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Fonte lanuovabq.it  22/04/2014

Autore Rino Cammilleri


Quando il Partito Comunista italiano si ritrovò, dopo la guerra, a dividersi il Paese con la Democrazia Cristiana, fu sempre in disaccordo praticamente su tutto col partito scudocrociato che di fatto deteneva il governo. Tranne su una cosa: il monopolio Rai.

Quest’ultima era una delle tante entità create dal fascismo ma che il nuovo sistema repubblicano e democratico si era guardato bene dall’abolire. Ci si limitò a cambiarle nome: da Eiar a Rai. E Rai vuol dire, si badi, «Radio Audizioni Italiane» (la televisione ancora non c’era). Infatti, in perfetta continuità col precedente regime, fu giudicato che solo lo Stato era autorizzato a parlare al popolo via radio. E, specialmente dopo la schiacciante vittoria alle elezioni del 1948, le istituzioni erano in larga parte in mani democristiane.

Come si è detto, il Pci di Togliatti accettò una Rai targata Dc e, anzi, difese finché poté il monopolio statale del «servizio pubblico». Si dirà che il Pci era statalista e accentratore, dunque coerente: quando e se il potere l’avesse preso lui, il monopolio radiofonico gli avrebbe fatto molto comodo. Ma il fatto è anche un altro. Al Pci interessava che nessuno dei tanti partiti, partitini e partitucoli in circolazione potesse accedere all’etere. Tanto, il Pci una radio sua l’aveva: Radio Oggi in Italia, che trasmetteva in italiano da Praga e copriva perfino le isole. Dato il nuovo assetto bipolare del mondo, nessun’altra realtà politica italiana poteva permettersi una radio altrettanto potente in grado di operare dall’estero.

La Cecoslovacchia era diventata il rifugio di tutti quei partigiani comunisti che nel corso della guerra civile avevano accumulato qualche pendenza penale in Italia. Fu tra loro che vennero reclutati giornalisti e speakers. Nel 1949 il Pci di Togliatti e il suo corrispondente cecoslovacco (Ksc) di Novotny siglarono un accordo e nel 1950 la radio dei comunisti italiani cominciò a trasmettere notizie, commenti, attualità sull’Italia, in chiave, ovviamente, comunista. Tra i fondatori, Sandro Curzi, allora responsabile Stampa e Propaganda della direzione del Pci. Curzi, che era anche giornalista dell’organo del Pci, L’Unità (ne divenne poi caporedattore e infine direttore), aveva cura di rifornire la radio di agenzie e comunicati.

Com’è noto, Curzi entrò in Rai nel 1975 e diventò direttore del telegiornale di Rai3 (che i detrattori chiamavano «TeleKabul» quando l’Afghanistan era comunista e filosovietico). Un altro giornalista de «L’Unità» che forniva contenuti a Radio Oggi in Italia era Carlo Ripa di Meana. Quest’ultimo, a Praga, dirigeva la rivista World Student News, ma nel 1957, in seguito all’invasione sovietica dell’Ungheria, lasciò il Pci e confluì nel Psi, di cui fu deputato. Dopo una parentesi nei Verdi, oggi è presidente di «Italia Nostra».

Radio Oggi in Italia era davvero efficiente, tanto da sollevare diverse proteste al parlamento italiano (a tutti gli effetti era una emittente clandestina). Realizzò anche alcuni scoop, come l’inizio dei fatti d’Ungheria, l’accordo tra Kennedy e Krushev sulla crisi dei missili a Cuba, il fallimento della «legge truffa» (così la chiamavano i comunisti, ma prevedeva solo un premio di maggioranza alle elezioni del 1953), tutte notizie con cui bruciò sul tempo la concorrenza. Iniziava le trasmissioni, inconfondibilmente, con l’«Inno dei lavoratori», cui seguiva l’«Inno di Garibaldi». Ma commise l’errore di essere troppo tenera con Dubcek e la sua «primavera di Praga», così che, paradossalmente, furono i sovietici a chiuderla nel 1968. Invadendo la Cecoslovacchia, i russi avevano occupato, tra le altre cose, Radio Praga, l’emittente statale. I redattori avevano cercato rifugio negli studi della collega italiana ma in poche ore fu occupata anche questa. E chiusa. L’invasione della Cecoslovacchia, diversamente da quella ungherese di dodici anni prima, non provocò alcuna emorragia di iscritti al Pci. Anzi, per i comunisti italiani il 1968 fu l’inizio di un decennio di successi in crescendo. Così come, vent’anni dopo, il crollo dell’Urss doveva portarli, paradossalmente, al premierato e alla presidenza della Repubblica. Della loro radio praghese non ci fu più bisogno.

Ora quella lontana storia è stata riportata alla luce da un libro e un dvd della regista Claudia Cipriani: La guerra delle onde. Storia di una radio che non c’era (www.laguerradelleonde.it), presentati al milanese Circolo della Stampa il 16 aprile u.s. insieme all’autore Niccolò Volpati. Nel documentario vengono intervistati i protagonisti ancora viventi di quella vicenda, tra cui Stella Amici, speaker di Radio Oggi in Italia dagli esordi alla fine. Suo marito era redattore nella stessa radio e ambedue si erano rifugiati in Cecoslovacchia con altri comunisti nel dopoguerra. Altro intervistato (oltre ai già citati Sandro Curzi e Carlo Ripa di Meana) è Aroldo Tolomelli, a suo tempo giovane dirigente del Pci. Nei disordini che seguirono al fallito attentato a Togliatti venne accusato di essere stato mandante di un omicidio e anche lui si rifugiò a Praga, dove diventò caporedattore a Radio Oggi in Italia. Tornato con la Amici quando le accuse decaddero (dal 1963), fu senatore del Pci. L’opera della Cipriani non è né critica né apologetica. E’ solo giornalismo. Utile per chi vuol saperne di più sulla storia dei comunisti italiani.

 



   

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