Articoli più letti  

   

Cerca autori  

   

Cerca Argomenti  

   

 

fonte: Il Timone n. 66 settembre/ottobre 2007

 

autore: Luciano Garibaldi

 

Si sta cominciando a restituire l’onore della memoria al commissario Calabresi, dopo decenni di calunnie. Servitore della legge, padre di famiglia esemplare, buon cristiano e forse qualcosa di più…

 

 

 In occasione del 35° anniversario del suo assassinio, lo Stato Italiano ha finalmente riconosciuto, in tutta la sua ufficialità - con la partecipazione del  presidente della Repubblica Giorgio Napolitano numerose manifestazioni pubbliche - il sacrificio del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso a Milano dal movimento della sinistra extraparlamentare Lotta Continua il 17 maggio 1972. In contemporanea, la Mondadori ha pubblicato il libro Spingendo la notte più in là, scritto dal figlio del commissario, Mario Calabresi. I prossimi passi avanti da compiere sono adesso due. Primo: attribuire analoghi riconoscimenti alle decine di poliziotti e magistrati assassinati da brigatisti rossi, neri e affini. Secondo: esaminare con la dovuta attenzione la richiesta di dare inizio a un processo di beatificazione teso ad accertare le virtù cristiane di Luigi Calabresi, richiesta avanzata da numerosi esponenti della Chiesa, primo tra i quali colui che fu il confessore e padre spirituale del commissario, don Ennio Innocenti, del clero romano.



Il riconoscimento dello Stato italiano


Fu cinque anni fa, il 17 maggio 2002, in occasione del trentennale della morte di Luigi Calabresi, che, nel corso della commemorazione celebrata nel salone d'onore di Palazzo Barberini, monsignor Francesco Salerno, segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, diede lettura di un messaggio fattogli pervenire dal Santo Padre Giovanni Paolo Il. Nel messaggio Papa Wojtyla definiva Calabresi «generoso servitore dello Stato e fedele testimone del Vangelo» e, ricordandone «la costante dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni», auspicava che il suo esempio potesse diventare «uno stimolo per tutti ad anteporre sempre all'interesse privato la causa del bene comune». Concludeva «assicurando per lui particolari preghiere e invocando da Dio Padre misericordioso sostegno per la sua famiglia». Due anni dopo, il 17 maggio 2004, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, concedeva alla sua memoria la medaglia d'oro al valor civile. La Chiesa e l'Italia incominciavano finalmente a valutare nella corretta dimensione il sacrificio di Calabresi.
 

Come nasce la campagna d'odio


Nel 1990 potei realizzare, in qualità di curatore, il libro di memorie di Gemma Capra, Mio marito il commissario Calabresi, grazie alla imponente documentazione sul caso raccolta dal giornalista Enzo Tortora, uno dei pochi che aveva avuto il coraggio di difendere Calabresi dal linciaggio a cui era stato sottoposto. Poco prima di morire mi passò i fascicoli ricevuti dall'avvocato Michele Lener e così mi trovai "costretto" a occuparmi decisamente del caso.
L'anarchico Giuseppe Pinelli era morto, precipitando dal quarto piano della Questura, il 15 dicembre 1969. Era stato fermato da Calabresi in seguito all'arresto di Pietro Valpreda, anch'egli anarchico e principale sospettato per l'attentato del 12 dicembre alla Banca Nazionale del Lavoro, a Milano. Il 3 luglio dell'anno seguente, il giudice Antonio Amati aveva concluso l'istruttoria sulla sua morte attribuendola a suicidio. Fu in quel preciso istante che la "buriana" contro Calabresi esplose dilagando senza più argini. Centinaia di giornalisti e uomini di cultura - a partire da Alberto Moravia c'erano tutti - sottoscrissero il "messaggio di protesta" pubblicato da L'Espresso, nel quale Calabresi veniva definito «commissario torturato re» e «responsabile della morte di Pinelli».
Quando, nel dicembre 1971, andrà in scena la farsa di Dario Fo Morte accidentale di un anarchico, con protagonista il "dottor Cavalcioni", alias Luigi Calabresi, da parte della stampa si leveranno autentici peana.
Persino da pulpiti come quello di Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, il cui critico teatrale scriverà: «Estro assillante, gusto del paradosso, sorridente violenza scarnificante, felice ispirazione. All'attore-autore tutto il consenso che gli è dovuto». Ai cronisti politici, agli editorialisti, agli elzeviristi, si aggiunsero le incessanti iniziative del Movimento nazionale giornalisti democratici, sorto nei pensatoi controllati dai partiti comunista e socialista, fonte inesauribile di autentica disinformazione e di ricostruzioni arbitrarie dei fatti, basate sulle fantasie più assurde e indimostrabili, vera sorgente alla quale si abbeveravano giornalisti che scrivevano sui quotidiani e sui settimanali più diffusi. Un esempio per tutti, Camilla Cederna, che nel suo libro di grande successo - grande perché lanciato da una straripante campagna di supporto propagandistico - Pinelli: una finestra sulla strage, scriverà la sua personale ricostruzione - totalmente arbitraria - della morte di Pinelli. Vi si può leggere: «Mentre la polizia sta cercando di acquisire una serie di nomi e circostanze che servono a incastrare certi personaggi, improvvisamente scatta un altro meccanismo. E la mente di Pinelli, che fino ad allora non aveva fatto certi collegamenti, d'improvviso li fa. Insomma, di colpo intuisce qualcosa di sorprendente, circostanze, persone, legami che delle bombe di Milano danno una spiegazione assolutamente in contrasto con la versione corrente. Ingenuo com'è, magari aggiunge che l'indomani andrà dal magistrato a riferire tutto, comunque ha capito qualcosa che non doveva capire, ed è la sua intuizione che probabilmente può spiegare il mistero della sua morte».
Parole che non hanno altro significato se non questo: la polizia ha messo le bombe nelle banche e vuoi farne ricadere la colpa sull'editore rivoluzionario Giangiacomo Feltrinelli. Pinelli smaschera il diabolico piano. Calabresi lo uccide.
 

