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Fonte Il Timone N.132 APRILE 2014

Autore Raffaella Frullone



Non soltanto il costo di milioni di vite, ma anche la scomparsa di una civiltà, travolta da un evento catastrofico che pochi si sarebbero aspettati. Fu questo l'esito del conflitto, dice mons. Negri, che ricorda anche la contemporanea, splendida testimonianza di santità del beato Carlo d'Asburgo

Il 28 giugno del 2014 ricorrerà il centesimo anniversario dell'atten­tato di Sarajevo, la scintilla che fece scoppiare una guerra che chiamiamo "grande" per lo spaventoso spargimento di sangue, ma la Grande Guerra fu tale anche per la portata devastante che ebbe sulla cristianità oc­cidentale, che ne uscì annientata. Oggi, a un secolo di distanza, occorre supe­rare i pregiudizi anche fra i cattolici che oscurano certi personaggi e certi mo­menti a vantaggio di altri personaggi e di altri momenti che non meritereb­bero nessuna esposizione. Ce lo ricor­da Monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara Comacchio, al quale abbia­mo chiesto quali sono stati i reali motivi del conflitto che è partito dall'attentato dell'Arciduca Francesco Ferdinando.

«lo credo che la circostanza per scatenare un conflitto si sarebbe potuta tro­vare in molte altre vicende, perché la guerra "doveva" essere fatta. Doveva perché la logica dei grandi totalitarismi che si profilavano all'orizzonte, allora rappresentati da grandi Stati naziona­li protesi all'egemonia sull'Europa e, a partire dall'Europa, sul mondo, come poi effettivamente accadde, riteneva che non si potesse più continuare con quel sostanziale galateo di rapporti fra Stati fortemente antagonisti, ma operanti ancora in un contesto in cui non si arrivava tanto facilmente a un conflitto globale. C'erano state le guerre per il Risorgimento e altre contese, ma tutto a carattere regionale. Qui si voleva far finire non soltanto un regime o una serie di regimi: si voleva far finire un siste­ma di carattere culturale nel senso forte della parola. Si trattava di quel sistema descritto da Giovanni Paolo II, fonda­to su un'antropologia, un'etica, una lo­gica dei rapporti all'interno del popolo, una logica nella funzione e nell'eser­cizio delle proprie responsabilità che, magari in modo formale, faceva anco­ra riferimento alla Chiesa e alla difesa del bene comune. Ecco, tutto questo doveva finire, essere spazzato via da quella Realpolitik che, non a caso, rag­giunse i suoi vertici nella Germania dei Kaiser e che poi divenne "il" regime, il regime del potere assoluto che domi­na, o crede di poter dominare, tutti gli aspetti della vita personale e sociale. Ci si accorse qualche decennio dopo che questo potere politico sostanzialmente era dipendente da altri poteri, ma questa è un'altra storia...».

 

Come è cambiato il Vecchio Continente? Possiamo dire che ci sono delle conseguenze di cui vediamo i segni ancora oggi?

 

