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Fonte Dialogo della  Divina Provvidenza edizione ESD versione in italiano corrente di Maria A. Raschini

pag. 421-429

Autore Santa Caterina da Siena

copertina libro

L’obbedienza del Verbo e la disobbedienza di Adamo

154. Allora il sommo eterno e pietoso Padre rivolse l’occhio della sua misericordia e della sua clemenza verso di lei, dicendole:

“Carissima e dolcissima figlia, il santo desiderio e le giuste preghiere debbono essere esauditi; perciò Io, somma verità, adempirò la verità mia soddisfacendo la promessa fatta a te ed al tuo desiderio. E se mi chiedi dove tu puoi trovare l’obbedienza, quale è la causa che te la toglie e quale il segno che tu l’abbia o non l’abbia, Io ti rispondo che la trovi compiutamente nel dolce e amoroso Verbo unigenito mio Figlio. Fu tanto pronta questa virtù in lui che per compierla egli corse alla obbrobriosa morte della croce.

Chi te la può togliere? Considera il primo uomo, e vedrai quale è la causa che gli tolse l’obbedienza impostagli da me, eterno Padre: la superbia generata dall’amor proprio e la compiacenza per la sua compagna. Questa fu la causa che gli tolse la perfezione dell’obbedienza e gli diede la disobbedienza, da cui gli derivò la perdita della vita di grazia, e la morte; perdette l’innocenza e cadde nel fango e in miseria grande. E non solo lui, ma vi cadde l’intero genere umano, come ti ho detto.

Il segno per sapere se tu hai o non hai questa virtù è la pazienza; se non hai la pazienza, la impazienza te lo dimostrerà. Mentre ti parlerò di questa virtù, ti accorgerai che questo è vero.

Ma fa’ attenzione: poiché l’obbedienza si osserva in due modi. Uno di questi due modi è più perfetto dell’altro, ma i due modi non sono separati bensì uniti, così come ti dissi parlandoti dei comandamenti e dei consigli. L’uno è buono ed è perfetto, l’altro è perfettissimo; e non c’è nessuno che possa giungere alla vita eterna se non è obbediente: senza l’obbedienza, infatti, nessuno può entrare in quanto la porta del cielo fu dischiusa con la chiave dell’obbedienza, dopo essere stata sbarrata per la disobbedienza di Adamo.

Costretto dalla mia infinita bontà, poiché vedevo che l’uomo, ch’io tanto amavo, non poteva tornare a me che sono il suo fine,

presi le chiavi dell’obbedienza e le posi nelle mani del dolce e amoroso Verbo, mia Verità; ed egli, come portinaio, disserrò questa porta del cielo. Senza questa chiave e questo portinaio, mia Verità, nessuno può salire, e perciò egli disse nel santo Vangelo che nessuno poteva venire a me, Padre, se non passava attraverso di lui1. Quando tornò a me, esultando, in cielo, e togliendosi dalla compagnia degli uomini, all’Ascensione, egli vi lasciò questa dolce chiave dell’obbedienza. E come sai, la consegnò al suo vicario, il Cristo in terra, al quale siete tutti obbligati di obbedire fino alla morte. Chi è fuori da questa obbedienza, è in stato di dannazione, come ti ho spiegato in altro luogo.

Voglio ora che tu veda e conosca questa eccellentissima virtù quale fu nell’umile e immacolato Agnello, e donde essa procede.

Quale fu la ragione della grandissima obbedienza di questo Verbo? La ragione fu l’amore che egli portò al mio onore e alla vostra salvezza. Donde venne l’amore? Dal lume della chiara visione con la quale l’anima sua vedeva luminosamente la divina Essenza e l’eterna Trinità: così egli sempre vedeva me, eterno Dio.

Questa visione procurava in lui quella perfettissima fedeltà che in modo imperfetto procura in voi il lume della santissima fede. Egli infatti fu fedele a me, suo eterno Padre, e per questo corse col lume glorioso lungo la via dell’obbedienza. L’amore non è mai solo, ma s’accompagna a tutte le virtù reali — tutte le virtù nascono dall’amore della carità, anche se nel Verbo esse sono in modo diverso che in voi — ma fra le altre s’accompagna soprattutto alla pazienza, che è il suo midollo: la pazienza è il segno che dichiara se nell’anima vi è la grazia, e se l’anima mi ama in verità. Perciò la madre, che è la carità, ha data per sorella all’obbedienza la virtù della pazienza, e le ha unite assieme, così che non si perde mai l’una senza che si perda anche l’altra: o tu le possiedi entrambe, oppure non ne hai nessuna.