L'assassinio


«Ero convinto», scriverà Leonardo Marino nel suo libro La verità di piombo, edito da Ares nel 1992, successivamente ristampato con il titolo Casi uccidemmo il commissario Calabresi, «che l'anarchico Pinelli fosse stato ucciso nella questura di Milano da Calabresi o comunque per ordine di Calabresi. Quanto all'attentato del 12 dicembre 1969, ero certo che non potevano averlo fatto gli anarchici.
La campagna di stampa, poi, era tambureggiante e convincente, almeno per noi. Ora so che Calabresi era solo un poliziotto che faceva il suo mestiere. Ma allora, per noi, il poliziotto "buono" non esisteva.
Lo attaccavano a fondo non soltanto "L'Espresso", "l'Unità", "Vie Nuove" e l'"Avanti!", ma la maggior parte dei più importanti quotidiani. Leggevamo quegli articoli, e non era come leggere "Lotta Continua", di cui sapevamo che era un foglio di propaganda e che, per fare propaganda, poteva anche esagerare un po'. Ma il vedere le stesse cose scritte sui giornali borghesi, sui grandi quotidiani, ci faceva dire: "Ma allora è tutto vero!"».
Per ricordare chi veramente armò, dal punto di vista morale, la mano di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi, Leonardo Marino e degli altri assassini che ancora mancano all'appello, è sufficiente risfogliare L'Espresso n. 24 del13 giugno 1971, n. 25 del 20 giugno e n. 26 del 27 giugno. Furono più di ottocento gli "uomini di cultura" che aderirono alla lettera-appello contro Calabresi. Tra i filosofi, Norberto Bobbio e Lucio Colletti. Cinecittà era rappresentata praticamente al completo: Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Luigi Comencini, Liliana Cavani, Giuliano Montaldo, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Paolo e Vittorio Taviani, Duccio Tessari, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Salvatore Samperi, Ugo Gregoretti, Nanni Loy. Tra i poeti, accanto a Pasolini, Giovanni Raboni e Giovanni Giudici. Dopo gli editori Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli e Vito Laterza, venivano i pittori: Renato Guttuso, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Carlo Levi. Ed ecco i critici (da Giulio Carlo Argan a Gillo Dorfles, da Morando Morandini a Fernanda Pivano), gli architetti (Gae Aulenti, Gio Pomodoro, Paolo Portoghesi) e nomi di prima grandezza come il musicista Luigi Nono e la scienziata Margherita Hack.
La letteratura era rappresentata, tra gli altri, da Alberto Moravia, Umberto Eco, Domenico Porzio, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Angelo M. Ripellino, Natalino Sapegno, Primo Levi, Enzo Enriques Agnoletti, Lalla Romano. Accanto ad Umberto Terracini, presidente del Senato, uomini politici come Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta. Quanto ai giornalisti, solo l'imbarazzo della scelta: Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Livio Zanetti, Paolo Mieli (che in seguito, assieme a pochi altri, riconoscerà il torto e chiederà perdono alla famiglia), Sergio Saviane, Vittorio Gorresio, Carlo Rognoni, Carlo Rossella, ovviamente Camilla Cederna e infine Tiziano Terzani, che, dopo aver esaltato la rivolta dei khmer rossi in Cambogia, finirà, pentito, per narrarne i misfatti. Altri nomi, scelti a caso: Vittorio Vidali, l'uomo della NKVD che aveva organizzato il massacro degli anarchici ribelli a Stalin durante la guerra di Spagna, e ancora, il promotore della legge che aveva abolito i manicomi causando migliaia di tragedie famigliari, Franco Basaglia.
Tutti costoro condannarono Calabresi senza disporre di un benché minimo indizio, dopo che la magistratura lo aveva prosciolto in un regolare processo, senza assolutamente chiedersi, prima di firmare, chi veramente fosse l'uomo che accusavano di assassinio, che indicavano - con l'autorevolezza dei loro nomi - al pubblico ludibrio e al linciaggio dei fanatici dell'estrema sinistra. Lo colpirono nel momento peggiore, quand'egli era impegnato a riscattare il proprio onore con i soli mezzi di cui dispone un cittadino rispettoso della legge e alieno da ogni violenza e da ogni desiderio di vendetta: cioè rivolgendosi all'autorità giudiziaria con l'appoggio di un avvocato penalista, visto che il cosiddetto potere esecutivo, che avrebbe dovuto schierarsi compatto al suo fianco, lo aveva abbandonato al linciaggio.
Lo Stato disertò. Gli "ottocento" firmarono. E, sulla base di quelle firme, Lotta Continua uccise.



Bibliografia

Leonardo Marino, «Cosi uccidemmo il commissario Calabresi», Ares, 1999.
Giordano Brunettin, Luigi Calabresi, un profilo per la storia, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe - Ass. "17 maggio 1972", 2007.
Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007.
   

I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi. Utilizzando tali servizi, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Per saperne di più sui cookie che utilizziamo e come eliminarli , guarda la nostra privacy policy.