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Fonte riscossacristiana.it 30/04/2014

Autore Luciano Garibaldi



Memorie di un’epoca – rubrica mensile a cura di Luciano Garibaldi

biografie, eventi, grandi fatti, di quel periodo in cui storia e cronaca si toccano


Giacomo Matteotti venne al mondo a Fratta Polesine, nel 1885, appena due anni dopo Benito Mussolini, in una famiglia di antiche e solide tradizioni socialiste. Ma, a differenza dello scatenato romagnolo, Matteotti non era un fazioso, né un estremista, bensì uno dei più promettenti esponenti della corrente riformista del Partito Socialista Italiano, che faceva capo a Treves, Turati e Bissolati. Eletto deputato nel 1919 (in quella consultazione elettorale durante la quale il futuro Duce non era riuscito neppure a raccogliere i voti sufficienti per farsi mandare alla Camera), dopo il congresso di Livorno del ’21, quando il PSI si scisse in due tronconi, da una parte il PSU (Partito socialista unitario), dall’altra il PCd’I (Partito comunista d’Italia), Matteotti divenne il segretario nazionale del primo. Intransigente democratico e inflessibile avversario dell’ex compagno Mussolini, non perse mai l’occasione per denunciarne lo scivolamento verso la dittatura.

Il 30 maggio 1924, al termine di una minuziosa indagine corredata da fatti precisi, pronunciò alla Camera lo storico discorso con cui accusò i fascisti di aver compiuto intimidazioni, violenze e brogli durante le elezioni politiche del 6 aprile (allorché il «listone» formato da fascisti, liberali e popolari aveva ottenuto la maggioranza assoluta) e ne chiese l’invalidazione.

La mattina del 10 giugno fu sequestrato sotto casa dai componenti della cosiddetta «Ceka» fascista, una squadraccia comandata da Amerigo Dumini e al servizio, per i lavori «sporchi», del ministero dell’Interno. Non tornerà più. Massacrato di botte, fu sepolto in una boscaglia in località Quartarella. «È stata una disgrazia», dirà Dumini al processo di Chieti: «volevamo soltanto manganellarlo, ci è morto tra le mani». Ma si trattava di una menzogna, come dimostrerà, molti anni dopo, uno dei più accaniti accusatori di Mussolini, il giornalista Carlo Silvestri, dopo aver pagato, con il licenziamento dal «Corriere della Sera» e la condanna ad anni di confino, la sua battaglia antifascista. Una menzogna, però, detta non per coprire Mussolini, ma per coprire un complotto il cui scopo era stato proprio quello di gettare tra i piedi del capo del fascismo un cadavere ingombrante e scomodo come quello del segretario del Partito socialista. Infatti, l’ultima cosa che poteva volere Mussolini, in quel momento, era l’assassinio di Matteotti, mentre, d’altro canto, Dumini, infiltrato tra i fuorusciti in Francia e agente segreto, era tipo da eseguire ogni provocazione, comprese quelle eventualmente dettate dalla Grande Loggia di Londra, come ha provato l’instancabile ricercatore storico biellese Roberto Gremmo, ovviamente ignorato dalla «grande stampa».

Fu lo stesso Mussolini a fare arrestare Dumini, prima ancora che fosse ritrovato il cadavere di Matteotti. La magistratura lo condannerà a una pena mite: 5 anni per «omicidio preterintenzionale». Nel 1945 sarà nuovamente arrestato, condannato all’ergastolo (nel ’47), ma – non meno stranamente – rilasciato nel 1956. Esattamente come accadrà tanti anni dopo ai «brigatisti» coinvolti nell’uccisione di Aldo Moro, dopo pochi anni di galera tutti liberi malgrado le roboanti quanto teoriche condanne all’ergastolo. Sono queste coincidenze che autorizzano, ancora oggi, a parlare di «affaire Matteotti» come di un delitto misterioso e niente affatto chiarito.

La scomparsa di Matteotti, nonostante la decisione di Mussolini di far arrestare i suoi rapitori, non fermò la dura reazione dei parlamentari dell’opposizione, che, guidati da Giovanni Amendola, diedero vita al cosiddetto «Aventino» (la decisione, cioè, di abbandonare i lavori della Camera, secondo una tradizione che risaliva all’antica Roma). Se ne astennero i soli comunisti che, guidati da Gramsci e Bordiga, decisero di rimanere a Montecitorio per combattere a viso aperto il nemico fascista.

Il 16 agosto di quel 1924, i cani di alcuni cacciatori fecero scoprire il cadavere di Matteotti nel bosco della Quartarella, vicino a Roma. Esplose – su scala mondiale – la crisi del fascismo e quella personale di Mussolini. Cronisti di vaglia come Carlo Silvestri («Corriere della Sera») ed Enrico Mattei («Giornale d’Italia») guidarono la campagna antifascista. Le accuse coinvolgevano personaggi di primo piano, dal capo ufficio stampa di Mussolini, Cesare Rossi, al sottosegretario all’Interno Aldo Finzi, allo stesso capo della polizia, il generale e quadrumviro Emilio De Bono. Da parte antifascista nessun dubbio: il mandante era stato Mussolini in persona. La stampa estera condivideva. Per i più compassionevoli, il Duce aveva ordinato: «Dategli una lezione», e i suoi scherani avevano ecceduto. Per i più intransigenti (Giorgio Amendola, che, sul suo settimanale, «Il Mondo», pubblicò in esclusiva il memoriale di Cesare Rossi, (fuggito in Svizzera per sottrarsi all’arresto), l’ordine era stato preciso e spietato: «Ammazzàtelo».

