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Fonte pierolaporta.it

Autore Piero Laporta

Cominciamo da Pio La Torre e da Carlo Alberto Dalla Chiesa e dalla trattativa fra Stato e mafia per Comiso, mentre Francesco Cossiga era capo del Governo, certificata dal generale Carlo Jean, ascoltato consigliere di Cossiga.

 


Giorgio Napolitano apparve più che altro preoccupato della trattativa degli anni ’90 tra Stato e Mafia. Non di meno quella non fu la prima né la più importante, visto quanto intercorse fra Stato e Mafia per schierare gli euromissili a Comiso. La trattativa su Comiso è a sua volta collegata all’assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Molte verità sono in due archivi: quello dei servizi segreti a Forte Braschi e quello dei Carabinieri. La traccia qui svelata sarebbe inesorabilmente divenuta evidente agli occhi dei martiri Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso filo passò nel telaio infetto di Vito Ciancimino, il cui figlio tuttavia sembra non sapere nulla, finora. Andiamo con ordine, facendo attenzione alle date.

Prima del martirio di Pio La Torre

Trent’anni fa, primavera del 1982, s’acuì lo scontro tra pacifisti e Partito Comunista Italiano (Pci), i primi contrari allo schieramento degli euromissili a Comiso, il Pci favorevole ma con pesanti ambiguità. L’anima del movimento pacifista antimissili fu Pio La Torre, a dispetto della sua qualità di carismatico dirigente del Pci. Il Pci tuttavia non parve condividere il fervore di La Torre, visto che il partito dette via libera ai missili a primavera 1980, quando il Parlamento approvò la “doppia decisione” della NATO.
Chiara Valentini, biografa di Enrico Berlinguer, dichiarò più tardi che Pio La Torre nell’ultimo periodo era in crisi con la destra del Pci: ebbe divergenze con Napolitano che tendeva a rassicurare l’Occidente sulla politica estera del Pci e non s’intese più nemmeno con Paolo Bufalini (mentore politico di La Torre della prima ora) che di lui disse: «Prendiamo con prudenza le parole di Pio perché è uno che è abituato a esagerare un po’, dalla mafia è ormai ossessionato».
La “doppia decisione” fu resa pubblica a luglio 1980. Il governo italiano dette a intendere di schierare i missili in Veneto. Fu una manovra diversiva di Francesco Cossiga; gli americani avevano già deciso per la Sicilia, a Comiso, in provincia di Ragusa, sulla costa meridionale dell’isola. La “doppia decisione” della Nato poneva Mosca davanti a due alternative: smantellare tutti i propri missili a breve e medio raggio; oppure, se il Patto di Varsavia non avesse accettato, l’Alleanza avrebbe schierato gli euromissili.

Il denaro suggella gli accordi

I giganteschi lavori cominciarono. Lo sgangherato e vecchio aeroporto Magliocco di Comiso diventò base per i sofisticati missili statunitensi e le relative tecnologie. Si resero necessari, anzi indispensabili, considerevoli lavori stradali, affinché fosse possibile ridislocare senza limiti logistici gli autocarri coi missili, portandoli sulle basi di lancio, sparse per l’Isola.
Agli inizi degli anni ’80 piovvero migliaia di miliardi di lire, tra finanziamenti nazionali e statunitensi. L’ammontare definitivo è incalcolabile; un “diluvio di denaro”. Gli appalti per la base furono conferiti direttamente dalle autorità statunitensi col benestare della loro Intelligence.
Chiunque abbia avuto parte in questa vicenda, traendone vantaggio economico o di posizione, sotto qualunque forma, deve averlo negoziato cogli Stati Uniti d’America. Questo valse anche per il Pci che ai missili dette il proprio consenso. È  appena il caso di ricordare che la trattativa si impose anche con la mafia, come vedremo. 
Il punto unificante del consenso tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano, al di là delle convergenze atlantiche più o meno dichiarate, il collante inconfessato non poté che essere il denaro.
D’altronde la composizione del consenso fra Pci e Dc doveva passare e passò, come s’è detto, attraverso l’indispensabile consenso della mafia, la cui sensibilità per il denaro è incontrovertibile e dirimente.
La convergenza fra Pci e Dc non potè quindi passare che attraverso il medesimo denaro cui era interessata la mafia.

