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Fonte corrsipondenzaromana.it 30/09/2014


Intervista a mons. Brunero Gherardini



(su ) Disputationes Theologicae volendo onorare il Beato Pio IX in questo mese di settembre (il 3 è la data della sua beatificazione e il 20 settembre è la data della croce più dolorosa del Pontificato, l’occupazione di Roma), ha posto alcune domande a Mons. Brunero Gherardini, per lunghi anni postulatore della causa del grande Pontefice marchigiano.

1) Disputationes Theologicae: Il sacerdozio cattolico davanti alla facile tentazione liberale. Un dramma moderno vissuto anche dal Beato Pio IX?

Il sacerdozio cattolico può sempre essere esposto alla “tentazione liberale” seppure in forme diverse, ma è particolarmente a partire dal Settecento illuminista che il clero cattolico è avvicinato e talvolta sedotto dalle “Lumières”. I fattori da valutare sono molteplici, un generale rilassamento su posizionamenti culturali mondani, un malinteso senso dell’esercizio e del prestigio dell’autorità ecclesiastica, una crisi della formazione, la stagnazione degli studi tomistici, seppur con delle lodevoli eccezioni, producono un indebolimento dell’identità cattolica che talvolta cede alle infiltrazioni del giansenismo o del sensismo, ma soprattutto del razionalismo.

Pio IX vive in un periodo post-rivoluzionario, che nonostante la Restaurazione (o forse anche a causa di una Restaurazione condotta male) è percorso da una messa in discussione dei punti fermi del passato e da una volontà, talvolta sincera, di conciliare il cattolicesimo con le istanze di rinnovamento presenti nel secolo. Di per sé l’istanza di rinnovamento, specie in un’epoca che vive una certa stanchezza, non è sempre da riprovare, il problema è che i nemici della Chiesa sapevano strumentalizzarla ed incanalarla verso idee di matrice gnostica – seppur in forma ben mascherata – e verso disegni politici che – dietro parole suadenti – avevano l’intento di eliminare dalla società Nostro Signore e la Sua Chiesa.

Anche sul giovane Giovanni Maria Mastai Ferretti fece presa l’illusione del rinnovamento: sono note le sue frequentazioni da Vescovo del salotto del conte Pasolini dall’Onda in cui circolavano le idee nuove, seppur in chiave moderata; noti sono anche i suoi primi due anni di pontificato durante i quali fu particolarmente sensibile alle istanze d’apertura. In particolare i suoi provvedimenti nel Governo degli Stati Pontifici volevano essere un modo di significare che non era ostile alle “riforme” come si diceva allora.

Va anche ricordato che la Massoneria approfittò di questa suo orientamento per dipingerlo come “Papa liberale”, per suscitare l’entusiasmo tra una parte della popolazione e così condizionare le future scelte di Pio IX, cercando di renderlo prigioniero di un’immagine da essi stessi creata. Non si può dire che Papa Mastai fu del tutto indenne da tali condizionamenti, specie in un primo momento, e che si rese pienamente conto della trappola tesagli. Le processioni con le immagini di Pio IX, specie nel 1846, durante le quali alcuni liberali inneggiavano ai tempi nuovi e al “loro” Papa, erano il modo dell’epoca per condizionare il clero – esaltando gli esponenti più “aperti” – e con esso la politica della Chiesa.

E’ forse questo il modo più subdolo che sollecita il clero – ieri come oggi – verso la “tentazione liberale”: gli Osanna del mondo, che illude il clero su una possibile conciliazione fra liberalismo e cattolicesimo, in una surreale pacificazione col mondo moderno. Ma chi ne fa le spese è spesso la sana dottrina che si trova – seppur con le migliori intenzioni – invischiata nell’errore, così come la reale libertas Ecclesiae che si ritrova in catene, e Pio IX se ne accorse: il forzato esilio di Gaeta e le atrocità delle Repubblica Romana dissiparono ogni eventuale tentennamento.

2) Disputationes Theologicae: La sua santità nella “rinuncia à se stesso”. Come Pio IX lasciò da parte l’uomo Giovanni Maria Mastai Ferretti per il supremo bene della Chiesa.

Quando si rinuncia a se stessi per Cristo, quando si arriva anche a disprezzare o almeno a correggere e mortificare quel che si constata in sé stessi non essere conforme al proprio stato, secondo la volontà di Dio, lì risiede la santità, specie se si è un uomo di Chiesa e persino Sommo Pontefice. La capacità di far prevalere la funzione sulla persona, Pietro su Simone.

