuto? [...] Bisogna vedere il bene e il male – commentò – e non essere sempre pessimisti su ogni cosa". [...]

*

Negli ultimi mesi, prima della fine della lunga fase preparatoria, Giovanni XXIII era impegnato nell’attenta lettura degli schemi redatti dalle commissioni, prima che venissero inviati ai padri conciliari. [...] Giovanni XXIII non era molto soddisfatto degli schemi preparati, e di questo fece parola al direttore della Civiltà Cattolica nell’udienza del 27 luglio 1962.

Il papa, annotò il p. Tucci, "mi ha parlato della revisione dei testi conciliari che sta facendo. [...] Mi ha fatto vedere alcune sue note marginali ai testi: [tra l'altro] su un testo in cui si enumeravano per una pagina e mezzo solo errori, notando che ci vorrebbe meno durezza. Mi ha anche detto che ha dovuto far presente che intendeva revisionare i testi prima che fossero inviati ai vescovi. Ma che non l’avevano tenuto in conto da principio, per cui già alcuni testi erano stati inviati senza che egli li potesse vedere". [...]

Ritornando alla materia politica, ricordiamo che in quel tempo tra i cattolici italiani, nonché tra gli stessi leader della Democrazia Cristiana, si dibatteva sulla necessità o meno di accettare la collaborazione al governo dei socialisti di Nenni. Tale prospettiva [...] era molto criticata dal presidente della conferenza episcopale italiana, card. Giuseppe Siri, e anche da molti prelati della curia romana, in primis dal [card. Alfredo Ottaviani] prosegretario del Sant’Uffizio. L’amministrazione statunitense seguiva la questione con grande apprensione e spingeva il suo ambasciatore in Italia a fare il possibile per impedire l’allargamento della compagine governativa alla sinistra. A quel tempo molti cattolici ritenevano che, dal punto di vista ideologico e politico, tra la posizione dei socialisti e quella dei comunisti non ci fosse in pratica molta differenza, per cui accettare la collaborazione dei primi significava implicitamente accogliere anche i secondi.

"Occorre stare molto attenti – confidava il papa al p. Tucci – perché oggi i politici anche democristiani cercano di tirare la Chiesa dalla loro parte e finiscono per servirsi della Chiesa per finalità non sempre altissime. [...] Io non me ne intendo, ma francamente non capisco perché non si possa accettare la collaborazione di altri che hanno diversa ideologia per fare cose in sé buone, purché non vi siano cedimenti sulla dottrina".

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