«lo ricordo di aver letto un libro di un sociologo francese intitolato brutalmente 1914: un mondo che abbiamo perdu­to. Sostanzialmente è venuto a galla in maniera matura, compiuta, dopo anni di incubazione, fughe in avanti di rivoluzioni, fughe all'indietro di rivoluzioni tradi­te, secondo le formule che dicono tutto e non dicono niente di certa storiografica positivistico marxista, la modernità matura. Si poteva costruire sulle rovine di una realtà umana, religiosa, sociale e storica di cui la Prima Guerra mondiale scrisse l'atto di morte? Che cosa è rimasto? Lo abbiamo sot­to gli occhi: un grande sconcerto umano, culturale, socio-politico, poiché questo ordine, questa pace che doveva essere garan­tita dalla Società delle Nazioni fu solamente un intermezzo per arrivare all'orrore del nazi­smo e del comunismo, alla seconda ben più terribile Guerra Mondiale, all'insignificanza culturale e socio-politica dell'Europa. In questa tragedia, nel suo approssimarsi inesorabile, aveva ragione Hegel nel dire che la storia ha una sua logica inesorabile. Tut­tavia, noi cristiani dobbiamo ringraziare il Signore Gesù Cristo perché in questo andare k verso il buio, il buio di Auschwitz che diventa I l'immagine di questo totalitarismo nichilistico P che si realizza, la Santa Chiesa è stata l'unica " grande difesa di Dio, dei diritti della persona, J di un modo di vivere che non accettava di es­sere rapidamente e terribilmente inquadrato dentro le masse marcianti e vocianti dei vari totalitarismi. Credo che se i cristiani, soprattutto gli intellettuali cristiani, facessero uno studio serio della storia della Dottrina Socia­le cattolica dal 1914 fino alla fine del grande pontificato di Pio XII, troverebbero un tipo di disamina storica e critica e una prospettiva di maturazione di una società nuova che sono realmente stati profetici».

 

In questo contesto matura la straordi­naria testimonianza di Carlo d'Asburgo (1887-1922), ultimo imperatore d'Austria-Ungheria. Un sovrano che disse no all'uso dei gas letali contro il nemico, contestan­do gli ordini di chi li voleva adoperare sul fronte orientale, e si oppose strenuamen­te alla guerra. Un figlio della sua epoca?

 

«La fede per secoli fu vissuta come forma "totalizzante" la vita delle persone e delle realtà sociali, prima fra tutte la Chiesa, non certo nel senso chiuso e statico e violento cui ci hanno abituato le ideologie moderne con i loro tragici totalitarismi. Ma una forma di vita che, fornendo alla persona un'innega­bile esperienza di unità culturale, consenti­va alla vita personale e sociale di modularsi secondo il ritmo di un'autentica responsabi­lità, appunto personale e sociale. Fino alla rottura dell'unità religiosa dell'Europa e alla nascita e allo sviluppo del laicismo moder­no, il vero e adeguato soggetto della storia fu il popolo cristiano, nella sua originalità di esperienza storica e quindi di cultura e ini­ziativa sociale. Da esso nasce un movimento che crea cultura e, di conseguenza, civiltà. È questo il contesto dell'impero asburgico che, in modo particolare, certamente non previsto e altamente drammatico, Carlo ere­dita dai suoi antenati. In tale contesto, la sua figura, la sua personalità, il suo cammino di fede e di impegno civile si è potuto attuare. Carlo fu innanzitutto un testimone, un testi­mone non di una progettualità culturale, so­ciale e politica compiuta, ma un testimone della fede, quella fede che, se è tale, come ci ha insegnato Papa Giovanni Paolo II, non può non diventare fonte di cultura e quindi di impegno sociale».

 

Beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre del 2004, Carlo d'Asburgo fu un so­vrano coraggioso, padre e marito attento, cristiano autentico. Nella Positio super virtutibus si legge che mentre era con le sue truppe «logorò totalmente, recitando­lo in segretezza, il rosario d'oro che por­tava sempre con sé, così che in seguito la giovane arciduchessa dovette procurar­gliene uno nuovo». Possiamo definirlo un grande modello di laico cristiano?

 

«Sì, certo: Carlo d'Asburgo è stato un grande laico cristiano: in qualche modo ha significativamente anticipato quella indimenticabile definizione del laico cristiano, che è conte­nuta nel magistero del Concilio Vaticano II, là dove si parla di santità comune del popo­lo di Dio che, per la straordinaria esperienza della sua vita e per la dedizione caritatevole agli uomini e alle loro condizioni e situazio­ni di vita, la Chiesa riconosce oggi come sin­golarmente straordinaria in Carlo d'Asburgo. In lui, le generazioni dei laici cristiani che stanno vivendo l'inizio del terzo millennio, chiamate ad una drammatica ed esaltante opera di nuova evangelizzazione, troveran­no un punto di riferimento sicuro e confor­tante».



   

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