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Fonte Studi Cattolici n. 592 giugno 2010

 

Autore Mons. Luigi Negri

 

Non riesco proprio a credere che la discussione sull'Unità d'Italia veda confrontarsi due posizioni antitetiche: l'una che ritiene il Risorgimento e l'Unità d'Italia il male assoluto, e quindi avrebbe una nostalgia invincibile della situazione italiana prima dell'unità, l'altra rappresentata da coloro che ritengono che il Risorgimento e l'Unità d'Italia siano il «bene assoluto».

La storia non torna indietro e quindi l'Unità d'Italia è un dato sostanzialmente innegabile e irrinun-ciabile. Coloro che, soprattutto negli ultimi ven-t'anni, hanno proposto una serie di interpretazioni più articolate e compiute del Risorgimento e dell'Unità d'Italia (e anch'io ho dato il mio piccolo contributo) hanno certamente aiutato a comprendere che il Risorgimento e l'Unità d'Italia, come tutti i fenomeni storici, è caratterizzato da luci e ombre. Sulle luci si è detto e stradetto da più di cent'anni. E le ombre non possono ormai più essere negate. Certamente ci fu nel Risorgimento una tendenza anticattolica molto decisa. Tutta l'operazione ha certamente risentito di una ideologia illuministica e antipopolare che in più di un caso ha avuto la fisionomia di una vera e propria violenza. Non si possono certamente negare episodi di strage, bombardamento di civili, atteggiamenti tesi a impedire che la realtà del popolo assumesse una posizione in qualche modo da protagonista, discriminazioni anche feroci nei confronti delle più diverse minoranze.


Ma qual è il problema oggi? Non criminalizzare l'Unità d'Italia, non presentarla come una mitologia indiscutibile, ma leggere in questo nostro passato fattori che indicano la nostra responsabilità nel presente.
Essere italiani non è una disgrazia, ma non è neppure un orgoglio meccanico. Essere italiani oggi è un impegno, una responsabilità nella quale il nostro popolo è chiamato ad assumere un volto più maturo e responsabile. È indubbio che l'Italia è nata senza una cultura forte, capace di aggregare le differenti esperienze e posizioni; è anche chiaro che lo Stato italiano è nato tentando di emarginare in modo definitivo la cultura popolare di ispirazione cattolica. Non i cattolici, ma la seconda generazione dei liberali storici ammetteva tristemente che era nata una «Italietta». L'Italia può diventare un'esperienza viva se si mette al primo posto il problema della cultura o, meglio, il problema delle culture che ormai esistono nello spazio del nostro territorio e della nostra nazione. L'Italia diventa esperienza di vita soltanto se si favorisce una maturazione critica e sistematica delle varie posizioni culturali presenti nel nostro Paese. L'Italia ha bisogno di una vera libertà di cultura e quindi che tutti rinunzino alla pretesa di una qualsiasi egemonia. L'Italia ha bisogno di un'autentica libertà di educazione: senza questa libertà le culture non sono assunte in modo critico e sistematico. Un Paese dove la libertà di educazione è ancora pesantemente penalizzata impedisce quel cammino educativo che forma personalità coscienti della propria identità e, quindi, capaci di dialogo e di confronto critico.


Si diventa italiani se si matura nella propria identità culturale e morale, e se, in questo e per questo, si contribuisce a quel clima di dialogo in cui, secondo l'insegnamento di Giovanni Paolo II, consiste il cuore di un'autentica democrazia. La tentazione dell'«Italietta» è sempre presente: contrabbandare retoriche invece di cultura, procedure politiche e istituzionali anziché favorire quell'intensa esperienza di socialità che le istituzioni debbono riconoscere e promuovere. Dopo 150 anni l'Unità d'Italia è ancora da fare, e per certi aspetti è inevitabile che sia così. Tocca a tutti, ma soprattutto alle istituzioni politiche, mettere le condizioni reali e positive perché la varietà delle culture presenti nel nostro Paese possa dare il proprio effettivo contributo alla nascita di una società ricca, articolata, premessa obiettiva di un'autentica democrazia. Questo è ciò che si aspettano in molti dalle feste per i 150 anni dell'Unità d'Italia: che gli italiani possano comprendere criticamente tutta la propria tradizione, non soltanto questi 150 anni, e, presa coscienza della tradizione, attuarla nella esperienza del presente per costruire un futuro più libero, più giusto, più democratico. Sono certo che i cattolici italiani sapranno prendere la loro parte in questa grande sfida.

   

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