La politica e gli Euromissili

Il dibattito sugli Euromissili fu acceso dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt, a primavera del 1977. Meno d’un anno dopo Giorgio Napolitano guidò la delegazione del Pci a Washington – 4 al 19 aprile del 1978 – per garantire l’affidabilità atlantica del Pci. Erano i primi giorni di prigionia del presidente Aldo Moro, rapito per essere ucciso per mano delle Brigate Rosse.
Il tentativo della Democrazia Cristiana di far negare il visto da Washington alla delegazione del Pci fu un clamoroso fallimento. L’ambasciata statunitense a Roma, d’intesa col dipartimento di Stato, garantì il visto. Essa individuò evidentemente un preciso tornaconto per scontentare la Dc, apparentemente il partito più vicino agli Usa in quel momento. Era ancora davvero così vicina? Lo era anche dopo la dichiarazione di affidabilità atlantica del Pci, di due anni prima?
Quattro giorni prima delle elezioni politiche di giugno 1976, Enrico Berlinguer rilasciò un’importante intervista a Giampaolo Pansa del Corriere della Sera. «No, siamo in un’altra area del mondo» rispose a Pansa che domandava se Mosca gli avrebbe fatto fare la stessa fine di Alexander Dubcek [il leader della Primavera di Praga, NdR].
«Insomma – insistette Pansa – il Patto atlantico può anche essere uno scudo utile per costruire il socialismo nella libertà?»
Berlinguer diede una risposta inaspettata:«Io voglio che l’Italia non esca dal Patto atlantico anche per questo e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, sotto l’ombrello della NATO, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi di limitare la nostra autonomia». Queste parole stravolsero il quadro politico, italiano e NATO.
Un tale passo non poté essere compiuto senza una preventiva azione esplorativa circa il favore che avrebbe incontrato negli Stati Uniti. In caso contrario, l’intervista di Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa sarebbe stato un inutile atto temerario, in conseguenza del quale il segretario generale del Pci sarebbe potuto rimanere in mezzo al guado se la risposta di Washington fosse stata tiepida, ufficialmente o ufficiosamente. È logico pertanto presumere che la linea Berlinguer avesse sostegni ben concordati a Washington e forse non solo lì.
La riflessione e le caute esplorazioni iniziarono dopo il fallito attentato a Sofia nel 1973, o prima?

L’attentato a Berlinguer

Il 3 ottobre 1973 Berlinguer tenne una veloce visita a Sofia. Nella capitale bulgara incontrò i vertici del partito comunista e quella stessa sera stava tornando in Italia. Sulla strada per l’aeroporto, nella coda del traffico, un camion militare carico di pietre, proveniente dalla corsia opposta, si staccò dalle altre auto e colpì violentemente la vettura su cui viaggiava Berlinguer.
Il segretario del Pci si salvò miracolosamente; l’interprete morì e gli altri due funzionari erano in condizioni critiche. Berlinguer decise di tornare subito a Roma e non passare la notte in ospedale come gli fu proposto.
L’attentato fu tenuto accuratamente nascosto dal 1973 al 1991. Neppure la morte di Berlinguer, nel 1984, indusse a sciogliere il segreto.
Un segreto così ben custodito ebbe e tuttora ha un significato univoco: quello di custodire un ulteriore segreto, ben più solido e inconfessabile più dello stesso attentato. Quale? Dopo tanti anni non c’è che un segreto possibile, l’accordo con gli Usa certamente prima del 1976, anzi ancor prima del 3 ottobre 1973, quando il tentativo di ucciderlo è segno che Berlinguer ha tradito i suoi compagni del Patto di Varsavia.
Solo il tradimento politico e operativo poteva giustificare l’attentato. Solo se il leader del Pci avesse mutato gli equilibri di alleanza politica e militare con Mosca – e non per semplici teorizzazioni politiche, peraltro comuni a quel tempo in molti partiti comunisti in Europa occidentale e orientale – solo un tale tradimento avrebbe giustificato la sua condanna a morte.
Pietro Secchia, il più pericoloso e occhiuto controllore di Berlinguer per conto di Mosca, morì a luglio del 1973. In quei mesi quindi si creò una situazione favorevole per uno strappo operativo con Mosca, un tradimento vero e proprio dell’alleanza con Mosca da parte di Berlinguer, tale da giustificare l’attentato del successivo 3 ottobre, con una severità significativa.
In precedenza si era manifestata una analoga condanna contro Imre Nagy, presidente del governo ungherese che si era ribellato a Mosca nel 1956. Invece ciò non avvenne con Alexander Dubček, leader della Primavera di Praga nel 1968, il quale mise in discussione l’equilibrio Est-Ovest. Cinque anni dopo, Mosca, attraverso Sofia, tentò  invece di uccidere Enrico Berlinguer, il quale apparentemente non aveva fatto nulla di neppure comparabile a quanto imputato a Dubček. Quale fu il tradimento di Berlinguer, tale da indurre Mosca di decidere di ucciderlo nel 1973?
Emanuele Macaluso fu depositario di tale pesantissimo segreto sino al 1991 quando lo svelò in un’intervista.
Mentre il presidente Aldo Moro era prigioniero per essere ucciso e Giorgio Napolitano era negli Stati Uniti, inviatovi da Berlinguer, a fare non si sa che cosa, Emanuele Macaluso partecipò a un convegno a Roma; tema:”Chi sono i padri delle Brigate Rosse?”. Sarebbe stato, quel convegno, un’eccellente occasione per ricordare l’attentato a Berlinguer. Macaluso non se ne ricordò.
Emanuele Macaluso non se ne ricordò neppure quando fu direttore de l’Unità, tre anni dopo, ai tempi dell’attentato a Giovanni Paolo II, quando Alì Agca accusò i bulgari, a maggio 1982.
Emanuele Macaluso non poteva sapere che il turco poi avrebbe smentito. Eppure l’Unità attaccò la pista bulgara, mentre Emanuele Macaluso dimenticava ancora una volta l’attentato a Sofia del 1973. È lo stesso giornale, l’Unità, che in quella primavera del 1982 non s’accorge dell’isolamento pericoloso verso il quale scivola il povero Pio La Torre.