Mussolini, schiacciato dalle accuse, dai contraccolpi negativi che provenivano dall’estero, stava per mollare, quando i «ras» del fascismo, capeggiati da Farinacci e da Italo Balbo, compirono il famoso «passo», esortandolo a reagire. Altrimenti avrebbero provveduto da soli, anche senza di lui. Fu così che si arrivò al celebre e fatale discorso alla Camera di Mussolini del 3 gennaio 1925, discorso nel quale il Duce affermò che, «se il fascismo è un’associazione a delinquere», egli era «il capo di questa associazione a delinquere», e si dichiarò pronto ad assumersi «la responsabilità storica, morale e politica di questo delitto».

Di fronte ad una simile, sfrontata reazione, l’opposizione ammutolì. Mussolini, ripresosi dalla crisi, rifiutò di sciogliere la MVSN (Milizia volontaria per la sicurezza nazionale) e il Gran Consiglio del Fascismo, come chiedevano a gran voce l’opposizione e la stampa internazionale, anzi ritorse le richieste contro gli avversari, proponendo alla maggioranza parlamentare lo scioglimento di tutti i partiti, ad esclusione del PNF, e il bavaglio ai giornali che per sette mesi lo avevano messo in croce. Fu l’inizio della dittatura.

Per tornare al delitto Matteotti, va ricordato  il libro dal titolo «Matteotti, Mussolini e il dramma italiano», libro oggi introvabile, scritto da Carlo Silvestri dopo la Liberazione, pubblicato nel 1981 da Cavallotti Editori, Milano, e i cui proventi furono devoluti a favore degli orfani e dei familiari dei militi delle forze dell’ordine caduti nell’adempimento del dovere. Carlo Silvestri era stato il più duro accusatore di Mussolini al tempo del delitto Matteotti e perciò aveva subìto aggressioni, emarginazioni, il carcere e il confino. Ma durante la RSI, convintosi, a seguito delle sue indagini e soprattutto alle sue considerazioni e deduzioni di grande e perspicace giornalista, dell’estraneità del Duce a quel crimine, si era avvicinato al suo nemico di un tempo.

Durante la RSI, Silvestri e l’eroe e cieco di guerra Carlo Borsani, che si stimavano l’un l’altro, si impegnarono all’unisono nel chiedere, e ottenere, dal Duce, provvedimenti di grazia nei confronti di partigiani arrestati o di renitenti alla leva condannati. Sempre lavorando a stretto contatto di gomito, Borsani e Silvestri furono tra l’altro gli autori degli articoli, ispirati da Mussolini, che comparirono sul «Corriere della Sera» a firma «Giramondo». In quegli anni nacque la «Croce Rossa Silvestri» alla quale centinaia di antifascisti dovettero la sopravvivenza.

Tutto ciò è documentato nel libro di Silvestri. Non è un caso se, dopo l’aprile 1945, Silvestri, alfiere indomito di italianità, si adoperò per «rompere la spirale di vendetta» e, con animo equanime, difese i fascisti come prima si era prodigato per salvare gli antifascisti. Uno degli italiani più nobili del Novecento. Oggi, inutile ancora rilevarlo, dimenticato.

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Luciano Garibaldi. (brevi note bio-bibliografiche tratte dal sito dell’editore Solfanelli). Nato a Roma nel 1936, è giornalista professionista dal 1957. Dal 1958 al 1968 è stato collaboratore fisso del settimanale “Tempo” con Raimondo Luraghi, Curzio Malaparte e Pierpaolo Pasolini. Nel 1964 ha pubblicato a puntate, su diversi quotidiani nazionali, la prima ricostruzione storica dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, realizzata intervistando i superstiti di quell’evento.

     Nel 1968 è stato il primo giornalista italiano a entrare in Cecoslovacchia il giorno dopo l’invasione sovietica. Dal 1969 è stato inviato speciale del settimanale “Gente”. Nel 1974 è stato tra i primi assunti dal “Giornale” di Indro Montanelli. Caporedattore centrale di “Gente” nel 1976, nel 1984 ha ricoperto lo stesso ruolo nel quotidiano “La Notte”.
Dal 1986 al 1994 ha collaborato alla terza pagina di “Avvenire”; tra il 1992 e il 1995 è stato editorialista dell’“Indipendente” e poi del “Giornale”. Attualmente collabora con vari quotidiani e riviste tra cui “Studi Cattolici” e “Storia in Rete”.
Ha pubblicato oltre trenta libri di argomento storico, gli ultimi dei quali sono: Fidel Castro: storia e immagini del lider Maximo (White Star, Vercelli 2007) tradotto in varie lingue tra cui il cinese; O la croce o la svastica (Lindau, Torino 2009) e Perché uccisero Mussolini e Claretta (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010) insieme a Franco Servello.
Con le Edizioni Solfanelli ha pubblicato: Venti di bufera sul confine orientale (Chieti 2010) e Nel nome di Norma (Chieti 2010) con Rossana Mondoni; La vera storia dell’Uomo Qualunque (Chieti 2013) con Paolo Deotto.

   

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