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Fonte lanuovabq.it 22/04/2015

Autore Paolo Togni

In questa settimana si ricordano due date di grande rilievo per la nostra vita nazionale: il 25 aprile del 1945 e il 18 aprile del 1948. Il 25 aprile del 1945 fu proclamata l’insurrezione generale contro i tedeschi e quel che restava della Rsi dal Cln. I partigiani seppero cogliere il momento in cui prendere l’iniziativa per far sembrare di essere stati loro, non gli alleati, a liquidare i tedeschi: da allora se ne celebra e se ne strumentalizza la ricorrenza.

 

Il 18 aprile del 1948 l’Italia conquistò la piena libertà, con la vittoria elettorale schiacciante della Democrazia Cristiana contro il Fronte Popolare delle sinistre alle prime elezioni generali della nuova repubblica: di questa data, in verità molto più importante della prima, pochissimi coltivano la memoria. Dal 25 aprile del 1943 al 18 aprile del 1948 i comunisti sub specie di partigiani ne avevano fatte di tutti i colori per prendere tutto il potere e gestirlo in maniera dittatoriale: prepotenze contro chi si opponesse, furti di denari e beni pubblici, omicidi di sacerdoti e di oppositori erano le armi delle quali si servivano; e va detto che il tentativo fallì soprattutto per la presenza in Italia delle truppe anglosassoni.  

A chi non abbia radici, parenti o amici che gli abbiano raccontato cosa successe in quel periodo basterà leggere anche solo uno dei libri recenti di Giampaolo Pansa per rendersi conto di quello che successe. Ritengo di poter ben dire che dal 25 aprile del 1943 al 18 aprile del 1948 fu effettuato in Italia il tentativo di una minoranza violenta di imporre una dittatura liberticida. Un pari tentativo fu realizzato, per altre vie, tra il 1991 e il 1994: ma, come direbbe Kipling, questa è un’altra storia. Le violenze proseguirono anche dopo le elezioni; non poteva essere diversamente, se “il Migliore”, Palmiro Togliatti, al comizio di chiusura della sua campagna elettorale aveva comunicato agli astanti di aver appena fatto mettere chiodi nuovi ai suoi scarponi “per meglio cacciare a calci De Gasperi”. E nello stesso senso andava la testimonianza dei continui ritrovamenti delle armi – anche pesanti: mortai, cannoni anticarro e simili – nascoste in previsione della imminente rivoluzione “del proletariato”, ad organizzare la quale lavoravano alacremente tutti i trinariciuti del Paese. Ma la fermezza dei governi centristi valse a controbattere quei tentativi.

Sta di fatto che il risultato elettorale della Dc – pur peggiorato da un numero nutrito di brogli elettorali, che a partire da allora hanno costituito parte tipica ed indefettibile dell’attività dei comunisti e dei loro eredi in occasione delle elezioni – era talmente forte da impedire ulteriori ipotesi di iniziative. Di talché Togliatti, dopo e nonostante lo sciagurato attentato di cui fu vittima, emanò ordini concitati ai suoi aiutanti perché fermassero le improvvide iniziative dei più focosi. Togliatti, servo fedele della nomenklatura moscovita, ma era anche un realista: e così come non aveva esitato a far liquidare gli anarchici in Spagna su ordine di Stalin, capì che non c’era nessuna speranza di successo in Italia, in quel momento in cui governi decisi e democraticamente eletti potevano contare anche sulla presenza di militari alleati, e si contentò di occupare settori importanti della società italiana e della Pubblica Amministrazione. In alcuni casi, come per l’ordine giudiziario, senza pretenderne il controllo totale, si limitò a monopolizzare le nuove entrate in carriera.

L’attività della sinistra (Nenni si era accodato a Togliatti nel Fronte Popolare), nonostante la batosta subita, non restò senza effetto: costituì una concrezione elettorale significativa; un nucleo consistente di eletti in Parlamento e negli enti locali, e fondò dei potentati dotati di potere esclusivo in vaste zone d’Italia. Non è questo il luogo nel quale esaminare quello che è successo da allora: basterà dire che il 18 aprile del 1948 è una data fondamentale per la libertà di ognuno di noi e per lo stabilimento della democrazia nel nostro Paese, e che è molto triste che nessuno se ne ricordi.

 

   

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