Questa virtù ha una nutrice che l’alimenta, cioè la vera umiltà, per cui l’anima è tanto obbediente quanto è umile, e tanto è umile quanto obbedisce. L’umiltà è bàlia e nutrice della carità, perciò il suo stesso latte nutre la virtù dell’obbedienza. L’abito che questa nutrice le procura è quello di avvilire se stessi, di rivestirsi di obbrobri, scherni e villanie, di dispiacere a se stessi e di piacere a me. In chi trovi quest’abito? In Cristo dolce Gesù, unigenito mio Figlio. Chi infatti si umiliò più di lui? Egli si saziò di obbrobri e villanie, dispiacque a sé, cioè mortificò la sua vita corporale, per piacere a me. E chi di lui più paziente? Non si levò grido di lamento da lui, ma con pazienza abbracciando le ingiurie, come innamorato compì la mia obbedienza, impostagli da me suo eterno Padre.

In lui dunque la troverete in modo perfetto e intero. Egli vi ha lasciato questa regola e dottrina, e la osservò per primo. Essa vi dà vita perché è una via diritta. Egli è la via, e per questo disse di essere ‘via, verità e vita’; e disse che chi vi camminava, andava in piena luce, e che a colui che va in piena luce non può accadere di far del male o di riceverne senza avvedersene, perché ha strappato da sé la tenebra dell’amor proprio che lo faceva cadere nella disobbedienza. Come ti ho detto, infatti, la accompagna l’umiltà donde l’obbedienza scaturisce. Così, ti dissi e ti dico che la disobbedienza viene dalla superbia, la quale nasce dall’amore di sé, privandosi dell’umiltà. La sorella che l’amor proprio dà alla disobbedienza è l’impazienza, che la superbia nutre; e nel buio dell’infedeltà corre per la via di tenebra che le dà morte eterna.

L’obbedienza generale

Tutti dovete leggere questo glorioso libro, dove è scritta questa, ed ogni altra virtù.

155. Ora che t’ho mostrato dove tu puoi trovare l’obbedienza, donde proviene, chi è la sua compagna e da chi viene alimentata, ti parlerò degli obbedienti e dei disobbedienti, insieme, e dell’obbedienza generale e di quella particolare, cioè dell’obbedienza dei comandamenti e di quella dei consigli.

Tutta la vostra fede è fondata sull’obbedienza, perché è con l’obbedire che vi mostrate fedeli. La mia Verità ha dato a tutti i comandamenti della legge, dei quali il primo è quello di amare me sopra ogni cosa e il prossimo come voi stessi. I comandamenti sono così strettamente legati l’uno all’altro che non si può osservare l’uno senza che si osservino tutti, né trascurarne uno senza trascurarli tutti1. Chi osserva questi due comandamenti, osserva tutti gli altri, è fedele a me e al suo prossimo, ama me e prova dilezione per le mie creature. Per questo è obbediente, si sottomette ai comandamenti della legge, e alle creature per amor mio, sopportando con umiltà e pazienza ogni fatica e ogni diffamazione da parte del prossimo.

Questa obbedienza del Verbo fu di tanta eccellenza, che tutti ne riceveste grazia, così come dalla disobbedienza di Adamo avevate tratta la morte2. Ma se questa chiave fosse stata nelle mani del Verbo e ora voi non poteste usarla, non sarebbe sufficiente. Già ti ho detto che questa chiave aveva riaperto il cielo, e che era stata posta dal Verbo nelle mani del suo vicario. Questi la consegna nelle mani di tutti quelli che ricevono il santo battesimo, nel quale ciascuno promette di rinunziare al demonio, al mondo, alle sue pompe e alle sue delizie: in quanto promette di obbedire, con ciò stesso riceve la chiave dell’obbedienza. Così è che ciascuno possiede singolarmente questa che è la medesima chiave del Verbo. E se l’uomo non si applica col lume della fede e con la mano dell’amore a disserrare la porta del cielo con questa chiave, mai vi potrà entrare, anche se quella porta è stata già aperta dal Verbo. Poiché Io che vi creai senza di voi, senza esserne da voi pregato, perché Io vi amai prima che voi foste, non vi salverò senza di voi.

Vi è necessario dunque portare la chiave nella vostra mano, così come è necessario che procediate e non vi sediate: bisogna che camminiate sulla via e alla luce della dottrina della mia Verità, anziché fermarvi a porre il vostro affetto in cose finite come fanno gli stolti che imitano l’uomo vecchio, il primo loro padre Adamo, facendo come lui che gettò la chiave dell’obbedienza nel fango, schiacciandola con il martello della superbia e arrugginendola con l’amor proprio. Ma ecco che venne il Verbo unigenito mio Figlio, il quale portava nella sua mano questa chiave dell’obbedienza e la purificava col fuoco della divina carità, traendola dal fango, lavandola nel suo sangue, raddrizzandola con il coltello della giustizia, battendo le vostre iniquità sull’incudine del suo corpo. Ed egli la restaurò tanto perfettamente che per quanto l’uomo si provasse a guastarla con il libero arbitrio, con questo medesimo libero arbitrio, in virtù della mia grazia, e con questi medesimi strumenti, la può sempre riparare.