Il dibattito parlamentare sulla “doppia decisione”  della NATO si svolse a giochi fatti da tempo, che piacesse o meno all’ala moscovita del Pci, che fosse gradito o meno al fastidioso Pio La Torre.
«No. Siamo in un’altra area del mondo» Berlinguer aveva risposto a Pansa, sei anni prima, quando erano passati tre anni dall’attentato di Sofia. Il giornalista gli aveva chiesto se Mosca gli avrebbe fatto fare la stessa fine di Alexander Dubcek. «No» rispose, ma come faceva a esserne così sicuro?
Era stato raggiunto un altro equilibrio tra Washington e Mosca, nel quale il Pci aveva una differente collocazione rispetto al partito di Palmiro Togliatti.

La contropartita

La base di Comiso fu un enorme affare in forniture militari ma anche una cuccagna di appalti e di traffici d’ogni genere. Claudio Fava scrisse anni dopo: “Tutto questo, naturalmente, non è passato su Comiso e dintorni senza lasciare traccia: anzi; si è probabilmente avverata nel corso degli ultimi tre anni la “profezia” di Pio La Torre, il deputato comunista ucciso dalla mafia: «…Si vedrà presto a Comiso lo scatenarsi della più selvaggia speculazione, dal traffico di droga al mercato nero, alla prostituzione, con il degrado più triste della nostra cultura e della nostra tradizione»”.
Relazione di minoranza (fra cui il Pci) della Commissione antimafia nel 1984: «(la base NATO di Comiso) rappresenta un elemento che accelera in modo impressionante i processi di degenerazione e di inquinamento della vita sociale e politica».
Tutto vero e anche tutto prevedibile: sia mentre il Pci approvava la “doppia decisione della NATO”, sia quando, pochi mesi dopo, l’irriducibile Pio La Torre ricoprì la carica di segretario del Pci siciliano.
Non di meno la guerra per posizionarsi opportunamente per affondare le mani nelle montagne di miliardi era avviata da tempo, coinvolgendo molte parti. Riguardò la politica, la mafia e l’imprenditoria e quanti nelle rispettive organizzazioni avevano i contatti giusti in Italia e negli Usa. Riguardò anche i servizi europei e statunitensi, senza escludere quelli sovietici. Quando le cifre sono da capogiro ogni accordo è possibile, ogni corruzione è probabile, ogni tradimento è giocabile. Rimaniamo tuttavia in Sicilia.
Nell’isola la nuova contiguità fra il Pci e Washington incontra un problema che esige una soluzione strategica. La mafia al potere in quel momento derivava da quella che nel Dopoguerra era stata legittimata dopo l’invasione dell’Isola da parte degli Alleati. Attraverso vicissitudini che qui è inutile approfondire, il vertice mafioso alla fine degli anni ’70 era nel sistema di potere della Democrazia Cristiana, ma non del PCI. Occorreva una ristrutturazione del potere mafioso che tenesse conto dei nuovi equilibri atlantici.

