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Fonte espressso.chiesaonline.it 04/01/2013

 

Autore Robert Imbelli

 

È la grammatica che ha in Gesù figlio di Dio e figlio dell'uomo il suo centro ultimo e definitivo. Questa dimensione "mistica" del cristianesimo è anche il cuore del concilio Vaticano II. Un teologo di New York interviene nella discussione aperta da www.chiesa

 

 

NEW YORK, 4 gennaio 2013 – Mi trovo in notevole accordo con le riflessioni di Francesco Arzillo nel precedente servizio di www.chiesa:

> Come leggere i nuovi "segni dei tempi"

Arzillo scrive:

“Questa grammatica dell’umano costituisce la base su cui si può innestare l’annuncio di fede in maniera fruttuosa”.

Concordo. E dico un "amen" di cuore quando egli aggiunge:

“Non a caso nel pontificato di Benedetto XVI la difesa di questa grammatica e l’annuncio di una fede purificata e ricondotta al suo fondamento spirituale coesistono nitidamente e trovano espressione nelle straordinarie omelie, che proprio per questo assomigliano alle omelie dei Padri della Chiesa”.

Ma vorrei offrire un'ulteriore riflessione sia su questa "grammatica", sia sulla sfida che affrontiamo nell'accogliere l'insegnamento pieno del concilio Vaticano II.

Nei documenti del concilio e nel magistero di Benedetto XVI questa "grammatica dell'umano" è in definitiva una grammatica cristologica. All'umano è resa giustizia solo quando è letto nella luce della rivelazione del nuovo Adamo, Gesù Cristo.

Quindi, a mio giudizio, il più profondo "ritorno alle fonti" del concilio è stato un "ritorno alla Fonte": la riscoperta della fondamentale identità in Cristo della Chiesa e dell'umanità. Questo "ritorno a Cristo" è molto più profondo del moralismo sociale dei "progressisti" o dell'immutabile proposizionalismo dei "tradizionalisti ". Piuttosto, esso è l'invito a entrare in una relazione che dà e cambia la vita con il Signore vivente, Gesù Cristo.

In questo senso il concilio riprende e fa propria per la Chiesa la dimensione "mistica" del cristianesimo: non in un senso vago, vuoto di contenuto, ma nel misticismo concretissimo di una personale e attiva partecipazione al Cristo eucaristico e al corpo ecclesiale. Questo "Cristo-misticismo" è già espresso nella lettera di Paolo ai Galati: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 19-20).

Questo misticismo è proclamato nel capitolo primo della "Lumen gentium" sul "mistero della Chiesa". Questo primo capitolo è la troppo spesso trascurata matrice dei successivi capitoli sul "popolo di Dio" e sulla "struttura gerarchica della Chiesa". Capita che ci occupiamo e ci concentriamo talmente sui rispettivi ruoli e responsabilità dei laici e delle persone ordinate che dimentichiamo che noi siamo solo tralci della vite che è Cristo. La Chiesa, come proclama il capitolo primo della "Lumen gentium", è "segno o sacramento di unità" con Dio e con tutto il genere umano solo nella misura in cui è "in Cristo". Altrimenti essa è un corpo decapitato e senza vita, staccato dal suo Capo.

Nell'accogliere il concilio, allora, è imperativo far propri i suoi documenti in un modo onnicomprensivo, con un posto di riguardo dato alle quattro costituzioni. Esse devono avere il riconoscimento che loro spetta, sia nella loro completezza, sia nelle loro connessioni reciproche. In caso contrario cadremmo in un conciliarismo "da bar", scegliendo solo quegli aspetti che si accordano con la nostra agenda predeterminata.

In ogni caso, in linea con quanto detto sopra, suggerisco che tra le quattro costituzioni la "Dei Verbum" faccia da "prima inter pares". Infatti, se Dio non avesse rivelato sé stesso pienamente in Cristo, allora non ci sarebbe alcun fondamento né per le affermazioni dottrinali della Chiesa, né per il suo insegnamento sociale. Solo in Cristo questi acquistano una convincente coerenza, non come programmi, ma come modi di vita in relazione crescente e trasformante con il Signore vivente.

Nella "Novo millennio ineunte", la magnifica lettera apostolica scritta a conclusione del grande giubileo dell'anno 2000, il beato Giovanni Paolo II scriveva: “Non ci seduce certo la prospettiva ingenua che, di fronte alle grandi sfide del nostro tempo, possa esserci una formula magica. No, non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!”.

Questa è la convinzione decisiva posta dall'anno della fede, che vale non solo quest'anno ma in ogni anno. Questa convinzione decisiva è la sempre nuova presa di coscienza che "il mistero è questo: Cristo in voi, speranza della gloria" (Col 1, 27). Questa è la vera Buona Novella che cerchiamo di portare a tutti i popoli.

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Robert Imbelli è sacerdote dell'arcidiocesi di New York, docente di teologia al Boston College e autore di note e commenti su "Commonweal" e "L'Osservatore Romano".

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