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Fonte Il Timone n. 108 dicembre 2011

 

Autore Luigi Negri

 

È un principio non negoziabile perché appartiene a quei diritti fondamentali dell'uomo che non nascono dalla vita sociale, neanche dalle funzioni che l'uomo ha nella vita sociale, ma nascono direttamente da Dio e si situano nella coscienza personale

 

E'un diritto fondamentale dell'uomo fare liberamente scelte di carattere culturale, non nel senso libresco ma nel senso esistenziale, come ci ha insegnato beato Giovanni Paolo II per cui la cultura primaria di un uomo è l'impostazione del senso della sua vita, della responsabilità che l'uomo si prende sulla propria vita sia a livello personale sia a livello sociale. Allora è indubbio che educare alla cultura - educare i ragazzi, i giovani o anche gli altri uomini alla cultura - che l'uomo ha scelto liberamente e professa liberamente nel mondo è un diritto fondamentale. Quindi non si può parlare di diritti dell'uomo senza che questi diritti vengano scanditi secondo quell'ordine che la Dottrina sociale della Chiesa ha sempre coerentemente proclamato e la Sollecitudo Rei Socialis ha poi recensito in maniera molto puntuale.

 

maestro don Luigi Giussani - ipotesi di vita. Quindi separare i valori non negoziabili restringendoli soltanto a quelli essenzialissimi della difesa della vita, è una riduzione insopportabile per una presenza cristiana autentica. Non siamo soltanto corpo e quindi i valori non negoziabili non sono solo quelli che si riferiscono al corpo, anche se sono fondamentali e sostanziali: siamo anche intelligenza, spirito, anima- come si diceva una volta - e quindi abbiamo il diritto di incrementare positivamente la nostra esperienza intellettuale e morale.


Questa mi pare la questione fondamentale, che la Chiesa ha riproposto nella sua storia bimillenaria in tutte le situazioni. In quelle più favorevoli - quando la fede aveva inculturato la società dell'Occidente creando quella grande civiltà che Christopher Dawson indica come una delle più alte in assoluto nella storia dell'umanità - questa libertà di educazione è diventata quel fiorire di opere educative che nascevano dal cuore della Chiesa,  dagli Ordini o dalle Congregazioni o direttamente dalla vita della Chiesa attraverso la responsabilità dei vescovi. Tutte queste strutture di educazione libera sono state un tessuto straordinario per secoli, fino a quando, in un modo del tutto surrettizio e ideologico, il diritto a educare è passato dalla vita concreta della società - e quindi dei cristiani - alle istituzioni, allo Stato.

 

La scuola di Stato non ha nessun fondamento teorico, non ha nessuna dignità  culturale ed etica. Risponde normalmente alla necessità di uno Stato di dare una certa adeguata istruzione ai suoi cittadini, ma siccome non si può separare l'istruzione dall'educazione finisce poi che lo Stato si assuma - consapevolmente o meno, ma nella maggior parte dei casi in modo voluto e consapevole - un compito educativo che non gli spetta assolutamente. E l'ingresso dello Stato negli ambiti educativi è uno dei peccati originali dello statalismo moderno e contemporaneo. Ecco perché anche personalmente ho dato parecchi anni della mia vita a questa singolare battaglia per un'autentica libertà di educazione.

 

Devo dire che una parte consustanziale di questa battaglia mi sono visto costretto a svolgerla nell'ambito stesso della ecclesiasticità, che è abbastanza insensibile ad esercitare fino in fondo questo diritto educativo, come se questo fosse una realtà da delegare alle istituzioni. Ho ancora vivissimo nella coscienza quel gruppo dì lavoro che si occupava della educazione e della scuola nell'ambito del grande convegno della Chiesa italiana del 1976, "Evangelizzazione e promozione umana": con soli tre voti contrari - e uno era il mio - questo gruppo di studio votò un documento in cui si diceva che, essendo la società diventata matura, toccava a lei l'esercizio dell'attività scolastica, educativa, che la Chiesa aveva vissuto fino ad allora per pura supplenza. Fortunatamente poi la presidenza della Conferenza episcopale cassò questa decisione. Ci fu un lavoro forte per sensibilizzare la cristianità a riprendere coscienza della propria identità culturale, quindi della propria responsabilità educativa.

 

Il papa Benedetto XVI ha detto cose estremamente chiare e abbastanza pesanti sulla situazione scolastica italiana nel suo intervento al convegno della Chiesa italiana nell'ottobre 2006, e poi ancora all'esterno del mondo cattolico, rendendo consapevole la società che se la Chiesa e i cristiani si vedono riconosciuti operativamente la possibilità di educare danno un contributo fondamentale alla vita della società, perché mettono nella vita della società delle persone coscienti della loro identità, educate a tutti gli sviluppi critici della loro identità, e quindi capaci di dialogo. Il dialogo è l'espressione di una cultura assolutamente compresa e maturata e il fatto educativo, la scuola, sono fondamentali per questa maturazione.

 

Una società invece in cui, magari in senso molto generico, si parla di differenze, ma differenze che poi non vengono maturate criticamente, è una società che non sa dialogare e normalmente - come dimostrato dalla situazione italiana - segue chi grida più forte o chi ha mezzi di persuasione massmediatici molto più presenti ed efficienti. Ecco perché io credo che del grande cammino della evangelizzazione o della nuova evangelizzazione che il beato Giovanni Paolo II ha indicato come compito del terzo millennio, fa parte integrante il lavoro per una autentica libertà di educazione, quindi per la creazione di sistemi scolastici in cui la libertà venga affermata, riconosciuta e promossa. In questo senso lodevolmente la Conferenza episcopale italiana ha emesso un documento - "Educare alla vita buona del Vangelo" - e si è impegnata in questo decennio 2010-2020 ad approfondire sistematicamente sul piano teorico, sul piano pastorale e sul piano socio-politico il problema della libertà di educazione e della scuola.

 

La democrazia rimarrà senz'altro imperfetta non soltanto perché manca forse la chiarezza in alcuni dei gangli vitali delle nostre istituzioni socio-politiche, ma resterà imperfetta fin quando non ci sarà una strada articolata e pluralistica a livello culturale ed educativo che renderà vivo il dialogo. Don Giussani mi ha insegnato che il cuore della democrazia è il dialogo e perché ci sia il dialogo occorrono identità forti, consapevoli di sé, piene di ragioni e desiderose di confrontare queste ragioni con le ragioni degli altri.

 

Il nostro Stato che ha celebrato forse con tanta, non so se ingenuità o ideologia, i 150 anni dell'Unità d'Italia - e forse tanti cattolici sono stati corrivi con queste celebrazioni apologetiche - rischia di fatto di essere fermo alla posizione che proclamò l'allora presidente del Consiglio Marco Minghetti, nel 1864, concludendo il dibattito parlamentare sullo stato dell'istruzione in Italia, forse l'unica seria discussione fatta in Italia sull'argomento: «In linea di principio sarebbe meglio un sistema di libertà scolastica, ma se ne approfitterebbero i clericali». Credo che ancora oggi non siamo molto lontani da questa posizione di cui tutto si può dire meno che sia preoccupata di esprimere la libertà e soprattutto di servire il bene comune. 

   

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