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fonte: lanuovabq.it  06/10/2013

 

Autore Andrea Zambrano

 

Modena, il grande velo rosso che copre il pannello dietro l’altare si scopre quando vengono lette le parole di Papa Francesco con le quali la Chiesa riconosce Beato il servo di Dio Rolando Rivi: «Con la nostra autorità abbiamo facoltà di proclamare beato Rolando Rivi, testimone eroico del Vangelo».

 

Il pala Casa Modena è gremito in ogni sedile e l’applauso di gioia parte immediatamente. Sono i fedeli della Diocesi di Modena e Reggio che hanno voluto fortemente essere presenti ieri pomeriggio per una beatificazione che ristabilisce una verità storica e consegna agli altari la figura dimenticata dalla storiografia ufficiale di questo giovane seminarista ucciso il 13 aprile del ‘45 da due partigiani comunisti. In “odio alla fede” così recita la motivazione con la quale il Papa consegna al culto più elevato il seminarista di San Valentino di Castellarano.

Per quella che per tutti è stata definita una festa della fede da Roma è arrivato il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Con lui i vescovi di Reggio, Massimo Camisasca e l’Arcivescovo di Modena Lanfranchi, ma anche molti prelati dell’Emilia Romagna dal cardinal Carlo Caffarra al vescovo di Ferrara Luigi Negri. Con loro 114 sacerdoti delle due diocesi, ma anche da fuori.

Subito dopo la proclamazione il cugino di Rolando, Sergio, uno degli artefici di questa beatificazione, ha portato sull’altare una reliquia con una ciocca di capelli del seminarista, martire e beato. Nel corso dell’omelia, Amato ha sottolineato che «ideologie umane crollano, ma il Vangelo dell’amore non tramonta mai perché è una buona notizia». Un riferimento a quelle «iene, piene di odio e in cerca di prede da straziare e divorare, che lo spogliarono della sua veste, come fecero i carnefici con Gesù». Iene che «avevano dimenticato i comandamenti del Signore: non nominare il nome di Dio invano, non uccidere, non dire falsa testimonianza. Anzi, erano stati imbottiti di odio e indottrinati a combattere il cristianesimo, a umiliare i preti, a uccidere i parroci, a distruggere la morale cattolica». È questa la novità della beatificazione di Rolando Rivi. Con la sua elevazione agli altari la Chiesa ristabilisce la verità sulla vulgata resistenziale nel corso della quale, alcuni partigiani hanno ucciso in odio alla fede, in vista di una imminente rivoluzione bolscevica.

«Ma che cosa ci lascia il martirio di Rolando?» chiede il cardinale alla folla in silenzio: «Anzitutto il perdono che è medicina che sana ogni ferita, cancella l’odio, converte i cuori, incoraggia la fraternità». Ma anche la fortezza perché «niente separò Rolando dall’amore di Cristo. Non fu vinto né dalle percosse, né dalla fame, né dalla nudità, né dalle pallottole». Infine la sua storia, il suo sangue ci insegnano il servizio perché «il suo martirio fu anche un gesto eroico di lealtà umana. Mai tradì la propria identità di figlio di Dio e di seminarista, chiamato a testimoniare nel sacerdozio le parole divine di Gesù».

Nel corso della celebrazione di ieri, con la lettura della lettera apostolica, la Chiesa fissa anche la memoria liturgica del Beato che sarà il 29 maggio. Una data che il Comitato Amici di Rolando Rivi aveva suggerito alla Congregazione perché è in quella data del 1945 che il corpo mortale di Rolando lasciò la chiesa di Monchio dove era stato frettolosamente sepolto per entrare, con le campane finalmente a festa, dopo la guerra, nella chiesa di San Valentino. Ed è lì che adesso il giovane riposa, dopo essere stato posto sotto all’altare della chiesa dove fu battezzato e dove oggi migliaia di persone salgono a venerare il suo sacrificio.

Rolando Rivi era già Beato nel momento in cui venne trucidato dai due partigiani comunisti, mai pentiti, in quel 13 aprile 1945. Era scritto nei cieli perché il suo sangue, come ha detto ieri il cardinal Angelo Amato, era stato raccolto nel calice del Signore. Ma non era ancora beato per il mondo, quel mondo nel quale Rolando trovò la morte per testimoniare la sua fede in Cristo.

