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Fonte riscossacristiana.it 01/07/2014

Autore Luciano Garibaldi



Nessuno ricorda, nessuno rende omaggio alla memoria dei 16 zuavi che, quel 20 settembre 1870, morirono per difendere lo Stato della Chiesa dall’aggressione dei Bersaglieri di Lamarmora. Non il Vaticano, non la Svizzera, che pure era la loro patria, meno che mai – e questo è comprensibile – la Repubblica italiana.
E allora lo facciamo noi di «Riscossa Cristiana». Come ho già avuto l’occasione (e il piacere) di scrivere sul brillante sito di Mauro della Porta Raffo «Dissensi & Discordanze», la leggenda degli svizzeri pacifisti, borghesi, nemici delle armi e amici della speculazione bancaria è facilmente smontabile. In realtà, nella tradizione svizzera giganteggiano gli episodi legati al valore militare, allo spirito battagliero, all’onore per la parola data. Episodi che trovano il loro culmine in due date fondamentali della storia d’Europa: il 14 luglio (anno 1789, presa della Bastiglia e festa nazionale francese), e, appunto, il 20 settembre (anno 1870, breccia di Porta Pia e festa nazionale italiana fino al 1929). Con decine di strade e piazze intitolate, ancora oggi, in Francia e in Italia, a quelle due date che videro – anche se nessuno ne parla – il sacrificio di un pugno di giovani svizzeri in nome dell’onore, della tradizione, dell’ordine e della fede.

In realtà, si sente il bisogno di un libro dedicato alle vicende militari che videro protagonisti, per secoli, i soldati svizzeri. A partire da Guglielmo Tell. Chissà che un giorno non mi succeda di cimentarmivi?

La parola stessa (soldati) nasce in Svizzera. E sta per “assoldati”, cioè “ingaggiati a pagamento”. Siamo sempre nel XIV secolo, ovvero quel 1300 segnato dalle imprese di Guglielmo Tell, che è divenuto ben presto un mito in tutti i cantoni. I soldati sono mercenari che si mettono in luce per il loro valore e la determinazione sui campi di battaglia di tutta Europa, come pure per la loro assoluta fedeltà verso chi li aveva ingaggiati. Ben presto, segneranno la superiorità della fanteria sulla cavalleria che era stata l’arma privilegiata del Medio Evo. “Mercenari” perché si battono in cambio di una “mercede”. Già nella «Guerra dei Cent’anni» si erano messi in luce per il loro coraggio e la loro audacia. Re Luigi XI ne arruolerà seimila nel 1480, guidati da Guglielmo di Diesbach, per addestrare il suo esercito. Con Papa Giulio II animeranno la Lega Santa.

Fu lo sviluppo degli eserciti permanenti a porre fine all’era dei mercenari svizzeri. Soprattutto con la nascita della cosiddetta “leva obbligatoria”, parola che nasce dalla “levée”, figlia della Rivoluzione francese (che sta per “levata”, ovvero i ragazzi sottratti, levàti, portati via con la forza alle famiglie e ai genitori). Sistema indecoroso e violento, subito imitato da tutti gli Stati europei, compresi quelli monarchici. Infatti, costava assai meno mandare a morire i ragazzi del proprio Paese che ingaggiare, a suon di monete d’oro, i pur valorosi ed imbattibili svizzeri.

Dopo la Restaurazione seguita alla parabola napoleonica, i mercenari svizzeri ancora disponibili continueranno a servire in Francia la monarchia fino alla caduta di Luigi Filippo nel 1848, e, in Italia, il Regno delle Due Sicilie con un Reggimento battutosi valorosamente contro Garibaldi alle battaglie del Volturno e del Garigliano.

