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Fonte Tempi.it 01/07/2014

Interv. a mons. Luigi Negri



Intervista al vescovo di Ferrara: «Il matrimonio omosessuale è stato trasformato in ossessione dai media. Per fortuna tanti giovani hanno tagliato il cordone con il Sessantotto e hanno un’attenzione nuova ai problemi, educazione in primis»



Una ossessione. Per monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, l’insistenza con cui i media pongono periodicamente il tema delle unioni omosessuali ha qualcosa di patologico. Soprattutto, osserva l’alto prelato, «in un un paese che ha ben altri problemi più radicali, come quello di uscire da una crisi economica e da una crisi morale e culturale non meno spaventosa. C’è una pressione massmediatica tale per cui sembra che il problema dei matrimoni gay sia un problema reale e addirittura il problema più urgente del nostro paese».

Eccellenza, c’è secondo lei un modo per tutelare i diritti delle persone conviventi, omo ed eterosessuali, senza mettere in discussione l’idea di famiglia? Oppure considera che ogni tipo di intervento in quel campo metta in pericolo, anche indirettamente, la cellula fondamentale della società?


Sul piano giuridico amministrativo si possono realizzare degli interventi che tendano ad equiparare la condizione dei cittadini italiani a prescindere dalle loro pratiche sessuali. Ma non voglio entrare io in questi dettagli. Mi interessa però notare che l’ossessione con cui si è posto il problema è prevalentemente ideologica. Ci vuole un dibattito, non un ricatto ideologico. Forse non fa bene neanche a tanta sinistra passare da posizioni che richiamano una certa sensibilità di carattere morale legata ai valori fondamentali della nostra tradizione (che è anche quella laica, ricordiamo le due chiese di cui parlava Gramsci) a questo permissivismo dilagante. Mi fa pensare che aveva ragione il mio amico Augusto Del Noce quando diceva che, per diventare partito di governo, il Pci si sarebbe trasformato in un partito radicale di massa. Non sbagliava, Del Noce.

Questa è una battaglia che quasi sicuramente i cattolici perderanno. Qual è la sua preoccupazione pastorale?


Quello che io tento di fare da dieci anni. Cercare di formare un popolo cristiano, cosciente della sua identità, della sua originalità etica e teso a comunicare questa vita nuova a tutti gli uomini che incontra in questo mondo con la certezza di portare ciò che tutti desiderano. Un popolo missionario. Nella missione è contenuta tutta la capacità di accoglienza e di dialogo che nella Chiesa è stata realizzata nei secoli. Molte famiglie della mia diocesi hanno reagito con estrema chiarezza di fronte ad iniziative “pansessuali” intempestive che, senza chiedere la loro approvazione, hanno fatto la comparsa nelle scuole dei figli. E devo dire che tanti dirigenti scolastici di fronte alla loro decisione sono dovuti tornare sui propri passi. I cosiddetti giovani che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni, che hanno tagliato il cordone con il Sessantotto e non hanno il problema di dimostrare di essere libertini, sono molto attenti alla questione educativa. Partiamo da qui. Se nella Chiesa si collegano queste esperienze vive si fa una rivoluzione. Con questo metodo negli anni Sessanta Giussani riformò profondamente il movimento di Comunione e liberazione.


Auspica una mobilitazione della società civile simile a quella che ci fu nel 2007 col Family Day?


Lei parteciperebbe?
Io parteciperei ma non credo che nella situazione in cui si trovano le Chiese in particolare in Italia sia possibile uno scatto religioso-culturale e civile come quello che le rese protagoniste del Family Day. Non so dove siano finite e dove stiano finendo le energie morali e intellettuali di impegno socio politico di tante realtà e anche Chiese italiane.

   

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