I Corleonesi vincono la guerra di mafia

Mentre l’Italia si interrogava sul “compromesso storico”, una guerra senza quartiere contrappose la vecchia mafia, al potere dal Dopoguerra, ai rampanti Corleonesi, guidati prima da Luciano Liggio e, dopo la morte di questi, da Totò Riina. Una guerra di mafia c’era già stata agli inizi degli anni ’60 ed era stata sanguinosa, ma nulla al confronto della successiva, i cui primi colpi furono sparati esattamente nel 1977, mentre Schmidt parlava di euromissili.
La politica annunciava gli euromissili, il Pci aasorbiva la nuova strategia atlantica e – singolare coincidenza – i Corleonesi conquistarono di pari passo il potere di vertice mafioso e, con esso, la capacità di affondare le mani negli affari lucrosi in vista.
Da quel momento i Corleonesi godettero di un’impunità ventennale, ottenibile solo con protezioni ad altissimo livello politico; protezioni dispiegabili solo da un’entità che fosse allo stesso tempo sovraordinata alle autorità italiane e alla stessa mafia. Questa autorità doveva necessariamente risiedere negli Stati Uniti proprio dove il progetto euromissili aveva già una sua fisionomia precisa.
20 Agosto 1977. Salvatore Riina, astro nascente dei Corleonesi, uccise il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo. Questi non era un colonnello qualsiasi, bensì il sensore avanzato di Carlo Alberto Dalla Chiesa verso Giuseppe Di Cristina, boss di punta nella Commissione di Cosa Nostra, inutilmente contraria alle efferatezze di Riina e uomo legato alla DC.
La Commissione di Cosa Nostra non fu d’alcun aiuto a Di Cristina, assassinato il 30 maggio 1978.
Quindici giorni prima Di Cristina svelò ai carabinieri che Luciano Liggio, boss dei Corleonesi, voleva assassinare il giudice Cesare Terranova, da poco rientrato nella magistratura palermitana dopo una parentesi parlamentare. Egli rivelò pure che Liggio uccise Pietro Scaglione, procuratore capo di Palermo. Di Cristina concluse che i Corleonesi stavano dando la scalata alla mafia.
Cesare Terranova fu ucciso, i verbali dei Carabinieri rimasero nei cassetti della magistratura e nell’archivio centrale dell’Arma. Non sarebbe tuttavia bastata la magistratura a coprire i Corleonesi.
Fino alla fine degli anni ‘90 la tesi “non esiste una sola mafia” fu cavallo di battaglia dell’Fbi; così volle il suo fondatore Edgard Hoover. Questi costituì un potere parallelo nell’amministrazione americana, occulto e acostituzionale, perfettamente dimensionato per entrare in relazione cogli analoghi poteri sparsi per il mondo. Quel potere fu irradiato in tutti i paesi vassalli degli Usa. Fbi e mafia viaggiarono sullo stesso treno anche se in carrozze differenti, almeno sin dai tempi del duplice assassinio dei fratelli Kennedy.
Le cose cambieranno quando la mafia corleonese diverrà superflua, dopo la fine della Guerra Fredda; fino ad allora tuttavia i traffici di droga fra Sicilia e Stati Uniti corsero indisturbati. Quando condussero a qualche arresto eccellente, come Gaetano Badalamenti, si trattò d’avversari dei Corleonesi. I sequestri dei beni in conseguenza della legge La Torre? Fino alla fine della Guerra Fredda colpirono solo la mafia perdente; e anche dopo a ben vedere. Tutti gli investigatori e i magistrati italiani, frappostisi ai traffici in Sicilia e fra la Sicilia e gli Stati Uniti, furono massacrati impunemente.
Ricordiamo solo alcuni martiri d’una lunghissima lista.
Gennaio 1979: la mafia uccise Boris Giuliano il capo della squadra mobile di Palermo. Settembre: è la volta del procuratore della Repubblica Cesare Terranova.
6 Gennaio 1980: omicidio del presidente della regione Sicilia, Piersanti Mattarella.
4 Maggio: omicidio del valoroso capitano Emanuele Basile, comandante la compagnia carabinieri di Monreale, legatissimo a Paolo Borsellino.
6 Agosto: assassinio del procuratore capo della repubblica di Palermo, Gaetano Costa.
13 Giugno 1983: uccisione del valoroso capitano Mario D’Aleo, successore di Emanuele Basile. Tre mesi prima, il 13 marzo, furono assolti gli assassini di Emanuele Basile.
Nel 1988, il 25 settembre, fu la volta del Presidente di Corte di Appello Antonino Saetta, il quale, condannando i mafiosi prima assolti per la morte di Basile, squarciò un velo, immediatamente ricucito, tuttavia.
4 aprile 1992. Uccidono l’indimenticato maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, validissimo collaboratore di Paolo Borsellino. È l’omicidio che prepara Capaci e via D’Amelio.

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