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Fonte accademianuovaitalia.it 13/09/2019

Autore Francesco Lamendola

Siamo certi che nel 1918 abbiano vinto i migliori? Il ruolo decisivo, negli esiti dell’usura mondiale: la colpa di Germania e Austria fu quella di aver voluto impedire il prevalere delle banche e dell’usura su economia e lavoro

Una delle certezze della cultura politically correct, pur se non viene esplicitata, ma anzi viene schermata dietro la debita cortina di lacrime per il “suicidio” dell’Europa del 1914, è che la Prima guerra mondiale si sia conclusa con la vittoria della parte “giusta”, cioè quella dell’Intesa, supportata dagli Stati Uniti e dopo che la Russia zarista, brutta e cattiva perché reazionaria, era uscita di scena con la pace separata di Brest-Litowsk. Di solito non viene detto, cioè i libri di testo scolastici ce lo risparmiano, e anche i professori si astengono dal dirlo a chiare note, tuttavia c’è un sottinteso: che la eventuale vittoria degli Imperi Centrali sarebbe stata una disgrazia senza pari, capace di risospingere indietro l’orologio della storia per chissà quanti anni. Gli Imperi Centrali, infatti- così ci viene detto - rappresentavano il principio monarchico, anzi il principio imperiale, autoritario e militarista; e poco importa se sia la Germania, sia l’Austria-Ungheria erano delle monarchie costituzionali con dei Parlamenti liberamente eletti e che in esse, e specialmente nella prima, vi fosse la più ampia tutela dei diritti civili, nonché una legislazione sociale fra le più avanzate al mondo. Gli operai tedeschi, e in qualche misura anche quelli austriaci, godevano di una protezione giuridica, di una condizione economica e di una tutela sindacale per niente inferiore a quelle esistenti nelle democrazie occidentali e negli Stati Uniti d’America, semmai maggiori. Negli Stati Uniti, ancora nel 1914 i proprietari delle miniere del Colorado assoldavamo delle bande di assassini per terrorizzare e uccidere i lavoratori in sciopero e loro famiglie, come testimoniato da un giornalista di razza quale John Reed. Fatti simili sarebbero stati inconcepibili nella Germania guglielmina e perfino nella vecchia Austria di Francesco Giuseppe, pur squassata dalle lotte fra le diverse nazionalità.

 

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Francesco Giuseppe d'Asburgo: gli operai tedeschi, e in qualche misura anche quelli austriaci, godevano di una protezione giuridica, di una condizione economica e di una tutela sindacale per niente inferiore a quelle esistenti nelle democrazie occidentali e negli Stati Uniti d’America, semmai maggiori!

 

