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Fonte lanuovabq.it 03/06/2016

Autore Andrea Zambrano

Il pasticciaccio dello school bonus. Il Governo Renzi-Alfano trionfalmente lo ha annunciato come una rivoluzione culturale nel sistema scuola. In realtà è un’opportunità solo per la scuola statale, mentre la privata rimarrà all’angolo e dovrà sperare nella magnanimità, e soprattutto nell’incisività, di un qualche sottosegretario. 

 

Per dimostrare di avere a cuore il buon funzionamento della scuola il governo nello scorso aprile ha inventato lo school bonus. L’iniziativa è lodevole. Vuoi finanziare la scuola di tuo figlio o quella dove hai sospirato per cinque anni su quel ramo del lago di Como? Lo Stato ti dà la possibilità di effettuare una donazione in regime di erogazione liberale e grazie allo school bonus puoi avere diritto ad un credito di imposta fino al 65% sull’ammontare della donazione.

«E’ una rivoluzione copernicana nel sistema scolastico», «un punto di forza del sistema scolastico italiano», ha cantato il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Carramba. che sorpresa. Tutta questa apertura liberale dal governo Renzi? Ma il trucco è presto detto.

Infatti a ben leggere in Gazzetta Ufficiale il decreto dell’8 aprile 2016 che disciplina la legge 107/2015 istitutiva del credito di imposta per le erogazioni liberali, il percorso ad ostacoli è solo per le scuole paritarie, che in Italia sono per la maggior parte cattoliche. Ergo: tanto rumore per nulla. E’ il solito governo statalista e che mal sopporta il privato accreditato che pure gli fa risparmiare un sacco di quattrini. 

Per almeno tre motivi. Anzitutto: la legge consente di donare liberalmente con tre motivazioni: «Investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione (quindi anche le paritarie ndr), realizzazione di nuove strutture scolastiche e manutenzione e potenziamento di quelle esistenti e per il sostegno a interventi che migliorino l'occupabilità degli studenti».

Ma per poter donare il “mecenate” deve erogare non all’istituto scelto, basterebbe un iban, così il controllo dello Stato verrebbe meno, bensì ad un fondo apposito istituto dal Ministero stesso. «Il credito d'imposta è riconosciuto a condizione che le somme siano versate in un apposito capitolo dell'entrata del bilancio dello Stato», dice l’articolo 2 comma 4.

Il che per le scuole statali è comprensibile, ma per quelle paritarie, private o comunali che siano è oltre che farraginoso anche inconcepibile. In questo modo il donatore inizia a scoraggiarsi per bene se sa che per dare i soldi al privato, nel nome del sacrosanto principio di sussidiarietà, deve comunque passare dallo Stato.

Il secondo ostacolo è consequenziale al primo: una volta fatta la donazione «le somme versate in entrata sono riassegnate al capitolo n. 1260, denominato “Fondo per  l'erogazione  alle  scuole  beneficiarie delle erogazioni liberali in denaro destinati agli investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione”». Da notare quel «tutti».

Infatti, come un Robin Hood in carta bollata il Ministero prende la somma donata e la spacchetta per gli altri. E’ un classico esempio di carità forzata. Vuoi essere generoso? Bene, sarai generoso verso chi dico io. Il Ministero infatti trattiene il 10% della somma versata: «Agli istituti del sistema nazionale di istruzione beneficiari delle erogazioni liberali è erogato in un'unica soluzione il 90 per cento delle erogazioni liberali annualmente iscritte sul Fondo».

Dove rimane l’altro 10%? «E’ ripartito  tra  le  istituzioni  del  primo periodo, con prioritario riferimento a quelle che percepiscono una somma minore per alunno, ed assicurando, a tutte le istituzioni destinatarie, uno stesso importo per alunno di erogazioni». In sostanza: il 10% va a quelle che ricevono meno donazioni per non far mancare niente a nessuno: comunismo allo stato puro e contemporaneamente esproprio liberale.

E’ come se uno volesse fare l’elemosina a un senzatetto: arriva un ente pincopallino, prende i dieci euro, 9 li dà al barbone, il restante euro lo distribuisce ai barboni che non hanno avuto niente. A casa nostra è collettivizzazione forzata. Paramertrato nel campo della scuola è il solito di livellamento in basso di meriti e possibilità. I più bravi o i più meritevoli che si arrangino. 

Una volta arrivata la somma, e siamo al terzo ostacolo, la scuola deve effettuare una convenzione con il Comune o la Provincia proprietari dell'edificio. Una convenzione a tutti gli effetti nella quale andare a specificare la natura dell’erogazione, i lavori che verrano svolti o gli acquisti fatti, l’eventuale gara d’appalto, lo stato avanzamento lavori. Tutto proprio come un bando pubblico. Dove tutto è pubblico e statale, tranne i soldoni dei benefattori. 

E per le scuole paritarie private, che il più delle volte sono di proprietà delle parrocchie o di fondazioni ed enti religiosi o privati? Con chi andrà fratta la convenzione obbligatoria? Così è esplosa l’ira delle associazioni che tutelano le scuole cattoliche: dalla Cdo opere educative alla Foe, dall’Agesc alla Fism. E’ stato tutto un coro di insulti al governo che si è dimenticato delle paritarie. Un film già visto.

Anche il Sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi (Ncd) ha criticato il meccanismo, salvo poi lodare l’impianto generale del decreto. Che è un po’ come definire l’ultima fuori serie Jaguar un capolavoro…peccato per lo sportello che non si apre. La definisce una «pecca», tra l’altro inserita attraverso un emendamento di una manina antiliberale e di Sinistra all’ultimo minuto. Ma una pecca evidentemente di quelle che possono far inciampare. «Sarà un forte freno alle donazioni. Chi dona ad una scuola non vuole che una parte sia lasciata allo Stato e lo vuole fare dando direttamente alla scuola non ad un conto del Ministero», ha ammesso candidamente.

Risultato: Toccafondi, nomen omen, visto che il Governo con lo school bonus ha toccato il fondo della credibilità, ha promesso che presto uscirà una circolare che chiarirà almeno come la convenzione con Comuni e Province valga solo per le scuole statali e comunali.

Insomma: siamo alle circolari pezza che modificano le leggi scritte male. Una cosa è certa: per quanto Renzi faccia il bellimbusto ad Avvenire facendosi intervistare in ginocchio su famiglia e scuola e tutti quei temi che stanno a cuore ai cattolici, il risultato delle sue azioni sarà sempre dettato da un forte disinteresse, quando non antipatia, verso le esperienze del privato sussidiario. Statalista è e statalista rimane. La natura antiliberale non si può cambiare. 

   

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