O uomo cieco più di un cieco, che dopo aver guastata la chiave dell’obbedienza non ti preoccupi affatto di ripararla! Credi forse che la disobbedienza che ti chiuse la porta del cielo, te la possa anche aprire? Credi forse che la superbia, che cadde dal cielo, vi possa risalire? Credi tu che con l’abito strappato e sporco potrai andare alle nozze? E sedendo e avvincendoti coi lacci del peccato mortale, credi forse di poter camminare? O di poter aprire la porta senza chiave? Non illuderti di poterlo fare, perché la tua immaginazione cadrebbe in inganno. Ti sarà necessario liberarti dal peccato mortale. Esci dunque dal peccato mortale con la santa confessione e con la contrizione del cuore, pagando il prezzo e facendo il proponimento di non offendere mai più. Allora butterai a terra il vestito sporco e unto, e correrai con l’abito nuziale, con il lume della fede e con la chiave dell’obbedienza nella mano, a disserrare la porta. Lega, lega bene questa chiave con la fune della mortificazione e del dispiacimento di te e del mondo; attaccala al desiderio di me, tuo Creatore, e fattene una cintura per cingerti, affinché tu non l’abbia a perdere.

Sappi, figlia mia, che molti sono coloro che hanno presa la chiave dell’obbedienza, dopo aver visto con il lume della fede che non avevano altra via per scampare all’eterna dannazione. Ma la tenevano in mano, senza cintura e senza funicella che rassicurasse; ossia, non si sono rivestiti perfettamente della volontà di piacere a me, ma ancora volevano piacere a se stessi. Non hanno provveduto alla funicella della mortificazione, e si son dilettati, piuttosto, della lode degli uomini. Costoro si mettono in condizione di smarrire la chiave, non appena sopraggiunga loro un poco di fatica o di tribolazione, mentale o corporale; e, se non ne hanno gran cura, spesso, allentando la mano del desiderio, finiscono col perderla del tutto. Questo perdere è in realtà uno smarrire, poiché, se volessero ritrovarla, lo possono fare sino a che sono in vita, e solo non volendolo non la troverebbero mai. E chi mostrerà loro che l’hanno smarrita? L’impazienza: dal momento che la pazienza era unita con l’obbedienza, quando l’anima non è paziente, questo è il segno che in essa non vi è l’obbedienza.

Quanto è dolce e gloriosa questa virtù, nella quale stanno racchiuse tutte le altre, perché viene concepita e data alla luce dalla carità. In lei si fonda la roccia della santissima fede; essa è come una regina, e chi la fa sua sposa non sente alcun male, ma assapora solo pace e quiete: le onde del mare tempestoso non possono nuocergli perché, per tempesta che vi sia, non toccano il midollo della sua anima. Quando viene offeso non prova odio, perché gli è stato comandato di perdonare e dunque intende obbedire; non sta in ansia per timore che i suoi desideri rimangano insoddisfatti, perché l’obbedienza gli ha ordinato di desiderare me solo, che posso, so e voglio dar compimento ai suoi desideri: egli è del tutto spoglio di ogni gioia mondana. Così in tutte le cose — e troppo lungo sarebbe enumerarle — egli trova pace e quiete, avendo presa in sposa questa regina che è l’obbedienza, quella che Io ti ho data come chiave del cielo.

O obbedienza che navighi senza fatica, e senza pericoli giungi al porto della salvezza! Tu sei conforme al Verbo unigenito mio Figlio; tu sali sulla navicella della santissima croce, preparandoti a soffrire per non trasgredire l’obbedienza del verbo, e per non uscire dalla sua dottrina; anzi, te ne fai mensa dove mangiare il cibo delle anime, stando nella carità del prossimo!

Tu sei vestita di vera umiltà; perciò non brami le cose altrui, di là da ciò che vuole la mia volontà. Sei diritta, e non conosci doppiezza perché rendi il cuore retto, senza ipocrisia, amando liberamente e non ambiguamente la mia creatura.

Tu sei un’aurora che porti la luce della grazia divina. Sei un sole che riscaldi, perché hai il calore della carità. Fai germinare la terra: con te, tutti gli strumenti dell’anima e del corpo producono frutto di vita per sé e per il prossimo.

