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Fonte lanuovabq.it 08/01/2018

Autore Andrea Zambrano

La Costituzione, i migranti e Prodi in sala. Il 211esimo anniversario del vessillo tricolore è passato come erano passati tutti gli altri da quando il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi istituì la festa della bandiera nazionale: nell’anonimato e nel provincialismo più assoluto. La bandiera si festeggia lì dove è nata nel 1797 come vessillo della neonata Repubblica Cispadana, a Reggio Emilia e nella sala dove avvenne il primo vagito bianco rosso e verde va in scena la stantia liturgia che ha come unica regia, da sempre, la Sinistra al potere e al governo da 70 anni. Inutile aspettarsi qualche cosa di diverso da una parata di autorità, di Sinistra, con il premier uscente Paolo Gentiloni a fare da ospite d’onore, il ministro uscente Delrio a fare da padrone di casa e l’ex premier Romano Prodi nelle vesti di padre nobile, di che cosa poi non si sa. 

Si festeggia il Tricolore e Reggio Emilia si presenta come sempre con un programma banale e politico, che mette al centro non la bandiera, ma la Costituzione, vero e proprio totem da celebrare: ha appena 70 anni, ma da queste parti è sinonimo di Patria e pazienza per tutti gli altri anni in cui la Costituzione non c’era. Quella è storia da buttare, un lungo oblio da cancellare, segno di un passato che i comunisti sono riusciti a polverizzare con il tasto Canc.

La festa del Tricolore dovrebbe essere un momento di sentito affratellamento che fa accorrere a Reggio Emilia tutta l’Italia, anche quella che, bontà sua, non ha mai votato Pci e oggi non vota Pd o Leu o altre sigle sinistrorse. Dovrebbe avere come ospiti, come invitati anche quell’Italia che c’è e ci sarà ma che non abitando a Reggio Emilia non vede per forza tutto rosso. 

E dovrebbe tenere conto di tutti gli italiani che in 150 anni di storia patria sono stati autentici patrioti anche se non hanno sventolato le ideologie giacobine importate di cui il tricolore era figlio. Basti pensare a tanti cattolici ad esempio, sinceramente patrioti e veramente italiani, come il beato Francesco Faà di Bruno. Basta uno sforzo di comprensione storica in più e una buona fede non animata dall'ideologia.

Invece il 7 gennaio non è altro che una Festa dell’Unità senza salsicce e con il contorno delle Forze Armate a fare l’alza bandiera e cantare l’inno di Mameli. Per il resto ci sono tutti i valori cari alla Sinistra terzomondista e costituzionalista. Il concetto di patria? Declinato in favor di migranti. 

Il premier Gentiloni ha fatto il suo bello spot elettorale sull’Italia che finalmente - dice lui - si è rimessa in carreggiata, ma che soprattutto è così europeista da eccellere nell’accoglienza dei migranti. Migranti per soccorrere i quali abbiamo utilizzato prima la Marina come taxi del mare e adesso l’Aviazione come charter di Stato. Questo è il concetto di Patria partorito dalla Sinistra, questo l’unico afflato che dovrebbe unire in un cuor solo tutti gli italiani. Le migrazioni irregolari spacciate per accoglienza poste sul pennone più alto delle emergenze nazionali per solleticare i poteri forti di un’Europa che in questi ultimi 7 anni ha pesantemente influito sulle scelte patrie. Ma questo non si può dire, eppure l’occasione della festa della bandiera avrebbe potuto suggerirlo. Ma patriottismo non fa rima con nuovo ordine mondiale, a cui i poteri italici si sono piegati. 

Non poteva mancare un po’ di storia. E qui, come avvenuto già in passato, ci ha pensato l’onnipresente Alberto Melloni con una lectio magistralis, perché la regia non ammette eccezioni: questo non è il giorno della patria, ma delle consorterie cattocomuniste che parlano a nome di tutti. 

Ovviamente, tra i valori citati non poteva mancare quello della Resistenza, anch’essa affiancata al vessillo tricolore come simbolo di unità nazionale. E pazienza per quelle bandiere bruciate nel ’45 in quella stessa piazza dai partigiani rossi. Allora l’unica bandiera accettata era quella rossa con la falce e martello, oggi va bene anche il tricolore purché la sua storia si faccia iniziare dal 25 aprile in poi.

Insomma: il Tricolore oggi è appannaggio esclusivo della Sinistra che lo sventola per le sue battaglie e quest’anno con Gentiloni non è neanche andata male. Lo scorso anno l’ospite d’onore era la presidente della Camera Boldrini. Gli ospiti sono sempre quelli della sinistra di potere e di italiani di cui andare fieri non sembra che ci si sia scapicollati troppo a trovarne. Eppure non sarebbe stato difficile, tanto per rianimare una festa che sa di museo delle cere. Abbiamo un italiano, Paolo Nespoli, che è appena rientrato da una lunga passeggiata nello spazio, ma a ben guardare, se solo si volesse dare un riconoscimento a un qualunque italiano distintosi nel mondo, di idee ce ne sarebbero a iosa: Ennio Morricone riempie ancora i teatri di mezzo mondo con le sue musiche, a voler volare più bassi si potrebbe anche avere la sfrontatezza di donare il primo tricolore all’antitaliano per eccellenza, Adriano Celentano, che proprio in questi giorni ha compiuto 80 anni. Provocazioni, certo, ma che almeno ravviverebbero uno spettacolo arrivato ormai al binario morto del provincialismo. 

Invece, siccome la fantasia non abita a Sinistra, la festa del Tricolore è diventata una delle celebrazioni più brutte della storia patria. 

   

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