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Fonte lanuovabq.it  19/04/2014

Autore Angela Pellicciari


Nel 1915, la popolazione cattolica non voleva la guerra, i socialisti nella loro maggioranza non la volevano, il parlamento non la voleva, l’uomo politico più influente di quegli anni, Giovanni Giolitti, non la voleva; chi, oltre al Re, voleva portare l’Italia in guerra? Un soggetto su tutti: la massoneria.

Che forza aveva la massoneria all’inizio del secolo? Se Antonio Gramsci, fondatore del partito comunista italiano, è uomo degno di fede, molta: “La massoneria in Italia ha rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica”, afferma il 16 maggio 1925 alla Camera dei deputati mentre è in discussione il progetto di legge sull’abolizione delle società segrete.

Le testimonianze dei vertici dell’ordine sono, al riguardo, univoche. Una per tutte: il 21 dicembre 1922, davanti alla giunta esecutiva, il gran maestro Domizio Torrigiani dichiara: “Il Grande Oriente fu il principale autore dell’intervento dell’Italia in guerra”. Perché la massoneria ha voluto la guerra, per di più contro gli alleati della Triplice? Per portare a termine il progetto ben delineato dal fratello Massimo D’Azeglio: per “fare gli italiani”. Che vuol dire fare gli italiani? Vuol dire renderli diversi da quelli che sono. Diversi. Più liberi. Più scientifici. Più moderni. In una parola: non più cattolici.

Quale occasione migliore di una guerra, di una Grande Guerra, per forgiare l’identità di un popolo? Certi di incarnare le più profonde ragioni morali, intellettuali e civili dell’umanità, i massoni pensano che per riacquistare “il gran posto che le compete [all’Italia] nel consorzio dei popoli civili” (gran maestro Livio Zambeccari), l’Italia deve ripudiare la fede cieca, l’oscurantismo religioso, il pacifismo cattolico che per tanti secoli ha tenuto la nostra nazione lontana dalla gloria imperiale conquistata dalle grandi potenze. Il primo ottobre 1917, ironia della sorte solo pochi giorni prima della disfatta di Caporetto, il grande oriente così tratteggia la natura della chiesa: “la potente organizzazione clericale che - coerente alla sua secolare politica liberticida, e paurosa del carattere rinnovatore del presente conflitto - si vale delle armi spirituali per infiacchire gli animi e provocare una pace prematura che deluda le nostre speranze”.

Un mese prima della fine, l’8 ottobre 1918, la circolare Resnati-Bertieri torna a parlare di guerra: “guerra di rinnovamento morale e civile, guerra di redenzione -interna ed esterna- degli oppressi, guerra per la lega dei popoli liberi -veramente liberi- [con l’aggettivo liberi i liberi muratori intendono in senso proprio se stessi], riassunto spirituale degli intenti e dell’opera massonica universale: libertà, uguaglianza, fratellanza”.

A guerra finita è il gran maestro Ernesto Nathan che, sulla scia della proposta del presidente Usa Wilson di dare vita ad una Lega della Nazioni, chiarisce cosa in concreto l’ordine intenda quando parla  di libertà e fratellanza: “se nell’India il numero dovesse essere predominante sulla coltura, le poche centinaia di mila inglesi sarebbero sommersi dai 200 milioni di indiani; se il numero bruto è criterio per la direzione di una regione, non v’è Nazione che abbia diritto di possedere colonie e malamente si comprende il Governo Americano alle Filippine”. Conclusione: “è evidente che la maggiore civiltà deve avere ascendente sul maggior numero nelle zone grigie e nei dubbi confini delle nazionalità che popolano la sponda orientale dell'Adriatico”. A giudizio di Nathan è evidente che spetta agli italiani la supremazia sugli slavi della Dalmazia.

Si insiste da tempo sulla necessità che la chiesa chieda perdono per le proprie colpe. Chissà che il suggerimento non vada rivolto a qualcun altro.

 



   

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