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Categoria principale: Politica&Economia
Categoria: Politica
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Fonte lanuovabq.it 30/09/2017

Autore Andrea Zambrano

Maria Elena Boschi

Lasciamo perdere la famiglia tradizionale. E’ lo Stato la nuova famiglia. E’ inutile continuare a chiedersi il perché il Governo sia disinteressato allo sviluppo e al sostegno della famiglia in chiave educativa, fiscale e natalista. La risposta è molto semplice: la logica che ha animato gli interventi governativi della III Conferenza Nazionale della Famiglia è quella dello Stato che si arroga il diritto di decidere che cosa le famiglie italiane devono fare. Inutile a questo punto stupirsi dell’assenza di quei principi di crescita e di sviluppo per far sì che la famiglia sia davvero un motore di crescita.

La verità è che per la politica la famiglia è soltanto un ostacolo alla piena realizzazione dello Stato dalla culla alla tomba per i cittadini. Semplificazioni? Non più di tanto, soprattutto se si leggono tra le righe le conclusioni affidate ieri al Sottosegretario Maria Elena Boschi. Che ha detto: “Le famiglie hanno un ruolo da protagonista, ma noi come Stato dobbiamo pensare con la scuola a quei bambini che non possono contare su una famiglia in grado di capirli, di sostenerli e di aiutarli a scegliere il loro percorso di crescita. Non tutti hanno famiglie forti alle spalle in grado di sostenerli nei loro percorsi”.

Capito l’antifona? Se la famiglia abbandona la sua vocazione educativa, se per mille ragioni la si svuota di significato e di peso specifico (e qui la legge Cirinnà che la Boschi ha sostenuto è uno degli indirizzi), tranquilli: ci pensa lo Stato attraverso lo strumento della scuola che diventerà per i “bambini e le bambine” come li ha chiamati la Boschi, un surrogato di papà e mamma. Fine delle analisi, fine della discussione.

Bontà sua, la Boschi riconosce che ci possano essere delle famiglie forti alle spalle, ma se queste vengono costantemente umiliate nella loro funzione genitoriale, si troveranno sempre più impreparate di fronte alle sfide. Ad esempio: se non si concede piena libertà al sistema scolastico, dando alle famiglie la possibilità vera e concreta di scegliersi la scuola migliore per i figli, è chiaro che lo Stato avrà sempre l’ultima parola. Infatti il tema della libertà scolastica e del costo standard è stato colpevolmente assente dal dibattitto in questi giorni in Campidoglio: per il semplice motivo che la libertà educativa è una pietra di inciampo alla visione totalitaria di uno Stato che è la rappresentazione concreta dell’allegoria del Leviatano, dove ognuno cede la sua fetta di libertà perché il “mostro” la gestisca per conto terzi.

Trovano così ragione d’essere tutte quelle politiche di intrusione nella vita famigliare che sono poi quelle che in questi mesi hanno trovato spazio sui giornali e nell'agenda politica: dall’obbligatorietà dei vaccini all’uso dello smartphone in classe come strumento didattico fin su all’utero in affitto passando per l’educazione di genere tra i banchi. E’ l’esproprio dei figli consegnati allo Stato, il quale si incaricherà di farli diventare dei cittadini modello omologati e conformati e non delle persone in grado di pensare con la propria testa.

Ovviamente per fare questo serve l’ok delle famiglie. Ecco che ad esempio il ministro Fedeli parla di "corresponsabilità educativa" tra la scuola e i genitori. Ma in che cosa si sostanzia? Il ministro dell’Istruzione non lo ha detto, salvo però ribadire che questa deve entrare in casa degli italiani fin nella fascia 0-6 anni. “Gli esperti ci dicono che i primi mille giorni della vita delle bambine e dei bambini sono decisivi dal punto di vista della formazione, della solidità dei percorsi formativi ed educativi. Deve esserne consapevole anche la famiglia, dobbiamo costruire assieme le competenze”.

E come farà lo Stato a prendere il controllo della fascia 0-6? Semplice: con il controllo delle politiche educative che passano anche dalla gender education fin negli asili. Ma che lo Stato sia ormai il grande padre di famiglia è confermato anche dall’intervento del ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan. Il quale è ben consapevole che il suo è il ruolo di chi, tenendo i cordoni della borsa, deve fare le scelte a fronte di una situazione debitoria ancora ingente del sistema Italia. Ma anche qui la visione è quella che è lo Stato che decide quali sono le priorità. Infatti Padoan ha magnificato la legge sulla povertà che utilizza come strumento il Rei (Reddito di inclusione). Si tratta di un significativo corpus di interventi che però riguardano le fasce estremamente indigenti della popolazione, secondo una logica che viene spacciata per “inclusiva”, ma che in realtà è assistenzialismo privo di alcun tipo di sviluppo. Trascurate tutte le altre fasce, che se adeguatamente supportate e soprattutto lasciate libere, potrebbero produrre a loro volta ricchezza, vengono così umiliate e depotenziate.

Quante contraddizioni tra i ministri intervenuti ieri. Parlano di “povertà educativa” lanciando il progetto del Miur contro le tossicodipendenze nelle scuole, ma con l’altra mano supportano i progetti di legge in Parlamento per la liberalizzazione della cannabis; parlano di priorità delle politiche famigliari, ma mostrano, sconsolati, le tasche dei pantaloni mostrandole vuote quando è chiaro anche a un bambino, che è soltanto una questione di decidere dove e come mettere i soldi; parlano di valore della Famiglia (il passaggio in cui la Boschi ha citato Anna Karenina e il diritto alla felicità ha toccato vette di lirismo non indifferente) e poi declamano il fatto che le famiglie cambiano e lo Stato deve tenere conto di tutti, anche delle “famiglie omosessuali”; rifiutano l’accusa di fare solo dell’assistenzialismo, ma l’unica misura che il Governo ha messo in campo per il sostegno alle famiglie è soltanto quella del reddito di inclusione, che tocca una fetta ridottissima di popolazione. Con queste premesse non c’è che dire: la Conferenza Nazionale della Famiglia non è stata un flop, ma il manifesto programmatico di uno Stato-Famiglia che sta prendendo sempre più potere.

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