In Italia le tensioni sociali erano talmente forti che davano luogo a veri e propri fermenti rivoluzionari, come si vide nella settimana rossa del 7-14 giugno 1914. Certo, negli Imperi Centrali vigeva il culto dell’autorità, proprio perché i loro popoli erano stati appena sfiorati dalle ideologie liberali trionfanti nell’Europa occidentale dopo la Rivoluzione francese. Le monarchie austriaca e prussiana avevano tenuto alto il principio della conservazione mentre in Europa occidentale faceva proseliti quello della rivoluzione: questa era la vera, grande differenza. E la si respirava “a pelle”, nonostante che la Rivoluzione industriale, nel corso dell’Ottocento, fosse giunta anche nella Mitteleuropa e la Germania di fine secolo, anzi, fosse divenuta la prima potenza industriale d’’Europa. A Berlino, a Vienna, a Francoforte, a Colonia, ma soprattutto a Dresda, a Breslavia, a Königsberg, a Lemberg, a Czernowitz – tanto più quanto ci si spostava da Ovest verso Est – la vita sociale aveva ancora un sapore patriarcale, premoderno, e le vecchie classi dirigenti: nobili, proprietari terrieri, militari, erano ancora in cima alla piramide. Gli operai stavano relativamente bene, ma non esercitavano una pressione politica decisiva; per quanto numerosi e bene organizzati, costituivano un po’ come un mondo a parte. Il più forte partito marxista d’Europa era il Partito socialdemocratico tedesco, eppure esso non era in grado di far sentire il suo peso, attraverso il Parlamento, sul governo; e il kaiser poteva permettersi di governare senza bisogno dei loro voti e chiamarli “individui senza patria”. In fondo, nemmeno loro volevano la distruzione dell’ordine esistente: erano dei riformisti, più simili ai laburisti inglesi che ai socialisti francesi, italiani, belgi o spagnoli. E l’esercito, soprattutto, godeva di un immenso prestigio: quando le truppe sfilavano per le strade di un paese, nel corso delle esercitazioni, c’era sempre una folla che li applaudiva, mentre si spandevano le note della banda reggimentale; e quando Sua Maestà l’imperatore passava in rassegna i reparti, a cavallo, con l’elmo piumato in testa, circondato dai suo ufficiali e aiutanti di campo, le sciabole scintillanti al sole, la scena ricordava quella di una corte medievale più che l’Europa moderna delle fabbriche e dei partiti di massa. Eppure la Germania era un Paese avanzato, in tutti i sensi, con un ottimo sistema ferroviario, una classe imprenditoriale senza uguali, un fortissimo dinamismo sociale, un sistema scolastico e universitario e un livello culturale che erano forse i migliori esistenti al mondo: il tutto, però, nel quadro dei valori tradizionali, l’ordine, la famiglia, la religione e la devozione al sovrano. Il principio di autorità non era contestato, anche se, in Austria specialmente, dove muoveva i primi passi la psicanalisi freudiana,  cominciava a mostrare le prime crepe. Ma ciò era niente in confronto al radicale mutamento dei costumi avvenuto nell’Europa occidentale. A Londra, A Parigi, a Liverpool, a Bruxelles, ad Amsterdam, a Lione, si respirava un’aria diversa da quella delle città tedesche: più agitata, più nervosa, più “liberale”: i giornali erano più aggressivi, i sindacalisti più intransigenti, gli operai più frustrati e scontenti, gli scioperi più violenti, i piccoli borghesi più critici verso la tradizione, la gioventù più irrequieta, e perfino il clero cattolico appariva più bramoso di novità (e infatti si stava diffondendo il modernismo).

 

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 Quante cose crediamo di sapere, e crediamo d’aver capito, e invece non sappiamo un bel nulla, né abbiamo capito nulla. Questo è tipico della mezza cultura che caratterizza le società democratiche dei nostri giorni, dominate – e indottrinate - dal grande capitale finanziario!

 

Dunque, confrontando le società degli Imperi Centrali con quelle dei Paesi dell’Europa occidentale, si ha l’impressione che fossero diverse in alcuni aspetti essenziali, ma niente affatto inferiori: nessuno poteva onestamente accusare quei governi di disprezzare i propri sudditi o di mostrarsi insensibili alle questioni relative alla classe lavoratrice. La vera differenza era piuttosto di tipo culturale e spirituale. Il capofamiglia di Amburgo era ancora un’autorità rispettata da figli, nuore e nipoti, e il parroco di un paesino dell’Alta Austria era ancora un’autorità fra i suoi fedeli, così come i voleri di un proprietario terriero ungherese erano legge per i suoi contadini, pur senza arrivare alle forme di servitù della gleba che, di fatto, esistevano ancora in ampie regioni della Russia. Di che cosa si potevano accusare gli Imperi Centrali, allora, indicandoli come sistemi sociali meritevoli di scomparire, come fece la propaganda dell’Intesa fra il 1914 e il 1918, e come poi fu attuato alla conferenza di Versailles del 1919? La vera “colpa” della Germania e dell’Austria era quella di avere dei governi che cercavano, nei limiti del possibile, d’impedire il prevalere della finanza sull’economia, dell’usura sul lavoro, delle banche sulle attività produttive. In altre parole, quei governi davano fastidio alle mire dei Rotschild e degli altri grandi banchieri della finanza internazionale, che già avevano steso i loro tentacoli su gran parte del mondo occidentale. A Londra, a Parigi e a New York, dietro la facciata della democrazia, cominciavano già a comandare i magnati della grande finanza; a Berlino, a Vienna e a Budapest il lavoro, il risparmio e le pensioni erano ancora in gran parte sotto il controllo dello Stato, che ne difendeva gli interessi. Tuttavia, bisognava confezionare un pretesto plausibile per rendere ”antipatici” gli Imperi Centrali agli occhi dell’opinione pubblica mondiale: ed esso venne facilmente trovato e sbandierato nel militarismo. Tedeschi e austriaci sono militaristi, si disse; hanno nel sangue il culto della forza; se vincessero loro, l’Europa sarebbe sottomessa ad un giogo di ferro. La stupidità di Guglielmo II, che godeva a far tintinnare la sciabola ad ogni crisi diplomatica, i suoi discorsi avventati, le sue pose da gradasso diedero un notevole contributo a questa propaganda: gli alleati non avrebbero potuto inventare una caricatura più riuscita di quel militarismo ottuso e minaccioso che essi volevano rappresentare come una perpetua minaccia alla pace e alla libertà del mondo intero. L’invasione del Belgio nell’agosto 1914, e, più tardi, la guerra sottomarina indiscriminata, fecero il resto: e bisogna riconoscere che nessun politico tedesco o austriaco seppe mostrare un minimo di abilità nel presentare al mondo la causa dei propri Paesi, anzi, che molti di essi collezionarono gaffes clamorose, o peggio: come si vide, ad esempio, in occasione dell’affaire del telegramma Zimmermann del gennaio 1917, quando i tedeschi goffamente sobillarono il Messico ad attaccare gli Stati Uniti per distoglierli da un intervento in Europa.

