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Fonte riscossacristiana.it 31/01/2018

Autore Luciano Garibaldi

Nuovi studi sulla personalità e la sorte del grande antifascista vigliaccamente assassinato nel 1924 aprono la strada ad una rilettura di una delle vicende più drammatiche dell’Italia del Novecento

Ad oltre 90 anni dal suo feroce assassinio, i libri su Giacomo Matteotti proliferano. Cos’è che determina questo rinnovato interesse nei confronti di un personaggio al quale non c’è città o paese che non abbia dedicato una delle sue vie o delle sue piazze principali? Prima di tutto, il mistero che, da quel fatale 10 giugno 1924, ancora oggi avvolge i veri mandanti di quell’atto criminale, malgrado contro gli autori materiali del delitto siano stati celebrati ben due processi, uno durante il Ventennnio fascista, l’altro nell’immediato dopoguerra. C’è poi la figura, la personalità di quell’uomo politico, morto ad appena 39 anni d’età. Un caso per tutti. Ai primi di giugno del 1916, a pochi giorni dall’inizio della Grande Guerra, gli austriaci avevano combattuto e vinto la battaglia del Pasubio, nel corso della quale era stato fatto prigioniero Cesare Battisti, che sarà poi condannato a morte e impiccato a Trento, la sua città. Ebbene, il 5 giugno, il consiglio provinciale di Rovigo, di cui Matteotti faceva parte, si riunì per votare un programma di accoglienza a favore degli italiani che fuggivano dai paesi dall’altopiano di Asiago per non cadere nelle mani degli invasori. In quella seduta, Matteotti intervenne duramente contro il programma pronunciando frasi come questa: «A noi non importa che il nemico sia alle porte. Siamo dei senza patria. E voi siete dei barbari in confronto agli austriaci». La seduta fu immediatamente sospesa, Matteotti venne dichiarato in arresto e ammanettato dai carabinieri. Processato, se la cavò con una condanna simbolica, ma da quel momento non poté più far parte del Parlamento locale. Qualche tempo dopo, richiamato alle armi, il Comando militare competente evitò di mandarlo al fronte per il timore che potesse influenzare i soldati (“E’ capace di nuocere agli interessi nazionali”, era scritto nella motivazione) e lo confinò  a Campo Inglese, Sicilia orientale, da dove verrà congedato nel 1919.

Quel suo comportamento si inquadrava perfettamente nello stile e nella tradizione della sua famiglia. I Matteotti si erano arricchiti acquistando i terreni del Polesine sequestrati alla Chiesa dopo il 1870 e, alla fine del secolo, potevano contare su 150 ettari di proprietà terriere. Alla data del 1919 i beni immobili della famiglia saranno valutati in due milioni di lire dell’epoca, equivalenti a due milioni e mezzo di euro attuali. L’ascesa della famiglia verso la ricchezza non era avvenuta senza ostacoli. Il nonno di Matteotti, Matteo, che dal Trentino austriaco si era trasferito nel Veneto, a Fratta Polesine, fu assassinato da persone rimaste ignote. Non si è mai saputo il perché. Forse per vendetta.

Il 30 maggio del ’24, Giacomo Matteotti pronunciò il famoso discorso alla Camera accusando il Partito Fascista di brogli elettorali e violenze ai seggi. Le violenze, indubbiamente, c’erano state, tanto è vero che, soltanto nelle file dei fascisti, si contarono 18 morti e 147 feriti. Mussolini replicò il 4 giugno. Tre giorni dopo fu votata la fiducia al governo: Mussolini ottenne 561 voti contro i 107 dei matteottiani. Non c’era davvero nessuna ragione al mondo per ordinare la soppressione dell’avversario. E invece, la mattina del 10 giugno, Matteotti fu rapito, massacrato di botte e gettato in una boscaglia alla Quartarella, dove il cadavere sarà ritrovato due mesi dopo.

Il 13 giugno, tre giorni dopo il rapimento, la moglie di Matteotti si recò da Mussolini, ma lui le rispose: «Non ne so niente». “La Pravda”, organo del Partito Comunista sovietico, gli diede ragione: «E’ una trappola», scrisse il quotidiano moscovita, intendendo dire che quel cadavere era stato gettato tra i piedi di Mussolini per intralciarne il cammino. Mussolini, comunque, non farà mai mancare la sua solidarietà e il suo aiuto alla vedova e ai tre figli di Matteotti, che, durante la RSI, farà ospitare presso una villa di Gargnano, per impedire che siano catturati dai tedeschi.

In una intervista concessa nel 1984 al giornalista e storico Marcello Staglieno, uno dei tre figli, Matteo, si dirà convinto che l’assassinio del padre fu il frutto di una macchinazione contro Mussolini, cha auspicava una intesa con i socialisti. «Mio padre», dichiarò, «fu vittima di loschi interessi». E Carlo Silvestri, il giornalista che era stato, a suo tempo, il più accanito accusatore di Mussolini, farà retromarcia scrivendo ben due libri sulla vicenda e dichiarando, al processo del 1947 a Roma contro gli esecutori del crimine (la banda facente capo ad Amerigo Dumini): «Fu ucciso per gettare il suo cadavere tra i socialisti e Mussolini».

