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Fonte italiaoggi.it 20/02/2018

Autore Goffredo Pistilli

Che vanno corrette per costruire una storia credibile

Sul tema ritorna Giampaolo Pansa con il suo ultimo libro Uccidete il partigiano bianco

Il sangue dei vinti, il libro edito Sperling & Kupfer con cui Giampaolo Pansa cominciò appassionatamente a riscrivere la storia della «guerra di liberazione», sta per compiere 15 anni, essendo uscito nel 2003. Da allora il giornalista monferrino, classe 1935, che ha attraversato la grande stampa italiana col suo peregrinare professionale (oggi il suo celebre Bestiario si legge su La Verità), da allora, dicevamo, Pansa è tornato spesso sul tema della memoria degli sconfitti o sulle pagine oscure, buie, della Resistenza.

Lo fa anche col libro che esce oggi per Rizzoli: Uccidete il partigiano bianco. Un mistero nella Resistenza, sulla fine di Aldo Gastaldi, mitico comandante genovese. Resistente cattolico dentro una divisione della Garibaldi e quindi di inquadramento comunista, Bisagno, questo il suo nome di battaglia, si scontrò col Pci e morì in un singolare incidente stradale nel Gardesano, a guerra da poco finita. Pansa gli aveva già dedicato un capitolo in Bella ciao. Controstoria della resistenza, uscito nel 2014, anch'esso per Rizzoli.

Domanda. Pansa lei aveva scritto di Bisagno nella sua recente Controstoria. Perché addirittura farne un libro?

Risposta. È vero. Le dirò di più, si parla di lui nel mio primissimo libro, la mia tesi di laurea, che mi valse il premio Einaudi e che fu pubblicata anni dopo da Laterza, Guerra partigiana fra Genova e il Po.

D. Certo, il personaggio aveva il suo fascino: sottotenente del genio che, subito dopo l'8 settembre 1943, sale in montagna e pensa che si debba combattere. Uno con le idee chiare.

R. La complessità del personaggio mi ha sempre appassionato. Un giovane bellissimo, che giocava a rugby, un pilone, un cattolico, morto ancora vergine, perché mai fuggito dentro il sesso che non fosse consacrato.

D. Non sarà stato un po' mitizzato?

R. Ma che dice? Lui comandava più di 500 uomini in Val Trebbia nell'estate del 1944, la divisione Cichero. E a notte fonda, inforcava la moto e spariva.

D. Andava a trovare la morosa?

R. Scendeva giù a valle in una parrocchia dove, d'accordo col prete, prendeva la messa, si confessava, faceva la comunione. E all'alba risaliva all'accampamento. Pensi un po'.

D. I suoi nemici, dissero che era un omosessuale.

R. Ne dissero tante. Perché, a un certo punto, per i piani egemonici del Pci, quel comandante bello, intelligente, coraggioso, militarmente preparato e con tanti partigiani che gli volevano bene, era un problema serio. Figuriamoci quando, insieme ad altri due comandanti non-comunisti, scrisse al comando generale di Milano che era ora di abolire le figure dei commissari politici, perché si preoccupavano solo di fare propaganda per il partito.

D. E lì, lei ipotizza, firmò la sua condanna a morte.

R. Sì, secondo me, quello di Bisagno fu un omicidio.

D. Non si tratta di un libro giallo e quindi non c'è il rischio di «spoilerare» il finale. Ricordiamo cosa avvenne.

R. Successe che Bisagno, nel maggio del 1945, volle onorare un impegno, ossia di riportare a casa loro alcune decine di alpini della Monterosa, precisamente del battaglione Vestone, che avevano lasciato al Repubblica sociale per passare alla Resistenza. Temeva che potessero essere oggetto di rappresaglie a casa loro, perché li si sapeva arruolati coi repubblichini.

D. Come? La diserzione e la militanza partigiana non li mettevano al sicuro?

R. Eh, caro Pistelli, ma quelli furono giorni terribili, un po' ovunque.

D. Lei infatti dedica un uno degli ultimi capitoli a ripercorrere il «carnaio» genovese.

R. A Genova, in pochi giorni dopo la liberazione, furono uccise per vendetta quasi 800 persone, di cui oltre la metà civili. Fascisti, si disse. Li trovavano al mattino con una mela in bocca e c'era un tram requisito dai partigiani che si incaricava di recuperare i cadaveri. Altri finirono scaraventati in mare.