 

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Siamo certi che nel 1918 abbiano vinto i migliori?

 

E il mito del militarismo austro-tedesco era così forte da fare presa perfino su non pochi anarchici, come Kropotkin, i quali, di fronte a un simile spauracchio, non esitarono a schierarsi a favore della Francia, culla della democrazia, e a mettere in soffitta tutte le loro idee sull’equivalenza dei vari capitalismi. Si videro allora dei vecchi anarchici, come Amilcare Cipriani, che aveva sempre predicato la lotta contro ogni governo borghese, invitare i giovani a combattere a fianco della “nazione sorella” e repubblicana minacciata dai soldati con l’elmo a chiodo. Se la propaganda alleata ebbe un tale successo perfino negli ambienti dell’estrema sinistra, è facile immaginare quanto ne ebbe fra i liberali. Eppure, anche sul piano militare, lo studio spassionato degli eserciti tedesco e austriaco, specie durante la Prima guerra mondiale (e quale momento più favorevole per studiare la vera essenza di un esercito, che la guerra?) mostra che il militarismo di quei sistemi sociali era tutt’altro che becero e ottuso. I soldati godevano di un trattamento più umano e più intelligente di quello che veniva riservato loro negli eserciti delle democrazie liberali, ed erano perfino “risparmiati” nelle carneficine della guerra di posizione, più di quanto non accadesse dall’altra parte delle trincee. Quando Cadorna, Nivelle o Haig decidevano di lanciare un’offensiva, non si preoccupavano di quante decine di migliaia di fanti sarebbero morti nel giro di poche ore, per avanzare al massimo di un paio di chilometri; facevano un conto puramente numerico, sulla partita doppia delle entrate e delle uscite: calcolavano quanti soldati avevano ancora a disposizione, da gettare nella fornace, e d’altro non si preoccupavano. Se poi qualche reparto esitava o si rifiutava di attaccare, davano la parola ai tribunali militari, i quali ricorrevano alla decimazione. Questa è la vera ragione per cui i generali dell’Intesa si mostrarono complessivamente così mediocri, nella guerra del 1914-18, e perché i loro avversari, al confronto, appaiono nettamente superiori. I generali alleati usavano le truppe come carne da cannone; i generali tedeschi e austriaci cercavano, invece, di risparmiarle (certo, anche perché ne avevano di meno: con una popolazione che era meno della metà di quella dei loro avversari, 258 milioni contro 118), escogitando una nuova maniera di affrontare il problema dello stallo causato dal binomio mitragliatrice-filo spinato. Ed ecco perché Gorlice, ecco perché Gallipoli, ecco perché Caporetto: i generali austro-tedeschi si sforzavano di far morire meno uomini possibile per avvicinarsi al traguardo della vittoria. In altre parole, la vita dei cittadini – in uniforme, in questo caso – aveva un maggior valore, in Germania e in Austria, di quanto ne avesse in Inghilterra, in Francia e in Italia: e questo la dice lunga su quale fosse la vera natura del rapporto fra governanti e governati, e spiega perché gli eserciti degli Imperi Centrali non conobbero mai, neanche nei momenti più duri,  le crisi morali e gli ammutinamenti che, nel 1917, portarono l’Intesa ad un passo dalla disfatta.