Tra i tanti libri dedicati alla figura e al dramma di Matteotti, ne sono stati scritti di recente due che rivestono particolare importanza: «Matteotti senza aureola» (Saggistica Aracne), e «Matteotti senza aureola. Il delitto» (Bastogi Libri). L’autore è Enrico Tiozzo, professore all’Università di Gӧteborg (Svezia), autore di importanti studi sull’Italia del Ventennio. Come nota Aldo A. Mola nella prefazione al primo dei due volumi, alle elezioni del 6 aprile di quel 1924, il PSU raccolse, a Rovigo, la città del suo leader, soltanto duemila voti, addirittura al di sotto della umiliante media nazionale (5,9%). «Matteotti», scrive Mola, «fu annientato dagli elettori due mesi prima che la squadraccia lo rapisse e uccidesse. Perché, dunque, il delitto?». Evidentemente, per ragioni ben diverse dallo scontro politico in atto nel Paese.

«Anche se non si condivide», scrive ancora Mola, «la sferzante epigrafe di Antonio Gramsci, che marchiò Matteotti come “pellegrino del nulla”, a libro chiuso si ha motivo di domandarsi perché mai Mussolini avrebbe dovuto volere, e addirittura ordinare, l’uccisione di un deputato molto attivo nei dibattiti, ma politicamente niente affatto pericoloso? Così come si conduceva alla Camera, Matteotti divideva le opposizioni anziché compattarle; e quindi faceva il gioco del Duce».

Nel secondo volume, l’Autore pone una pietra definitiva sulla montagna di ricostruzioni più o meno fantasiose il cui obiettivo era soltanto quello di accusare Mussolini di essere stato il mandante dell’assassinio di Matteotti. E lo fa sulla base di una valanga di documenti scovati, riletti e selezionati con il criterio di uno storico super partes. Che gli consentono di porre in evidenza i troppi lati oscuri delle inchieste giudiziarie e dei processi seguìti all’uccisione di Matteotti. A cominciare dalla disastrosa istruttoria condotta dai due magistrati romani incaricati di indagare sul grave crimine, e che, come primo atto del loro lavoro, andarono ad inginocchiarsi sul luogo del sequestro, dimostrando in tal modo la loro passione politica, che si manifestò peraltro con i loro ripetuti, ma falliti, tentativi di incriminare Mussolini.

«Chi diede il mandato del sequestro, probabilmente Marinelli», scrive Tiozzo riferendosi al capo della famigerata “Ceka” fascista, «era certamente uno sprovveduto. Il resto fu una conseguenza dell’impreparazione e della dabbenaggine dei sequestratori, una manciata di balordi e piccoli delinquenti semianalfabeti, composta da un fabbro (Viola), un falegname (Volpi), un macellaio (Poveromo) e un truffatore (Panzeri), che gli unici due complici potenzialmente in grado di ragionare (Dùmini e Malacria) non seppero gestire».

Per avere un’idea dell’approfondito studio che Tiozzo ha condotto sulla vicenda, ecco due significativi brani del suo libro-inchiesta: «Matteotti aveva una circonferenza toracica corrispondente a quelle di un ragazzo di 11-12 anni. La cosa non comporta necessariamente problemi di salute per un adulto alto un metro e 70, ma bisogna riconoscere che Matteotti aveva una struttura fisica eccezionalmente esile. Un pugno sferrato con piena forza da un individuo molto robusto (pensiamo a Malacria) avrebbe causato su un simile torace degli effetti certamente devastanti. E il pugno sicuramente ci fu, anzi ce ne furono più di uno, nella stessa zona del corpo e nello spazio di pochi secondi».

Più avanti: «Il fatto che Matteotti avesse il torace di un ragazzo dodicenne, che avesse sofferto di tubercolosi, diminuisce forse in qualche misura le colpe dei suoi assalitori? Certamente no. Ma il tenere nascosti questi fatti non contribuisce certo a tracciare un quadro oggettivo e completo della tragica vicenda che costò la vita al deputato socialista».

Nella sua ampia  prefazione al volume, Aldo A. Mola esamina a fondo il ruolo di Matteotti nella politica italiana di quegli anni. Difficile dargli torto quando scrive che «Matteotti non aveva la preparazione dottrinale né il carisma necessari per raccogliere le opposizioni in un fronte comune. Inviso ai comunisti, poco gradito dai liberali, schivato dai democratici, lontano dai repubblicani, con modesto seguito nel suo stesso partito, solo la sua tristissima morte ne fece l’icona dell’antifascismo». Mola constata poi come la sterminata documentazione raccolta ed esaminata da Tiozzo permetta di escludere in modo assoluto che si sia trattato di un omicidio premeditato. Il fatto che l’aggressione fosse stata compiuta sotto gli occhi di vari testimoni, servendosi di una vistosissima automobile, rivela una condotta da perfetti cretini, non certo da delinquenti politici.

Condivisibile dunque la conclusione di Tiozzo, secondo cui fu sicuramente un “omicidio volontario”, se non altro per la violenza ai danni dell’aggredito, ma non si trattò di un omicidio premeditato.

Alla luce di questi elementi, va riletto anche il celebre discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, che aprì la strada alla dittatura. Mola ricorda queste parole pronunciate dal futuro Duce in quell’occasione: «Come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell’avversario che io stimavo perché aveva un certo coraggio, che rassomigliava qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le mie tesi?».

Non si può non condividere la conclusione storica di Mola: «Dùmini e i suoi complici ammazzarono Matteotti da criminali comuni anziché da “squadristi” di un partito saldamente al governo, forte di due terzi dei deputati e della benevolenza del Senato. Mussolini non aveva affatto bisogno di assassinare un oppositore in più. Tuttavia, il fascismo non si liberò più del suo spettro, perché aveva comunque a carico gli esecutori del crimine».

   

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