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Fonte: Studi Cattolici n. 591 maggio 2010

 

Autore: Luciano garibaldi

 

 

All'avvicinarsi del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, le discussioni diventano sempre più intense, e due linee ormai si fronteggiano, a dispetto e a delusione di chi - a cominciare dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - vorrebbe che l'evento fosse celebrato in totale condivisione di sentimenti da tutti gli italiani.
Ma la cosa appare ardua. Da molti mesi, infatti, stanno infuriando le polemiche tra gli esaltatori di Garibaldi, di Vittorio Emanuele II e di Cavour da una parte, e, dall'altra, coloro i quali, al contrario, accusano il terzetto di spietato totalitarismo e di avere fatto massacrare migliaia di onesti oppositori trasformandoli in «briganti». Purtroppo una lettura condivisa della storia, per noi italiani continua ad apparire come una chimera. Basti pensare alla frattura che ci divide sul capitolo più intenso della storia italiana del Novecento: la Resistenza e la fine del fascismo.

Un perché, però, esiste. E consiste nel fatto che la cultura storica, nel nostro Paese, continua a essere affidata a tutor di un'unica provenienza politica: quella dell'estrema sinistra. Credo che non sia più tollerabile e che sia arrivato il momento di ribaltare la situazione. In proposito, voglio ricordare come, due anni fa, l'assessore alla Cultura del Comune di Acqui Terme, Carlo Sburlati, rispose alle polemiche scatenate nei suoi confronti dalla stampa allineata a sinistra: «In merito alle recenti polemiche sulla composizione della giurìa del premio letterario Acqui Storia», queste le sue parole, «va ricordato che, per oltre trent'anni, il Premio è stato nelle mani di una giurìa orientata a sinistra, dove si faticava persino a trovare un giurato di centro, e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Ora che l'egemonia di sinistra incomincia a essere intaccata con l'inclusione di giurati indipendenti, si grida allo scandalo. Si attaccano i giurati non per la loro scarsa competenza, bensì perché alcuni potrebbero essere di destra. Si dà per scontato, o, peggio, per dimostrato che chi è di sinistra sia migliore: più idoneo a giudicare la storia, più equanime, eticamente superiore». Parole che è bene ricordare: per la loro onestà e per il loro coraggio.
 
Ancora ai tempi  di «Baffone»

Paolo Granzotto, nella sua intelligente e seguitissima rubrica quotidiana su Il Giornale, riferendosi al 25 aprile e alla Liberazione, ha scritto che le celebrazioni annuali di quell'evento, ovunque vengano indette, «danno sempre l'impressione che si stiano svolgendo sulla Piazza Rossa del Cremlino, ai tempi di Baffone». E ha aggiunto che «il 25 aprile del '45 la partita non venne chiusa, come c'era da attendersi a guerra conclusa. Il 25 aprile segna infatti l'inizio di quella mattanza indiscriminata (20 mila morti) per mano dei "liberatori", esemplarmente raccontata ne Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa».

E poiché è della Resistenza e della guerra di Liberazione che stiamo parlando (argomento al quale ho peraltro dedicato ben cinque libri, tutti dedicati ai combattenti antifascisti, così come altrettanti ne ho dedicati ai protagonisti della parte opposta), mi è caro ricordare una importantissima dichiarazione rilasciata da Franco Servello, uomo politico, giornalista, scrittore, ma soprattutto storico, al quotidiano Liberal che lo intervistava, nella sua veste di «saggio della Repubblica», sul nascente Pdl. Alla domanda del giornalista Errico Novi («C'è una strategia culturale che suggerirà al nuovo partito?»), Servello rispose: «Ho davanti lo statuto dell'Insmli, l'Istituto nazionale per la storia del Movimento di liberazione in Italia. Esiste dall'immediato dopoguerra e ha decine di sedi in tutta Italia, grazie a milioni di euro di finanziamenti. Una volta al governo, sarebbe giusto se il centrodestra sostenesse fondazioni e studi sulla guerra civile in modo che, sulla storia del Paese, vi siano anche contributi di tipo diverso. Organizzazioni come quella che le ho citato sono infatti centri di irradiazione politica oltre che culturale».

Da allora, ovviamente, non è stato fatto assolutamente nulla in questo senso. Il discorso, dunque, potrebbe, può e deve portarci molto, ma molto lontano. In Italia, almeno nella sua storia contemporanea, di guerre civili ne ve sono state non una, ma almeno tre: quella degli insorgenti contro i servi di Napoleone, quella dei «briganti» contro i fucilatori piemontesi e quella tra partigiani e fascisti. Per non parlare di Bava Beccaris a Milano, di D'Annunzio a Fiume, e del conflitto fascisti-comunisti tra il 1919 e il 1922. Su nessuna - dico nessuna - delle tre più importanti guerre civili sopra ricordate si è fatta ancora piena luce. Su nessuna si è raggiunta una visione condivisa, nel bene e nel male compiuti da tutte le varie parti in causa. Forse è arrivata l'ora di mettersi al lavoro.
   

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