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Fonte lanuovabq.it 01/07/2017

Autore Luigi Negri*

 
Le polemiche delle ultime settimane sullo ius soli, ovvero la proposta concessione della cittadinanza italiana per chi nasce in Italia da cittadini stranieri, richiede chiarezza. E a maggior ragione richiede chiarezza in ambito ecclesiale.

Quello che è anzitutto necessario è che le questioni vengano affrontate tenendo presente tutti i fattori. Se una situazione viene analizzata tenendo presente alcuni fattori invece di altri, si provoca una situazione ideologica che non consente di comprendere la realtà e quindi non consente una azione positiva conseguente la diagnosi che è stata fatta. Se la diagnosi è ideologica la conseguenza pratica saranno una serie di iniziative ideologiche.

Per quanto riguarda lo ius soli è stato sufficientemente notato che questo tipo di istituto è praticamente inesistente nella maggior parte degli Stati civili e democratici. In ogni caso la prima questione è che il diritto di cittadinanza non può essere preteso automaticamente. La cittadinanza esige che sia in qualche modo in atto una integrazione; non soltanto un’accoglienza, ma un’integrazione. Ovvero che le persone che decidono di chiedere la cittadinanza siano quantomeno interessate alla comprensione dei valori culturali, sociali, etici su cui si fonda la società alla quale chiedono di entrare a pieno diritto.

La questione si pone quindi nella modalità di un dialogo, ma questo è proprio ciò che manca nella proposta dello ius soli. Questo infatti implica un contesto meccanico, di meccanismo istituzionale che elude l’incontro tra coloro che integrano e coloro che vengono integrati, e integrati nel punto più significativo dell’integrazione, che è la concessione della cittadinanza. Si deve perciò rispondere alla domanda se il processo che porta alla concessione della cittadinanza sia uno spazio di dialogo e confronto oppure un meccanismo.

È chiaro che il meccanismo non tiene. Il meccanismo non è una dimensione della vita sociale a meno di una vita sociale autentica. È da condannare una cittadinanza conquistata senza nessun sacrificio. Acquisire per diritto automatico la cittadinanza ti dà tutti i diritti senza che tu abbia neanche espresso il desiderio di assumere quella struttura di doveri propria di ogni cittadino italiano. E questo non è un aspetto secondario.

Inoltre è giusto porre una questione di correttezza metodologica. Sarebbe giusto anche in campo ecclesiale che su questo argomento ci fosse un dialogo ampio, diffuso, senza la pretesa di una parte di dare delle indicazioni tassative. Un dialogo che consenta – come si diceva all’inizio – di mettere in evidenza tutti i fattori così da poter arrivare a una ipotesi unitaria da sostenere da parte dei cattolici anche in Parlamento, che è comunque l’unico abilitato a decidere su questo tema. Senza invadenze e senza interferenze.

A questo si lega un’ultima osservazione: in questo momento dove va di moda lo sfascismo è importante che nessuno favorisca la delegittimazione di quelle strutture che sono determinate ad assumersi responsabilità. Si può anche avere un giudizio molto negativo sul parlamento uscito dalle ultime consultazioni, ma non esistono istanze superiori a questo parlamento. Neanche la Chiesa cattolica o l’ecclesiasticità. Tutto deve essere funzionale, e la presentazione dei vari aspetti del problema va riferita a chi costituzionalmente ha diritto ad intervenire.

Se noi cattolici favoriamo questa confusione delle lingue; se accettiamo questa delegittimazione degli uni a vantaggio degli altri; e soprattutto se noi riconosciamo a delle istanze, prima fra tutte la magistratura, poteri che la Costituzione non concede, noi facciamo il male del nostro paese.

Quindi è fondamentale che ci sia un dialogo serio, a tutti i livelli, così che tutti i fattori del problema vengano evidenziati per andare a dare al Parlamento tutti gli elementi per una decisione che rimane irrevocabilmente la sua. 

*Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio 

   

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