A Lucerna giganteggia la celebre statua del leone morente con la scritta in latino «Helvetiorum fidei ac virtuti». Un motto che sintetizza in maniera perfetta le qualità degli svizzeri guerrieri: la fede e il valore. Gli autori del capolavoro marmoreo e delle scritte che lo circondano pensavano sicuramente a quei soldati svizzeri che sacrificarono le loro vite per difendere l’ultimo Re di Francia dai furori giacobini. Accadde a Parigi martedì 14 luglio 1789, allorché la folla istigata dai «sanculotti» di Robespierre, di Marat e di Danton assaltò l’Hotel des Invalides, deposito di armi dell’Armata francese, impadronendosi di ben 28 mila fucili e di 12 cannoni. Mancavano però le cartucce e la polvere da sparo per le bocche da fuoco. Erano custoditi alla Bastiglia, fortezza simbolo dell’autorità reale, difesa dalle guardie svizzere comandate dal capitano Hulin. I soldati francesi erano spariti. L’Armata aveva fatto causa comune con il popolino e il generale Besenval, abbandonato dai suoi uomini, era fuggito a Versailles, per raggiungere re Luigi XVI.

Unici a restare fedeli al sovrano erano gli svizzeri. Governatore della Bastiglia era il marchese Bernard de Launay, che ordinò di resistere. La folla (migliaia di assatanati) urlava: «En bas la troupe!». Alle 13,30 si scatenò l’assalto con l’abbattimento, a colpi d’ascia, del ponte levatoio. Gli svizzeri aprirono il fuoco. Da tutti i quartieri di Parigi iniziarono ad accorrere gruppi di armati che ben presto ebbero la meglio. Il governatore De Launay e il prevosto Jacques de Flesselles furono decapitati, le loro teste issate sulle forche e trascinate in corteo per le vie di Parigi. Le 32 guardie svizzere che avevano cercato di fermare la folla furono massacrate e decapitate. Ancora oggi la Francia celebra quella  orribile giornata come «festa nazionale».

E veniamo a Porta Pia. Il 29 settembre 2012, in occasione della festività di San Michele Arcangelo, patrono della Gendarmeria vaticana,  il principe Sforza Ruspoli, che l’aveva ereditata dai suoi avi e la custodiva con cura e amore, donò al Pontefice Benedetto XVI la bandiera sotto la quale le truppe pontificie si erano battute contro gli invasori dell’esercito piemontese in difesa dello Stato Vaticano a Porta Pia. Un evento di rilevante portata storica, ancorché ignorato nella maniera più totale da tutti i mezzi d’informazione. Sotto quella bandiera, infatti, erano caduti gli ultimi difensori della sovranità della Chiesa, tutti svizzeri: gli zuavi del generale Kanzler, che lasciarono sul posto, dilaniati dai cannoni, 16 morti e 49 feriti. Per decenni, fino ai Patti Lateranensi del 1929, il 20 settembre è stato, in Italia, festa nazionale.

Tutti sembrano aver dimenticato che anche allora, in quel lontano ed infuocato settembre 1870, vi fu chi non condivise l’entusiasmo ufficiale per la presa di Roma. Soprattutto una nobile figura finita nel dimenticatoio: il conte Edoardo Crotti di Costigliole, membro del Parlamento, che, gravemente ammalato (sarebbe passato a miglior vita dopo pochi giorni), scrisse in proposito una coraggiosa e significativa lettera a Re Vittorio Emanuele II. L’abbiamo recuperata e la riproduciamo:

«Sire! Tornato in Italia dall’estero, trovo il mio Paese in uno stato di profonda agitazione per l’ordine dato dal governo di occupare Roma…Non posso pensare senza un sentimento di profonda indignazione che il mio governo assalga a baionetta e a mitraglia la metropoli della Cristianità e l’augusta persona del Vicario di Gesù Cristo…(che) è un sovrano. Chi lo scorona deve rispondere a Dio. E poi chi non conosce la mano di ferro dei governi che si sono succeduti?(…) Non hanno forse spogliato il clero dei suoi beni, profanato chiese, ostacolato le vocazioni religiose, imprigionato sacerdoti, vescovi, cardinali? Sì!… Conosciamo molto bene il loro rispetto per la religione…L’occupazione di Roma è considerata con orrore dalla quasi totalità degli italiani. Lo affermo come italiano e come deputato…Io protesto contro coloro che considerano stranieri quei cattolici che servono sotto le bandiere del Sovrano Pontefice. No, non sono stranieri questi figli che fanno scudo coi propri petti al venerato Padre loro. Gli unici stranieri a Roma sono quelli che bombardano il Vaticano. Roma, sotto il potere temporale del suo Re Pio IX, è la metropoli dei cattolici!».

Onore al conte Crotti di Costigliole!

   

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