E sei tutta gioconda, perché il tuo volto non si turba per impazienza, ma si presenta con l’affabilità della pazienza, con la serenità della fortezza. Sei grande per instancabile perseveranza: così grande che riempi lo spazio dal cielo alla terra, perché la perseveranza ha il potere di spalancare il cielo. Sei la perla nascosta e ignorata, che il mondo calpesta; e da te stessa ti umilii sottoponendoti alle creature6.

Tanto grande è la tua signoria, che nessuno ti può tiranneggiare, dal momento che sei uscita dalla servitù mortale della sensualità che ti toglieva ogni dignità. Morto questo nemico grazie all’odio e al dispiacimento del proprio piacere, hai riconquistata la tua libertà.

I danni della disobbedienza

156. Ma ti dico, figlia carissima, che tutto questo ha fatto la mia bontà e provvidenza, con cui provvidi affinché il Verbo restaurasse la chiave dell’obbedienza. Ma gli uomini, privati d’ogni virtù, si comportano nel modo opposto. E come animali sfrenati, poiché sono privi del freno dell’obbedienza, corrono precipitando di male in peggio, di peccato in peccato, di miseria in miseria, di tenebra in tenebra e di morte in morte: sino a che si portano sull’orlo della fossa, al momento estremo della morte, col verme della coscienza che sempre li rode. E se anche possono convertirsi all’obbedienza dei comandamenti, avendo il tempo per dolersi delle precedenti disobbedienze, sarà comunque con loro grande disagio e difficoltà, per la lunga consuetudine che hanno presa con il peccato. Pertanto nessuno si fidi, aspettando a prendere la chiave dell’obbedienza nel punto estremo della morte, anche se si può e si deve sempre sperare fin che c’è tempo; ma non si deve fidare troppo, sino al punto di indugiare a correggere la propria vita.

E chi è causa di tanto male e tanto grande cecità, sì che rendono irriconoscibile questo tesoro? La nube dell’amor proprio con la miserabile superbia, per la quale si sono allontanati dall’obbedienza e caduti nella disobbedienza. Non essendo obbedienti, sono impazienti, come ho detto, e nella impazienza soffrono pene intollerabili. Questa li porta lontano dalla via della verità e li conduce sulla strada della menzogna, facendoli servi ed amici del demonio, e insieme con i demoni loro signori, se non si correggono, vanno all’eterno supplizio per la disobbedienza. Invece i miei figli diletti, che osservano la legge e sono obbedienti, godono ed esultano nella mia eterna visione con l’umile e immacolato Agnello, da cui la legge è fatta, osservata e donata. Chi la osserva in questa vita gusta la pace, e nella vita beata riceve e si veste di pace perfettissima, dove non c’è guerra di sorta, e tutto il bene senza alcun male: sicurezza senza timore, ricchezza senza povertà, sazietà senza fastidi, fame senza pena, luce senza tenebre, un Bene sommo e infinito, e non finito, e partecipato a tutti i veri gustatori.

Chi ha posto l’anima in un bene così grande? Il sangue dell’Agnello: nella virtù di questo sangue la chiave dell’obbedienza ha perduta la ruggine, così che è diventata atta ad aprire la porta del cielo. Ecco dunque che la porta del cielo è stata schiusa dall’obbedienza.

O stolti e pazzi, non tardate oltre ad uscire dal fango delle brutture, dove, come porci che s’avvoltolano nel fango, voi vi involgete nel fango della carnalità. Voltate le spalle ad ingiustizie, omicidi, odio e rancore, calunnie, mormorazioni, giudizi e crudeltà, che siete soliti fare nei confronti del vostro prossimo, lasciate i furti e i tradimenti, e i disordinati piaceri e diletti del mondo. Mozzate le corna della superbia, e così facendo spegnerete l’odio che avete nel cuore verso chi vi fa ingiuria. Paragonate le vostre offese, quelle che fate a me e al vostro prossimo, con quelle che sono fatte a voi, e troverete che in confronto a quelle fatte a me, quelle che ricevete sono un nonnulla. Vedete bene che odiando ingiuriate me, perché trasgredite il mio comandamento, e offendete il prossimo, privandovi dell’affetto della carità. Già vi è stato comandato di amare me al di sopra d’ogni cosa al mondo, e il prossimo come voi stessi. Non vi fu posta nessuna condizione, che limitasse la portata di quell’amore, quasi a dire: ama il prossimo, ma se ti fa ingiuria non amarlo. Niente affatto: vi fu comandato amore libero e schietto, perché a voi fu dato dalla mia Verità che con schiettezza l’osservò e lo praticò. Con la stessa schiettezza voi dovete osservare il comandamento dell’amore: altrimenti fate danno a voi e offendete l’anima vostra privandola della vita di grazia.

 

 

 

 

 

 

 

   

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