Se la giornata di ieri ha potuto certificare il suo martirio eroico, lo si deve però a quelle persone che nel silenzio del dopoguerra iniziarono a cercare la verità sulla morte di Rolando, troppo presto archiviata come delitto privato. Tra questi c’è Emilio Bonicelli, giornalista e scrittore, oggi membro del Comitato Amici di Rolando Rivi che ha promosso la causa. Bonicelli nove anni fa, dopo essere guarito dalla leucemia lesse un’agenzia che parlava di una miracolosa guarigione di un bambino inglese dalla leucemia per intercessione del seminarista. «Incontrai così Rolando - ha detto ieri Bonicelli alla Nuova Bussola Quotidiana - Il cammino che abbiamo fatto certamente per me è un segno di ciò che può succedere quando il Signore bussa alla nostra porta. Da quel momento abbiamo dovuto far in modo che questa luce venisse fuori».

Al di là della lettura storica che si può fare della vita di Rolando «oggi è una grande festa in cui il Signore ci dice di aver vinto il mondo. Là in quel bosco sembrava che solo l’odio più sfrenato avessero vinto. Rolando era stato cancellato dalla storia, invece il Signore ci dice che non c’è un male così grande da cui non sappia trarre un bene più grande».

Ma, prima di Bonicelli, a cercare la verità su Rivi fu suo cugino Sergio: «Abbiamo coltivato il suo ricordo in famiglia per anni - ha detto ieri – poi, su suggerimento dei padri della Consolata, che erano a San Valentino, spinto dalla curiosità, volli cercare di sapere di più di questo mio cugino. Non credevo che potesse essere una spia dei tedeschi, così iniziammo a cercare». La ricerca di Sergio Rivi si imbatte in quella di uno studioso astigiano, Paolo Risso. Risso è il primo biografo del beato. La sua conoscenza affonda le radici nel 1976 quando, durante la preparazione dell’esame di abilitazione in storia e filosofia, si imbatté in un libro che parlava di Rivi. «Da allora non smisi di cercare documentazione su questa figura, il vescovo di Reggio Paolo Gibertini mi incoraggiò a incontrare i familiari di Rivi, tra cui Sergio. Ma gli ostacoli e le porte in faccia erano tante». L’inchiesta di Risso si conclude nel 1991 quando può finalmente dare alle stampe il libro che diventa la prima biografia di Rolando Rivi. Il resto è storia di oggi, anche se Risso, guardando indietro non può tacere gli ostacoli che ha incontrato nel cammino: «In Emilia si uccideva in odio alla fede, ci sono altri quattro seminaristi uccisi nello stesso contesto sui quali bisognerebbe indagare, ma Rolando mi colpì perché era il più giovane e su di lui non potevano esserci dubbi».

Risso scoprì così la breve ma eroica vita di Rivi: «Quando era a casa non si toglieva mai la veste talare, nonostante in tanti gli consigliassero di farlo. Ripeteva sempre che “io sono di Gesù”. E per questo veniva additato come nemico della causa comunista, anche perché era un ragazzo vivace e spigliato che sapeva controbattere alle menzogne che venivano da una certa parte politica».

Che il suo martirio sia stato in odio alla fede è ribadito dalla stessa sentenza del tribunale che ha condannato Giuseppe Corghi e Delciso Rioli a 16 e 26 anni di carcere, poi amnistiati. «Il giudice Michele Donzellini scrisse nella sentenza che era stato tolto di mezzo perché “giovanissimo, dalla condotta pia e irreprensibile e con le sue virtù civili aveva simpatia per i partigiani cattolici e si opponeva alla diffusione del comunismo”. Una sentenza che sembrava scritta da un pontefice, ma che era stata scritta da un giudice italiano».

Se quella sentenza fosse stata accettata da tutti, anche dalla vulgata resistenziale, probabilmente la storia del culto di Rolando Rivi avrebbe avuto un impulso maggiore fin da subito. Anche perché lo stesso don Braglia, il parroco di Monchio che seppellì Rolando subito dopo il suo assassinio scrisse: “Ucciso da uomini iniqui”. «Erano i partigiani comunisti - prosegue Risso - che avevano voluto mettere fine alla sua vita in odio alla fede». Da ieri non è stata solo consegnata al culto un’immagine pulita di coraggio e libertà, ma è stata anche ristabilita una verità storica.

   

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