 

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Una trincea del prima conflitto mondiale

 

Ci sembrano acute e meritevoli di approfondimento le riflessioni che ha svolto su questo argomento il bravo Franco Bandini, una delle penne più libere e indipendenti della nostra recente saggistica storica, nella sintetica ma densa e brillante monografia Il Piave mormorava (Milano, Longanesi & C., 1965, pp. 74-76; 78):

Il 1917, l’anno terribile dell’Intesa, l’anno in cui la Russia conobbe la rivoluzione e l’America entrò in guerra, segnò l’avvento di una crisi morale gravissima presso tutti gli eserciti, esclusi quello tedesco e quello austriaco. Dopo la sanguinosa moria di Verdun, le truppe francesi traversavamo le città e i paesi, dirette al fronte, belando come immense torme di pecore condotte al macello; nell’estate, ma lo si seppe poi, “una sola” Divisione rimase fedele al Governo, tra il fronte e Parigi: tutte le altre fecero sapere che si sarebbero limitate a difendere le loro posizioni, ma che non avrebbero più attaccato. Gli inglesi non si trovarono meglio: al momento dovuto alzarono i tacchi con una velocità che neppure la loro tradizionale prudenza riusciva a spiegare.

Da noi vi fu un’analoga crisi morale, e per lungo tempo è stato sostenuto che essa sia nata per un insieme di fatti che andavano dal famoso grido del socialista Claudio Treves in Parlamento, il 12 luglio 1917: “il prossimo inverno non più in trincea”, all’invocazione posteriore del Pontefice per la cessazione “dell’inutile strage”. Dal disgusto che i soldati provavano, durante le licenze, nell’imbattersi nei fenomeni di sfacciato “pescecanismo” del Paese, sino alla sottile propaganda dei più vari circoli, socialisti, ma anche cattolici, direttamente al fronte. Ma nessuna di queste spiegazioni, che pure influirono e magari molto, è sostanzialmente la vera: la causa profonda che agì su tutti gli Eserciti quasi contemporaneamente fu che nessuno di essi aveva generali capaci di dare alle proprie truppe la vittoria. Non quella finale, ma almeno la sensazione del proprio ascendete sul nemico: e l’abitudine a vincere, che è la grande medicina di ogni truppa. I generali inglesi, francesi ed italiani, senza distinzione di nazionalità, furono straordinariamente accomunati da un’identica incapacità a risolvere il loro problema se non con una cocciuta applicazione della forza bruta. Sfuggì loro costantemente che la guerra, pur tra i suoi grandi errori, è fenomeno intellettuale di prima grandezza: e che il suo obiettivo non è l’applicazione della forza o del materiale, ma il raggiungimento del massimo risultato col minimo sforzo. Cosa che è possibile soltanto quando si parte dal concetto che vittoria e sconfitta dipendono unicamente da fattori psicologici: quando, per esempio, si attacca nel punto DEBOLE del nemico, sostituendo la parola MANOVRA alla parola ATTRITO. Alla fine, quando si considerano i propri soldati non come “carne da cannone” ma come cittadini che adempiono al proprio dovere, ma col diritto a un rispetto sostanziale della propria vita e dei propri interessi.

 

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Badoglio e Cadorna

 

L’esame spassionato di quelle vicende dimostra che i tedeschi furono immuni da qualsiasi crisi proprio perché sentirono, anche quando cadevano a migliaia, di essere bene “spesi”. La vittoria finale mancò, ma non mancò mai la fiducia di conseguirla: fiducia che non per un atto di fede, ma la naturale conseguenza delle grandi vittorie che si erano sempre ottenute su tutti gli avversari. All’opposto, l’Intesa, dopo le facili speranze dell’inizio, non poté affidare ai propri soldati altro che il compito di resistere: e quello, ben più ingrato, di attaccare, ma con la matematica sicurezza di nient’atro che nuove ecatombi. Nessun esercito, di nessun Paese, avrebbe resistito a condizioni psicologiche così negative, nelle quali il sangue era chiamato a pagare non tanto grandi errori, quanto incapacità a far giusto, a capire, a vincere. La crisi doveva venire e venne.