Se alcune debolezze intellettuali potrebbero di per sé non essere sempre colpevoli, per la santità d’un Papa si richiede una purificazione profonda non solo dell’azione, ma anche dell’intelligenza. E ciò è richiesto particolarmente nelle difficoltà dei tempi nostri. La più alta delle facoltà deve sforzarsi di lasciare quel che può essere nel proprio pensiero anche indirettamente nocivo alla Chiesa, è la più grande delle rinunce perché ha sede nella più alta delle facoltà; è davvero la rinuncia a se stessi per essere fedeli alla Chiesa – e non ai propri orientamenti o personali aspirazioni – per il supremo bene comune.

Quando si analizza la santità dei Papi o dei Re questa valutazione rapportata alla cura del bene comune s’impone in maniera ancor più pressante. E Pio IX fece questa rinuncia, se non subito almeno durante il Pontificato – la qual cosa nulla leva al merito, ne aggiunge forse, essendo egli stato docile al lavorio della grazia di stato – pronunciando anch’egli il suo “Aeneam reicite, Pium accipite”.

Se l’uomo Giovanni Maria Mastai ha potuto sbagliare in passato, d’ora in poi Pio IX metterà tutte le sue forze al servizio della Chiesa, sforzandosi di pensare in tutto come la Chiesa pensa. Sarà oltraggiato, sarà accusato di tradimento dai liberali, non sarà compreso da quella parte del suo clero che preferiva il quieto vivere e le rendite dei benefici ecclesiastici alla Croce di Cristo, ma andò avanti lo stesso, passando attraverso la satira dei nemici, l’esproprio dei beni ecclesiastici, gli insulti alla funzione sacerdotale, la profanazione della Città Santa nel 1870.

Né si lasciò influenzare dalla propaganda dei giornali – che ancor oggi, dopo quasi centocinquant’anni, continuano ad offenderlo con lo stesso livore, che si pensi al martellamento nei mesi della beatificazione -, ché il suo essere “Pius” imponeva che difendesse la Chiesa e poco importava se il più mondano “Aenea” ne avesse a patire. Era in gioco il bene della Chiesa e la storia dirà quanto il mondo cattolico gli sia debitore, a lui che lo traghettò durante uno dei momenti più difficili che abbia mai conosciuto, con prudenza, sagacia, ponderazione e intelligenza finissima.

3) Disputationes Theologicae: Come descrivere la carità e la pastoralità del Beato Pio IX?

La carità è l’amor di Dio e l’amor del prossimo per amore di Dio, la “pastoralità” è la conduzione del gregge secondo quella prudenza soprannaturale che mira a portare il maggior numero di persone all’unico fine coi mezzi voluti da Dio e non dagli uomini.

La carità di Pio IX s’esercitò dunque in primis nella verità, con la sua fermezza nella dottrina e nella politica, con le sue encicliche e i suoi documenti che in un’epoca di smarrimento riportarono la luce perenne e sempre nuova delle immutabili verità rivelate, basti citare lo sforzo della convocazione del Concilio Vaticano I, senza scordare tutta la mole di lavoro teologico-dottrinale che precedette e seguì il Concilio del Primato.

Nulla è più santamente pastorale per il successore di Pietro che il “confermare i fratelli” nell’unica vera fede di Cristo, secondo le parole stesse del Redentore. E alla difesa della verità s’accompagna sempre il martirio, che non sempre è di sangue, ma che è spesso martirio dell’anima, martirio della reputazione, martirio per il dolore provato dai propri compagni di battaglia, che hanno condiviso quella che agli occhi del mondo è una disfatta, come in quel 20 settembre 1870.

L’indomani Pio IX, affacciandosi per dare la sua benedizione agli zuavi pontifici – e qui si vede anche tutta la sua calda umanità – dovette ritirarsi dal balcone perché non riusciva a trattenere le lacrime, facendo sua non solo la sofferenza della Chiesa, ma anche la pena di quei giovani valorosi che contro ogni speranza umana avevano voluto offrire a Pietro il proprio tributo.

Ecco il Pastore amorevole, che fa di tutto perché anche Vittorio Emanuele II – che oggettivamente aveva ben meritato la scomunica – possa morire riconciliato con Dio, se necessario revocando temporaneamente il provvedimento in punto di morte fino agli sperati segni di ravvedimento. Quella stessa carità pastorale che manda a dire a Garibaldi, allorquando scorrazza per il Lazio: “dica a Garibaldi che quello che lui chiama il “Vampiro del Vaticano” anche stamattina ha detto Messa per lui”.

   

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