D. Sono le stime di un'associazione di destra, «Gli amici di fra Ginepro», dedicata a un cappellano militare fascista.

R. Ma è un lavoro attendibile, tre volumi, dedicati ai caduti della Rsi. E poi di queste cose mi sono occupato. Le ricordo: ben 456 furono i civili, 76 le donne, in pochi giorni.

D. E Bisagno dov'era?

R. Lo tennero sapientemente lontano da Genova, sapevano che si sarebbe opposto alle esecuzioni sommarie. Ma torniamo alla sua fine.

D. Torniamoci.

R. Sulla via del ritorno succedono cose strane: Bisagno, uomo rigoroso, di poche parole, che portava sempre con sé una cartella di cuoio con alcuni documenti, comincia a farli leggere ad alcuni dei quattro partigiani che viaggiano con lui. Poi si mette a regalare i soldi che aveva con sé.

D. Una singolare ebbrezza, si direbbe.

R. Infatti, uno dei sospetti, che è anche la tesi della vox populi, è che abbia bevuto da un borraccia avvelenata. E anche l'epilogo mortale di quel viaggio è legato a un altro episodio pazzesco: Bisagno, a un certo punto, decide di viaggiare sopra il tettuccio di quell'autocarro Fiat 666. Se lo immagina? Con quelle strade, un viaggio lunghissimo. Forse voleva lenire i sintomi di quell'avvelenamento.

D. Infatti, a un certo punto, per evitare una colonna di uomini per strada, l'autista sbanda, e il comandante vola giù, finendo sotto le ruote del camion.

R. Così.

D. Una cosa strana, in effetti. Ma lei scrive che c'è anche un verbale dei carabinieri di Desenzano (Bs).

R. Perché morì in quell'ospedale. Senza un'autopsia, ovviamente, perché forse mancava anche un anatomopatologo.

D. E poi perché la guerra era appena finita, non si andava certo per il sottile. Mi chiedo però perché avrebbero dovuto ucciderlo, se gli altri due comandanti partigiani che, con lui, firmarono il documento contro i commissari comunisti, non subirono ritorsioni?

R. Perché nessuno si era duramente scontrato con l'apparato comunista come Bisagno. Fu lui, quando riuscì finalmente ad arrivare a Genova dopo la liberazione, a proporre che l'ordine pubblico fosse affidato agli americani, per fermare la mattanza in corso. Anche perché quella non era semplicemente vendetta, era chiaro.

D. Lei lo scrive: erano prove di colpo di Stato.

R. E Bisagno, col proprio prestigio e col proprio coraggio, con molti uomini in armi, era un ingombro. Da rimuovere, costasse quel che costasse. E poi, come spiegare le voci che si propagarono immediatamente dopo la sua morte e cioè che fosse stato ucciso, forse drogato sin dalla partenza da Genova?

D. Lei continua imperterrito a fare Il Revisionista, come titolò uno dei suoi moltissimi libri, dopo che col Sangue dei vinti aveva fatto infuriare un bel po' di sinistra.

R. Pensavano di offendermi e invece non è certo un'etichetta negativa, siamo nella storia contemporanea che non è certo un oggetto sacro da mettere sotto una teca di vetro, ma un cammino che non finisce mai, sul quale si aprono continuamente strade nuove da battere e che hanno bisogno di essere verificate. E mi faccia aggiungere una cosa...

D. Prego.

R. Mi convinco sempre di più di una cosa: la storia della Resistenza va riscritta. È una storia falsa, che così come è ricade in quella orrenda parola che va di moda adesso: fake news. Hanno riempito quella storia di notizie false, propalate, negli anni, dalla propaganda rossa.