Del resto, e questo è un punto che per solito viene trascurato nelle analisi successive alle guerre mondiali, prima e seconda sta di fatto che il gruppo tedesco, in esse, perde assai meno uomini, tra morti e feriti, di quanto non accada agli altri, cosa che ha evidentemente un diretto rapporto col morale delle truppe. Alla fine della prima guerra mondiale, Italia, Francia, Inghilterra, Russia, Belgio, Romania, Serbia, Montenegro, Grecia, Portogallo, Stati Uniti e Giappone allinearono 5.369.660 perdite. Germania, Austria, Bulgaria e Turchia non superarono i 3.371.000, poco più della metà. (…)

A primavera del 1917, le energie dell’Intesa vengono galvanizzate dal prossimo e sicuro intervento degli Stati Uniti in guerra. Lo “Zio Sam”, si dice, potrà sbarcare con legioni di combattenti, cataste di armi, rifornimenti tali da “oscurare il sole”. E quasi bastasse la sola speranza per afferrare gli sfuggenti capelli della vittoria, tutti gli Stati Maggiori si danno a progettare ambiziose offensive, imbastite quasi al solo scopo di precedere l’arrivo delle Stelle e delle Strisce sul continente europeo. Nessuno pare si renda conto che [se] le 523 divisioni delle quali dispone in quel momento l’Intesa, non riescono a battere le 372 austro-tedesche (con annessi bulgari e turchi), una ragione ci debba pur essere. Ignorandola nel modo più assoluto, il generale Nivelle attacca il 16 aprile sull’Aisne e nella Champagne : gli bastano pochi giorni per perdervi 120.000 uomini, ogni speranza di “buttar fuori” i ‘boches’, e il suo altissimo incarico. Sostituito dal più riflessivo Pétain, si adotterà una strategia assai più prudente: carezzandosi i baffi, il futuro maresciallo della Repubblica di Vichy, dirà monotonamente: “Io aspetto gli americani…”.

 

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 Ormai siamo abituati a mandar giù i cliché della propaganda ideologica dei vincitori, da essere ormai del tutto incapaci di obiettività ed equanimità verso i vinti: che si tratti dei pellerossa del Nord America, distrutti dall’avanzata della “civiltà”, o degli Imperi conservatori della Mitteleuropa!

 

Quante cose crediamo di sapere, e crediamo d’aver capito, e invece non sappiamo un bel nulla, né abbiamo capito nulla. Questo è tipico della mezza cultura che caratterizza le società democratiche dei nostri giorni, dominate – e indottrinate - dal grande capitale finanziario. La democrazia deve continuamente incensare se stessa, per far credere di essere il promontorio avanzato della civiltà mondiale: per questo deve denigrare i sistemi politici del passato, in questo caso le monarchie conservatrici dell’Europa del 1914. Nel 1919 tali monarchie vennero spazzate via: quattro imperi scomparvero dalla carta geografica – tedesco, austriaco, russo e ottomano - e al loro posto sorsero, o si ampliarono, dei piccoli Stati litigiosi e tenuti artificialmente in vita dalle democrazie occidentali e soprattutto dal loro capitale finanziario (o sarebbe più giusto dire metodicamente sfruttate da esso?). E siamo così abituati a mandar giù i cliché della propaganda ideologica dei vincitori, da essere ormai del tutto incapaci di obiettività ed equanimità verso i vinti: che si tratti dei pellerossa del Nord America, distrutti dall’avanzata della “civiltà”, o degli Imperi conservatori della Mitteleuropa, distrutti dall’avanzata della democrazia: ma in entrambi i casi, a ben guardare il regista della sporca operazione fu sempre lo stesso, il sistema dell’usura mondiale organizzato nelle banche di Londra, Parigi e New York. E quello stesso sistema, di cui siamo parte e che ci sta sfruttando e spremendo senza pietà, ci sta manipolando, ci sta avviando all’estinzione, non ha ancora finito di provocare guerre: Iran, Cina e Russia sono sulla sua prossima agenda e per la stessa ragione per cui lo furono i Pellerossa nel 1870 e gli Imperi Centrali nel 1914: perché sono incompatibili col sistema dell’usura.

 

   

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