D. Riscrivere una storia, non è cosa da poco. Serve ancora?

R. Ma che dice Pistelli? Ma non li ha sentiti quelle del corteo di Macerata? «Che belle le foibe a testa in giù»

D. Per la verità era «da Trieste in giù», perché si riferivano alla foiba di Bassovizza, che sta proprio nel comune giuliano, e perché poi la cantavano sull'aria della canzone di Raffaella Carrà, Tanti auguri, che comincia con «Come è bello far l'amore da Trieste in giù»

R. Beh, questi sono i nipotini politici di quei partigiani comunisti. Quelli che dicevano Bisagno è un rompicoglioni, non scopava neppure, era amico dei preti, voleva difendere la Patria con le armi.

D. Non c'è un pericolo di un nuovo fascismo?

R. Ma dove, Pistelli? Suvvia.

D. Beh, quel tizio a Macerata ha sparato.

R. Quello? Quello era un pazzo, come quelli che ti fanno le corna in macchina. Era pazzo della povera Pamela Mastropietro, la ragazza uccisa e fatta a pezzi, fatto per il quale si sospettano dei nigeriani. E chi lo dovrebbe fare, oggi, il fascismo? Francesco Storace?

D. Non credo che lui sarebbe d'accordo.

R. No guardi, non c'è fascismo che torni. Piuttosto, a quel corteo, quello delle foibe, ho visto tornare dei personaggi del G8 di Genova del 2001. Quelli sono sempre pronti.

 

D. E io torno al punto: serve provare a ricercare la verità?

R. Ma le pare possibile che, nel 2018, continuiamo a raccontarci delle balle? La gente, inevitabilmente, ci ride dietro, non tollera ascoltare dei Dottor Dulcamara.

D. Il ciarlatano dell'opera buffa di Donizetti.

R. Certo. Guardi, se si va a fondo nella ricerca delle verità, la Resistenza, la guerra civile ci apre per quello che è, spogliata di orpelli retorici, insinuanti. Se si approfondisce, viene fuori che nessuna guerra è giusta, tutte le guerre sono ingiuste. Sono diventato un pacifista tranquillo.

D. E quindi, il 4 marzo, per chi voterà?

R. Ah, le do una notizia: non vado a votare.

D. Come non va votare? Non ci credo.

R. E perché dovrei andare a votare per questi cialtroni di partiti? Ma figuriamoci. Quelli più vergini di tutti, i grillini, promettevano quattrini per il fondo del microcredito, che poi non versavano. Mi pare che lo dissi proprio con lei: qui ci può salvare solo un generale dei Carabinieri.

D. Sì lo disse in un'intervista, ma quella del colpo di Stato mi pareva una boutade.

R. Ma cosa le pare di un Paese dove un alunno sfregia con un coltello la sua insegnante, dove un padre malmena un professore solo perché ha rimproverato suo figlio? L'Italia avrebbe bisogno di essere un po' messa in riga, dia retta a me.

D. Però mi spieghi una cosa, Pansa. La sua tesi sulla Resistenza viene pubblicata nel '67, il Sangue dei vinti arriva nel 2003: ci sono più di trent'anni in mezzo. Perché non se ne è occupato prima.

R. Avevo un chiodo fisso, in testa: lavorare nei grandi giornali, ma ne ho scritto. Solo che ora

D. Solo che ora?

R. Solo che ora mi sono stufato di questo mito della sinistra, una delle tante sinistre, che ci ha fatto vivere una storia falsa, fasulla. E, da antifascista liberale, lo voglio dire. A 82 anni, anzi se il buon Dio mi ci fa arrivare, il 1 ottobre di quest'anno saranno 83. Se sto zitto ora, quando parlerò? Da morto, evocato da un medium?

D. Come vorrebbe essere ricordato, fra cent'anni?

R. Ci pensavo l'altro giorno, scorrendo la mia rubrica telefonica, diventata negli anni enorme. È sfogliandola che mi rendo conto di quanto lavoro sia passato. È piena di gente che è sparita e, badi bene, non è detto che sia morta. Spesso sono persone che hanno smesso di scrivere, di dire. Io la mia traccia l'ho lasciata, ma scrivo ancora. Scrivere è la mia assicurazione contro la dimenticanza: non voglio essere dimenticato. Anzi, spero che mi si ricordi con un gran rompicazzo. «Quel rompigcoglioni di Pansa».

twitter @pistelligoffr

 

   

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